ISTITUTO G.B. TAYLOR

copertna

1939 Istituto G.B. Taylor- Roma Centocelle

Abitavamo a Roma in Via delle Spighe n° 2…

Arrivai al Taylor nel 1945. Fui accompagnato, in altre parole trasportato, su una canna di bicicletta guidata dal signor Veneziano. E’ nel suo ricordo, che nel 2004, in occasione della ricorrenza del centenario della sua nascita, mi è venuta l’idea di riordinare le mie memorie sulla mia permanenza all’Istituto. Mirella, alla quale accennai l’idea, ne è stata entusiasta e, d’accordo, abbiamo cercato di rintracciare più “ex” possibili per poi raccoglierne i ricordi. Così ho iniziato a fare una lunga serie di telefonate. Il primo che ho contattato è stato Filadelfo Arcidiacono che ci ha dato una mano in questa impresa, dandomi alcuni nominativi e numeri telefonici. Ho preso così il telefono e….: “pronto Mirella, pronto Filadelfo, pronto Michelina…..”, un pronto dietro l’altro, ho chiamato tanti amici di allora. Così, all’improvviso, i ricordi sono riaffiorati riportandomi a ritroso nel tempo e facendomi rivivere quella parentesi della mia giovinezza, quell’età felice conclusasi nel 1953, quando mi arruolai volontario nella Marina Militare.

Se questo album riuscirà a suscitare in voi anche solo una piccola parte della gioia che io ho provato, allora sono certo che è valsa la pena intraprendere questa impresa che voglio dedicare al signor Veneziano, Direttore del G.B.Taylor dal 1942 al 1953 e Pastore della Chiesa di Centocelle dal 1948 al 1953.

Un abbraccio, Gennaro Gelao

L’idea di questo album è nata da una telefonata inaspettata fattami nel 2004 da Gennaro, il quale, dopo cinquanta anni, mi chiedeva notizie di mio padre e pretendeva che mi ricordassi tutto di quei tempi lontani, quando abitavamo in Via delle Spighe. Ci siamo resi conto che i nostri ricordi erano intramezzati da molte lacune e questo ci ha spinto a chiedere il vostro aiuto per meglio richiamarli alla memoria. Grazie a voi, ed insieme con voi, abbiamo potuto intraprendere questo viaggio nel passato. E’ stato interessante constatare come la memoria perduta da parte di uno sia stata resuscitata dalla memoria di un altro.

Troverete in questo album una piccola storia del Taylor, dalla sua nascita fino al 1953, accompagnata da allegri episodi che ognuno di noi ha raccontato con semplicità.

Un ringraziamento a quelli che hanno contribuito andando a cercare “in cantina” vecchie foto di quando erano piccoli e, nella memoria, alcuni ricordi di allora. Agli altri, che non ricordano granché dell’Istituto che li ha ospitati, vorremmo che questo album portasse loro un soffio di gioia e li aiutasse a rivivere il tempo della loro fanciullezza e la consapevolezza di avere amici sparsi per il mondo che ancora li ricordano con affetto.

Gli amici sono come le stelle, anche quando non si vedono, ci sono.

Mirella Veneziano

Questa raccolta di ricordi è opera dei partecipanti alla riunione del Club Amici Istituto Taylor tenutasi ad Alba Adriatica dal 23 al 25 Aprile 2005.
Recentemente ci sono pervenute reminiscenze da parte di altri ex-ospiti dell’Istituto Taylor che abbiamo inserito nella ristampa del 2011.

UNA PICCOLA STORIA

Pur essendo questo essenzialmente un nostro album di ricordi, quali ex-ospiti dell’Istituto G.B. Taylor, abbiamo voluto tracciare, per chi ne fosse interessato, una sia pur minima e frammentaria storia, a partire dal nome che porta, fino ad arrivare ai ricordi di alcuni di quelli che ne sono stati ospiti dal 1932 al 1953. Sono memorie di chi, in un modo o in un altro, ha contribuito a mantenere tenacemente in vita il Taylor nei tempi più difficili della guerra e dell’immediato dopoguerra. Siamo certi che il Taylor sia sempre stato protetto dall’Alto e che, grazie al volontariato, alle generose donazioni ed all’amore di innumerevoli persone, nonostante i rischi di chiusura ripetutisi più volte nel corso degli anni, si sia sempre salvato in un modo che potremmo definire miracoloso.

Il nome dell’Istituto onora George Boardman Taylor (1832-1907), un Pastore americano che dedicò la sua vita allo sviluppo del movimento Battista in Italia. Giunto nel nostro paese nell’estate del 1873, Taylor prese la direzione dell’opera Battista e non l’abbandonò più fino alla morte.

