GIUSEPPE CAMPENNI’ Pastore Evangelico Battista

CAMPENNI’ GIUSEPPE   –   Pastore evangelico battista dal 1913 al 1938

Giuseppe Campenni nasce a Nicotera (CT) il 19 maggio 1868. Dopo aver compiuto gli studi teologici presso un seminario cattolico, nel 1909 si converte al protestantesimo e viene battezzato nella Chiesa evangelica battista di Napoli, via Foria. Il suo ministerio pastorale si svolge, coadiuvato dalla sua consorte Angela Coco, a Boscoreale e Boscotrecase (1913-1919) e a San Gregorio Magno (1919 -1949). E’ deceduto a Napoli nel marzo 1956.

Domenico Maselli: Storia dei battisti italiani (1873-1923), pag. 115 – Claudiana

“Più antica era l’opera battista di Boscoreale e Boscotrecase guidata, nel 1913, dal pastore Campennì, capostipite di una delle più importanti famiglie del piccolo mondo evangelico italiano. I membri di chiesa erano allora 35 e funzionavano egregiamente due scuole domenicali (68 alunni a Boscotrecase e 52 a Boscoreale). Nella sua relazione alla V assemblea delle chiese battiste dell’Italia meridionale, Campennì prevedeva un’ulteriore crescita delle attività e annunciava la prossima apertura di una scuola serale.”

La figlia del pastore Campennì, Prof.ssa Mercedes Campennì-Ricci, ha condiviso nel 2007 parte della storia della sua famiglia tramandandoci un valido esempio di come, con la buona volontà ed un impegno senza limiti, una chiesa può risplendere ad opera di un pastore completamente dedicato all’evangelizzazione e coadiuvato da una consorte da ammirare ed imitare.

La famiglia Campennì e la chiesa di S .Gregorio Magno

“Per quanto riguarda papà Giuseppe Campennì, nato a Nicotera (CT) il 19 maggio 1868, non so esprimere giudizi sul suo operato che avveniva al di fuori della famiglia. Era un uomo di slancio, che riusciva a stabilire contatti con gli altri con facilità naturale. Aveva il dono della comunicazione. Proveniente dalla chiesa di Boscoreale, fu inviato a S. Gregorio nell’autunno del 1919 dopo che due persone del paese, don Carlo Troiano e Francesco Lonardo, avevano fatto richiesta all’Opera battista di un pastore, e il 4 luglio 1920, alla presenza di un membro della direzione dell’Opera inviato da Roma, fu già fondata la chiesa evangelica battista di S. Gregorio Magno, dopo che sedici persone in quel giorno dettero la loro testimonianza di fede con il battesimo. Dopo poco tempo di permanenza a S. Gregorio, conosceva già tutti e meglio degli stessi gregoriani. Nel marzo 1956, quando è finito in questa vita, è stato molto rimpianto nel paese. Ed a Napoli ai suoi funerali erano presenti molti gregoriani, e molte missive ci sono pervenute da più parti e perfino dall’America. Anche papà ha dimostrato grande attaccamento alla sua missione evangelica. Ancora negli ultimi anni della sua vita, dalle sue piccole uscite del mattino ritornava felice perché diceva: “Ho avuto occasione di testimoniare dell’Evangelo” e fino all’ultimo respiro ha dimostrato sempre di avere una fede profonda. E proprio perché egli tutto rimetteva nella mani del Signore, è stato sempre la persona più libera dalle superstizioni che io abbia mai conosciuto, anche dalle più sottili. Cosa che lo rendeva coraggioso e forte di fronte a tutte le evenienze. Se a settant’anni, all’inizio del 1938, ha chiesto il pensionamento, lo ha fatto per riunirsi alla famiglia, a Napoli. Quindici anni scolastici egli aveva trascorso accudito solo periodicamente dalle visite di mamma, nella casa deserta dai figli, nella fredda solitudine, nel clima gelido e umido di S. Gregorio. Ma egli ha continuato ad aver cura della sua chiesa di S. Gregorio con visite frequenti (fatte a sue spese) e periodi di permanenza estiva, fino alla bella età di 81 anni; fino a quando, cioè, nel 1949 non è stato inviato il suo successore, il pastore Gasbarro. Il pastore Gasbarro, naturalmente diverso per personalità e con altri doni non saprei dire come sia riuscito, ma impegnandosi anche fisicamente, e a volte lavorando con le sue stesse mani, è stato capace di erigere un tempio per la chiesa di San Gregorio, e questo con gli scarsi mezzi economici di cui poteva disporre l ’Ucebi. Tempio che nel 1956, il 3 dicembre, inaugurammo Giorgio Ricci ed io con il nostro matrimonio”. In occasione del cinquantenario della nascita del Movimento Femminile Battista Italiano, si è voluto mettere in luce il lavoro delle donne nelle nostre chiese che ha preceduto la stessa organizzazione che tanto bene ha prodotto nella testimonianza della nostra fede. Ho avuto modo allora di parlare di mia madre, Angela Campennì, nata Coco, e dall’accoglienza commossa che il mio racconto ricevette, sono stata incoraggiata ora ad annotare per iscritto, quanto più o meno dissi allora. Se chiudo gli occhi e vado indietro nella memoria ai primi anni della mia vita, vedo la sua figura esile, leggera. Le davano ancora qualche volta della signorina, quando portava per mano me, in età già scolare, ben settima figlia sua. Rivedo altresì i suoi polsi sottili, delicati. Lei ci ha sempre detto che a casa sua non le avevano mai fatto maneggiare il coltello, perché le sue mani non corressero il pericolo di un taglio, cosa che le avrebbe impedito per qualche tempo di suonare il pianoforte. Una donna delicata, cresciuta fra molte attenzioni, dedicata alla musica, nell’ultimo ventennio dell’800. Eppure poche donne ho conosciuto della sua risolutezza, della sua forza di volontà, della sua capacità di sacrificio. Ma andiamo con ordine nel nostro racconto. Nel 1919, dopo la prima guerra mondiale e tutte le sofferenze che c’erano state, il mondo sentiva più che mai il bisogno di un rinnovamento. E due persone di S. Gregorio Magno, un piccolo paese della provincia di Salerno, ai confini con la Basilicata, sentirono la necessità della presenza di un pastore evangelico e ne fecero richiesta all’Opera Battista a Roma. Così nel 1919 fu inviato come pastore a S. Gregorio Magno, papà Giuseppe Campennì con mamma e con ben sei figli che andavano dagli undici anni ad uno. Quelle due persone erano diverse fra loro per carattere e costituzione: Francesco Leonardo di contrada Teglia e Carlo Troiano. Francesco di contrada Teglia, forte lavoratore della sua terra, era stato emigrante negli Stati Uniti e lì era venuto a contatto con gli evangelici battisti. Don Carlo Troiano, figlio di un ciabattino e nobile di sentimenti, occhi azzurri vivaci, era autodidatta, mazziniano convinto. Gentile e generoso, fu subito commosso dalla presenza di questa famiglia con tanti bambini, e forse si sentiva