1

Il missionario George Boardman Taylor

Lo storico Prof. Giorgio Spini dà un colorito ritratto di Taylor nel suo libro “Italia Liberale e protestanti” Claudiana 2002: “Taylor non era di umile estrazione. Era figlio di un eminente ministro battista di Richmond, la capitale della Virginia, cioè della più antica delle tredici colonie originarie d’America; aveva fatto buoni studi e attraverso il suo matrimonio si era imparentato con l’aristocrazia virginiana; nella Guerra Civile era stato cappellano militare di un reggimento della Virginia ed era cappellano dell’Università di Richmond, quando nel 1873 il Foreign Mission Board della Southern Baptist Convention gli chiese di andare in Italia per rimediare agli errori di Cote (nota: l’allora direttore della missione battista). Trovò un’opera missionaria in stato semi-fallimentare e in pochi anni la mise in condizioni di dignitosa stabilità. Il Sud dei patrizi virginiani era “Gone with the Wind”); ma Taylor era una tempra di costruttore non meno del popolano Wall ( nota: un missionario operante a Bologna). E quel che Wall e Taylor costruirono dura ancora oggi, dopo un secolo”.

Come ricordato dal pastore V. Veneziano nelle sue memorie: “Il nostro orfanotrofio G.B.Taylor funziona dal 1923 e la sua creazione fu un atto di generosità scaturito dalle rovine e dai dolori della prima guerra mondiale. Nel 1918, la nostra Assemblea Generale Battista, tenutasi a Napoli, aveva espresso con voto unanime la decisione di avere un Istituto capace di accogliere almeno 120 orfani ed il 21.1.1920 il Comitato Direttivo della nostra Opera decise di acquistare una bella proprietà a Roma – Monte Mario. L’assemblea Generale tenutasi a Milano nel gennaio 1923 acclamò la proposta del fratello A. Messa, deliberando che l’orfanotrofio portasse il nome del missionario G.B.Taylor “

Concepito nel 1918, al termine della prima guerra mondiale, come un aiuto per gli orfani di guerra, l’Istituto divenne operativo dopo cinque anni. La prima crisi avvenne nel 1937, quando la sede di Via Camilluccia 8 fu espropriata dal regime fascista per essere assegnata all’Opera Nazionale Balilla. L’orfanotrofio fu quindi trasferito in un villino in affitto al n. 35 della stessa via.

2

Album Myckaniuk: Il cancello di Via della Camilluccia 8

Nel 1935, la signora Adelaide Fasulo, vedova del pastore Aristarco Fasulo, assunse la direzione didattica dell’orfanotrofio e, nonostante la chiusura temporanea nel 1939, riuscì a mantenerlo in vita anche dopo il suo trasferimento in Via delle Spighe 2, a Roma-Centocelle, dove l’Istituto Taylor è tuttora ubicato.

3

Adelaide Fasulo

La signora Fasulo è stata una figura molto importante per il Taylor. Gennaro Gelao, che la rivide nel 1971 e la intervistò per la rivista di informazione ai soci del Club Amici Istituto Taylor, ci ha inviato le seguenti informazioni: “Adelaide Fasulo ha dedicato circa 30 anni della sua vita all’orfonatrofio. Oggi ha 87 anni e vive con i ricordi e rammenta ogni particolare della sua vita trascorsa a Centocelle. Sposata con Aristarco Fasulo, pastore della chiesa di Roma Teatro Valle nel 1914, divenne vedova nel febbraio del 1935 e fu invitata a dirigere l’Orfanotrofio, allora a Monte Mario, come direttrice didattica. Allo scoppio della guerra, il dott. Whittinghill non potendo più pagare l’affitto a Monte Mario, mandò due carri traslocando a Centocelle. Vi erano allora una decina di ragazzi. Tra i ricordi della signora Fasulo c’è anche la partenza, nel 1939, di Ezio Saccomani, allora prefetto, per l’Africa”.

4

1940 – Il G.B.Taylor si trasferisce a Roma-Centocelle , in Via delle Spighe 2. Il villino come era al momento del trasloco.

Un’altra persona che risulta determinante per la continuazione dell’opera dell’Istituto G.B.Taylor fu il pastore Vincenzo Veneziano. Nel 1942, in piena guerra, allorché la signora Fasulo rimase sola a Centocelle, con sei bambini da curare, si prospettò la chiusura definitiva del Taylor, ma il pastore Veneziano si prodigò affinché ciò non avvenisse e su approvazione del Comitato dell’Opera Battista, di cui era membro, ne assunse la direzione dal 1942 al 1953. In questo periodo il numero degli ospiti salì da sei a più di cento nel 1953, quando il pastore Veneziano dovette lasciare l’Istituto su richiesta del Comitato dell’Opera Battista che aveva visto in lui la persona giusta per far fronte a una crisi avvenuta nell’ambito della Scuola Teologica Filadelfia di Rivoli Torinese.

5

Il pastore Vincenzo Veneziano

Di questo periodo abbiamo più notizie perché molti di noi hanno raccontato ciò che avvenne durante e dopo la guerra. Ci risulta che il pastore Veneziano, non solo scongiurò la chiusura dell’orfanotrofio, prevista dal Comitato dell’Opera Battista, ma che affidandosi all’aiuto di Dio, che era l’unica certezza in quei tempi difficili, raccolse i fondi per la costruzione di nuovi edifici e di una chiesa che desiderava fosse di stile francescano. Tutti gli ospiti di quell’epoca ricordano di aver partecipato con piccoli lavoretti a dette costruzioni.