un po’ responsabile del disagio cui sarebbe andata incontro in un paese che aveva poco o nulla da offrire e che aveva solo le scuole elementari. Ma fu subito un grande nostro amico. Io ricordo con commozione e con rispetto don Carlo Troiano, sulle cui ginocchia, al caldo del cui mantello hanno trovato sonno molte volte i miei fratelli più piccoli nelle fredde serate invernali di S. Gregorio. A pensarci oggi, fu un avvenimento veramente eccezionale che nel 1919 un pastore evangelico fosse reclamato lì, in quel paesino sperduto, a ridosso dell’Appennino campano lucano. Perché allora le parole “protestantesimo, evangelismo” suonavano quasi come una bestemmia alle orecchie di persone ben più introdotte nella società “bene” di quasi tutta l’Italia. San Gregorio oggi è molto diverso, e forse non lo riconosco più. Ma nel 1919 e fino alla seconda guerra mondiale, era un paese agricolo, dove costava fatica la vita stessa, e dove le donne avevano quella dignità particolare che danno la vita dura e il sacrificio. Probabilmente non avevano neanche coscienza che per le contadine normali e dabbene come loro, ci potesse essere un’esistenza diversa. Era uno spettacolo solito quello della donna che al crepuscolo tornava dal lavoro fatto in campagna accanto all’uomo, con un paio di bambini che le trotterellavano vicino, l’asino carico che lei teneva “a capezza”, qualche altro animale che chiamava alla voce, le mani occupate nello sferruzzare la calza, e magari la “cuna” con l’ultimo nato, in bilico sulla testa. Aveva un che di solenne il suo portamento eretto, lo sforzo di poggiare tutta l’andatura sul bacino, perché al collo non arrivassero movimenti bruschi, il passo ritmico e controllato, la gonna ondulante. Ma una volta a casa non le spettava il riposo, perché c’era da accendere il fuoco a legna e preparare il pasto caldo per tutta la famiglia. Una donna forte, dignitosa, che non conosceva comodità. Inoltre mancava l’acqua nelle case e nel paese stesso. E alle poche fontanelle pubbliche le donne facevano la fila, che nei frequenti periodi di siccità, si trasformava in lotta per accaparrarsi quel barile d’acqua da portare a casa per le necessità più vitali. Ricordo la grossa “giarra” che fino agli anni quaranta avevamo in casa nostra. Qualche donna ce la riempiva con diversi andare e venire dalla fontana a casa, portandoci in equilibrio sulla testa un barile di 25 litri per volta. In questo ambiente rude, fatto per persone dai muscoli di acciaio, si trovò mia madre con la sua gentilezza, la sua delicatezza fisica. Le stesse strade non erano per lei, pietrose, sdrucciolevoli, tutte salite e discese. Perciò ebbe bisogno sempre del braccio di papa. Così i miei genitori costituirono l’unica coppia del paese che si lasciasse vedere insieme e a braccetto, lì dove l’uomo si vergognava di mostrarsi tenero con le sue donne, ma, magari solo in pubblico, assumeva piuttosto il ruolo di marito e padre padrone. Mia madre perciò fu una donna diversa da tutte subito e fu per tutti “la signora”. Mostrandosi così com’era con semplicità, fisicamente fragile, ma di severa compostezza, in ogni atteggiamento, e di grande dignità morale, si guadagnò il rispetto e l’ammirazione di tutti. Non è di molto tempo fa, che trovandosi a Roma, al culto della chiesa di via Urbana, Ciccio Adesso, quello che era stato uno dei ragazzi più fedeli della scuola domenica di S. Gregorio e che a suo tempo aveva molto frequentato la nostra casa, figlio di un muratore e muratore egli stesso, ora padre e nonno di professionisti e ingegneri, si esprimeva in termini di grande devozione nei confronti dei miei genitori e di mia madre, addirittura attribuendo con gratitudine a loro il merito del suo successo; ed affermava a me: “i vostri genitori a S.Gregorio hanno portato la civiltà”, frase questa ricorrente sulla bocca dei gregoriani. Ero ancora una ragazza, quando un giorno a S. Gregorio, mettendo ordine nella nostra modesta sala che fungeva da salotto-studio, scoprii un pacco di quaderni di chi comincia a imparare a scrivere, intestati a più persone. Allora venni a sapere che al loro arrivo i miei genitori avevano tenuto una specie di scuola serale: era il tempo allora della grande emigrazione della nostra gente negli Stati Uniti, dove non si era accettati se analfabeti. E mia madre, dopo una giornata faticosa trascorsa nella cura dei suoi sei bambini, senza aiuto, aveva allora accolto in casa quelle persone, mezze distrutte dalla stanchezza e dalla durezza del lavoro, per aiutarle insieme con papà ad apprendere i primi elementi dello scrivere, cosa che doveva riuscire molto difficile alle mani di quella gente, callose e quasi anchilosate dalla fatica. L’arrivo dei miei genitori evangelici e protestanti, non era riuscito certamente gradito alla parte clericale e bigotta del paese che cercava in tutti i modi di ostacolare il loro inserimento nell’ambiente. E come allora era in uso, si approfittava dell’ignoranza della gente per denigrarli ai loro occhi. –“Si trattava di scomunicati con i quali erano proibite le amicizie e gli stessi contatti”, dicevano, “anzi nell’incontrarli era meglio voltare la faccia dall’altra parte”. Ma bisogna dire che i gregoriani non sono stati mai dei fanatici e tanto meno gente soggetta alla volontà altrui, ed anche in quella circostanza, ad eccezione di pochi, si lasciarono guidare dal loro buon senso piuttosto che dalle parole degli altri. Papà del resto aveva il dono della comunicazione e della testimonianza continua e non solo finì col conoscere tutti, ma era in grado anche di fare la storia della loro famiglia, meglio di quelli che erano nati e cresciuti nel paese, cosicché quando è finito l’hanno rimpianto tutti come persona familiare. Un altro motivo di discredito messo in giro dalla parte clericale, fu il dubitare della professionalità di mia madre, che non avendo nemmeno il pianoforte, nel nostro salotto esibiva il suo diploma di pianista. In realtà lei lo aveva ottenuto al Conservatorio di S. Pietro a Maiella di Napoli, dopo un severo concorso di ammissione che aveva sostenuto all’età di dieci anni, e la frequenza di ben otto anni nella classe del bravissimo maestro Romaniello. Ma dopo due anni di permanenza a S. Gregorio, dopo che ero nata io e proprio in occasione della mia presentazione al Signore, fu invitato a S. Gregorio il pastore Asprino Ricci, e per quel periodo, credo per opera del dr. Whittinghill, allora rappresentante in Italia del Foreign Mission Board, a mamma arrivò un bel pianoforte tedesco, un Pleyel, verticale. Le bastarono poche settimane di studio di esercizio per riprendere la padronanza dello strumento. Così dopo l’adunanza speciale in chiesa, che aveva destato l’attenzione del paese ed era riuscita particolarmente edificante, ci fu la sera a casa un’audizione di molti pezzi musicali, in cui si poté vedere alla prova quanto invece fosse stato meritato quel diploma di mamma appeso nel salotto. Per comprendere al giusto peso il valore di quella serata musicale, desidero ricordare che nell’autunno del 1921, Guglielmo Marconi era ancora agli esperimenti radio telegrafonici sulla sua nave Elettra e se l’invenzione della radio era fatta, ancora Marconi doveva molto lavorare perché ne avvenisse la diffusione commerciale. Inoltre in quel paesino non era arrivato ancora mai un professionista qualificato in grado di suonare qualche cosa in più di qualche ballabile strimpellato. La musica perciò che mamma era in grado di offrire, era un vero dono per il paese, che la parte bene, civile e istruita apprezzò con entusiasmo. Ci sono stati sempre bravi professionisti a cui S. Gregorio ha dato i natali: medici, chirurghi, direttori di ospedali a Napoli, alcuni professori universitari, avvocati e militari arrivati ai più alti gradi, medaglie d’oro al merito nella seconda guerra mondiale, una medaglia d’oro fu data anche al generale Lordi vittima con gli altri della Fosse Ardeatine. Così a dispetto di tutti i pronostici fatti, i primi anni quasi tutte le sere la nostra casa si riempì di persone che venivano ad ascoltare mamma che suonava per loro, divennero tutti nostri cari amici e mandarono le loro figliole da mia madre, perché prendessero lezione. E ci fu anche qualche signora anziana che divenne amica carissima di mamma, come la maestra Rosinella che volle iniziarsi allo studio del pianoforte. E siccome in paese non esistevano strumenti, se non in due o tre famiglie di antica tradizione, vecchi pianoforti a coda divenuti ormai striduli e legnosi, tutte le signorine di S. Gregorio venivano a studiare il pianoforte a casa con turni che andavano dalla mattina alla sera. Molte di quelle alunne hanno imparato a suonare bene, qualcuna ha insegnato nella scuola di Stato, altre hanno avuta una loro scuola privata, attenendosi fedelmente agli insegnamenti di mia madre. L’ultimo della giornata a studiare sul nostro pianoforte, ne ho un nitido ricordo, anche se ero bambina, era un giovane impacciato, di mestiere stagnino, che suonava nella banda del paese. Era in età di leva e faceva progetto di entrare nella banda militare. Si chiamava Orlando Pinto. La mano perciò era indurita dall’età e dal mestiere. Ma fu così tenace, così serio, che nonostante le difficoltà incontrate, riuscì a superare l’esame di pianoforte supplementare al Conservatorio di Napoli, abbandonò per sempre il mestiere, entrò nella banda di Napoli e la diresse fino al suo pensionamento. Mamma ha manifestato sempre ammirazione per le qualità e la serietà dei gregoriani, e le ho sentito più volte affermare che lei aveva trovato maggiori disposizioni allo studio del pianoforte nei gregoriani che non negli alunni di Napoli, nonostante i napoletani godessero fama di una particolare attitudine per la musica. Ma col racconto bisogna tornare indietro nel tempo, perché è importante riferire che il 4 luglio 1920, alla presenza di un pastore inviato da Roma dall’Opera battista, Chiminelli, fu fondata la Chiesa evangelica battista di S. Gregorio Magno. In quel giorno furono sedici persone che dettero la loro testimonianza battesimale. E la cerimonia e il culto ebbero luogo nella campagna di uno dei catecumeni – certo seguì un lauto pranzo, perché l’allegria, la festa, a S. Gregorio s’è sempre manifestata con un banchetto. A ricordo di quel giorno memorabile c’è una fotografia (cosa rara a quei tempi) in cui sono ritratti i componenti la chiesa ed i miei genitori, in prima fila seduti per terra, mia sorella ed i miei fratelli che andavano allora dai dodici ai quattro anni, rimasti in cinque perché non c’era la più piccola, la prima Mercedes della famiglia. Per quanto me ne possa ricordare, i culti in chiesa si tenevano sempre di sera, perché i contadini non si concedevano riposo ed era al di là della loro stessa volontà, in tempo di raccolto o di un altro lavoro, trascurare la campagna. E di domenica, in anticipo sull’orario del culto, papà e mamma uscivano insieme da casa e si dirigevano a casa Troiano. Di là prendevano strade diverse. Papà proseguiva verso la chiesa che era un locale abbastanza largo a pianoterra, che apriva ed illuminava. Gli uomini vi andavano dal canto loro. Alcuni fedelissimi, non ricordo che siano mai mancati. Primi fra tutti i numerosi componenti delle famiglie Padula e Perna, il giovane Vito Trimarco. Mamma invece si appoggiava al braccio della signora Troiano e con lei bussava alla porta di tutte le sorelle di chiesa, quelle care devote contadine, e insieme con loro si recava al culto. Gli uomini sedevano nella fila delle sedie a sinistra e le donne a destra. Ricordo che le loro figlie, ragazze, cercavano posto le une accanto alle altre per comunicare e magari ridere fra loro chissà di che. E per non farsi scoprire, si sforzavano di mantenere un contegno serio, ma il sussulto delle loro spalle le tradiva a loro insaputa. A guidare la comunità nel canto, all’armonium, naturalmente mamma si trovava nel suo elemento. E a S. Gregorio, gli inni si cantavano a tempo giusto, cosa difficilissima a sentirsi allora nelle nostre chiese. E ancora mi risuonano nella orecchie e quasi distinguo le voci di quei contadini, e gli inni che papà faceva cantare e che ho appreso sin da bambina, mi commuovono ancora oggi come allora. Per la scuola domenicale poi, mamma riusciva a preparare delle recitazioni e delle scenette che rallegravano non solo i ragazzi e gli adulti della chiesa,, ma molti altri del paese, che ad ingresso libero la sera dello spettacolo intervenivano numerosi. Le prove duravano a lungo, si facevano di sera a casa nostra e spesso avevano qualche spettatore, come alcune amiche di mamma, che erano ben felici di completare la giornata con un diversivo dalla monotonia solita. La partecipazione che dovevano mettere i ragazzi per acquistare quel poco di disinvoltura per muoversi sulla scena era già una grande conquista per loro. Mamma ne curava i gesti, l’accento, l’interpretazione e molto spesso otteneva buoni risultati. Ma qualche volta la loro foga era eccessiva, l’interpretazione stessa delle parole travisata, e l’effetto per chi era in grado di afferrare il senso giusto, esilarante. Ma lo spettacolo andava bene e gli spettatori uscivano dalla sala entusiasti. C’è un piccolo articoletto pubblicato in un numero del “Testimonio” che deve essere del 1922, che conferma quello che ho appena detto, e c’è una fotografia che ha immortalato i ragazzi della scuola dominicale. I ragazzi si sentivano assai gratificati e facevano progressi di apprendimento perché avevano opportunità nuove, speciali, mai avute prima. Fra quelli della fotografia alcuni hanno seguito strade diverse, ma altri sono stati fedelissimi, oltre ad aver frequentato la scuola domenicale, erano anche molto presenti in casa nostra. Fra questi, oltre Ciccio Addesso, di cui ho parlato prima, c’è stato anche Pietro Menza, di mestiere ciabattino, emigrato poi negli Stati Uniti. Ottimo giovane, fedele all’evangelo, s’è fatto così stimare nell’ambiente nuovo d’adozione, da diventare notaio. Sappiamo infatti che almeno allora, fino a cinquant’anni fa, la carica di notaio negli Stati Uniti non era legata al titolo di studio ed a forme di concorso, ma alla stima di onestà e di virtù conquistata e quindi elettiva. E lui pertanto se l’era meritata, Pietro Menza ha mantenuto rapporti affettivi con il suo paese e quando mamma è venuta a mancare il 30 novembre 1965, mi scrisse una lettera traboccante stima, gratitudine e affetto per lei, la cui influenza, affermava, aveva determinato le sue scelte sempre e il cui insegnamento ed il cui esempio non aveva mai dimenticati. Per quanto riguarda la vita di mia madre in famiglia, al di fuori della chiesa, non è argomento di interesse di quanto qui dobbiamo riferire. Dirò solo che suo fratello, Nicola Coco, uomo di cultura e giurista apprezzato, per professione allenato alla ponderatezza, all’equilibrio, all’obiettività, più di una volta, ha ripetuto a noi figli con molta convinzione: “Vostra madre è un’eroina”.

                                                                                                   Mercedes Campennì, Roma, 2007

P.S.

S. Gregorio Magno, il paesino che pareva non avesse nulla da offrire, per noi tutti è stato una benedizione, Per noi figli è stato meraviglioso. Lì la nostra infanzia e la nostra giovinezza hanno trovato la gioia dei giochi e delle amicizie innocenti, l’allegria delle intese maliziose. E’ stato un ambiente sano, come sana era l’aria, il cibo, l’impostazione della vita, dove noi giovani trovavamo giusto sfogo alla nostra vivacità. Anche se giovanissimi, eravamo coscienti di quello che la nostra famiglia rappresentava nel paese che ci guardava. E forse per questo, ma soprattutto per l’educazione all’evangelo che ricevevano e per l’esempio che avevamo in famiglia, siamo stati sempre responsabili ed abbiamo risposto con entusiasmo a tutto quello che i nostri genitori desideravano da noi, superando le loro stesse aspettative. Di questo i nostri genitori hanno sempre apertamente ringraziato e lodato il Signore, perché da Lui erano stati ampiamente benedetti. Quando io mi sono laureata, il Pastore Ricci della chiesa di Napoli, che con la scuola domenicale e i suoi sermoni per oltre vent’anni ha molto contribuito alla nostra formazione religiosa, facendo a me le congratulazioni com’è d’uso nella familiarità delle nostre chiese, dal pulpito dichiarò che la nostra era l’unica famiglia che egli aveva mai conosciuto, dove fra i sei figli che la componevano si aveva una pianista e cinque laureati. Eppure eravamo partiti da S. Gregorio, dove non c’erano state che le elementari: il miracolo, lo riconoscevano i miei genitori, per grazia di Dio era avvenuto!

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