Questi avvenimenti sono così descritti nelle sue memorie: “Erano momenti assai difficili; maturavano avvenimenti che, poi, gettarono nel lutto il mondo intero e nonostante che il 6.3.1939 dalla zona di Monte Mario l’orfanotrofio fosse stato trasferito nella nuova proprietà di Centocelle, il 4.9.1939 il nostro Comitato Direttivo ne decise la chiusura temporanea. L’orfanotrofio continuò a vivere in forma assai ridotta, specialmente a motivo delle gravi condizioni economiche delle nostre Chiese e della nostra Opera. Ospitava soltanto sei ragazzi. Così arrivò il 1942 quando sembrava che la chiusura dell’orfanotrofio fosse un fatto ineluttabile. Ma si trattava di un’attività protetta direttamente dal Signore ed il Comitato Direttivo della nostra Opera, su proposta del fratello Manfredi Ronchi, decise l’esperimento di affidarmene la responsabilità completa direttiva. Potrei riferire tanti particolari illustranti la benignità del Signore manifestatasi sempre al momento più opportuno. Ogni sera ed alla fine di ogni mese, si poteva ripetere con riconoscenza: “fin qui il Signore ci ha soccorsi”. Durante la seconda guerra mondiale l’orfanotrofio ha potuto resistere soltanto perché non è un’opera per la gloria di alcun uomo. Abbiamo attraversato momenti assai neri, ma si è trattato sempre di un “passaggio”, molte volte necessario e sempre ricco di ammaestramenti”.

6

1942 Il Pastore Vincenzo Veneziano con i sei ospiti rimasti durante la guerra Abbiamo identificato, da sinistra: Raffaele Natale, Franco Galliano, Elio Forma, Nicola Myckaniuk, Mosé Cicoira, Armando Puppio. (A quei tempi, d’inverno, s’indossavano le famose mantelle blu)

Nel 1947, come molti di noi ricordano, fu ampliata la Sezione Maschile e nel 1948 fu ultimata la costruzione della Sezione Femminile, della Chiesa e dell’Ambulatorio. Ingrandendosi, il Taylor cominciò ad offrire ospitalità anche a convittori provenienti dalle nostre chiese. Alcuni ex-preti in difficoltà economiche, dati i tempi in cui spretarsi voleva dire totale emarginazione sociale, furono ospitati al Taylor, ed essi contraccambiarono lavorando come istitutori. Fra questi ricordiamo: Ciampa, Cirino, D’Abramo, Gasbarro, Mirco e Petrini. Alcuni divennero successivamente Pastori.

Infine, nei primissimi anni Cinquanta, con la costruzione di un nuovo edificio, si cominciarono ad ospitare anche gli anziani. La visione del pastore Veneziano era quella di creare un ambiente in cui anziani e bambini potessero interagire e dar luogo ad un rapporto “nonno-nipote” che avrebbe arricchito la vita sociale di tutti. Anche questo sogno si realizzò.

L’Istituto diventò anche un centro di evangelizzazione per la zona di Centocelle. Le predicazioni e i dibattiti con esponenti della chiesa cattolica si svolgevano non solo in chiesa, ma anche nella vicina Piazza dei Mirti. In quelle occasioni partecipava con entusiasmo anche il pastore Manfredi Ronchi, uno dei predicatori più attivi ed illuminati di quel periodo. Il pastore Ronchi aveva molto a cuore l’Istituto Taylor e ricordiamo le sue visite e quelle della sua famiglia con immensa riconoscenza.

Nel 1970, ci fu una nuova grave crisi dovuta allo stato di degrado degli edifici per mancanza di manutenzione ed adeguamento agli standard del momento. Ma anche questa crisi fu superata grazie aI CAIT (Club Amici Istituto Taylor), una associazione voluta e fondata da Gennaro Gelao, che tramite le nostre chiese e gli ex-ospiti del passato, raccolse fondi e diede lo stimolo necessario per far sopravvivere l’Istituto. Dallo statuto del CAIT apprendiamo:

“Il CAIT si propone di restaurare, rimodernare e collaborare per la sopravvivenza dell’Istituto G.B.Taylor, la cui opera nel passato è stata per tutti, ragazzi, giovani e adulti, di insostituibile utilità”.

I RAGAZZI DEL TAYLOR

AMELIO GIANNETTA- Sun City, California, U.S.A.

I ricordi più remoti che abbiamo raccolto sono di Amelio Giannetta, vengono da lontano e si riferiscono all’anno 1932. Abbiamo rintracciato Amelio a Los Angeles, California dove vive in emeritazione pastorale, dopo aver svolto attività di evangelizzazione nelle comunità italiane d’oltre oceano. Lasciato il Taylor, andò in California, dove si laureò in Teologia. Fondò la comunità battista di lingua italiana a San Francisco ed evangelizzò con successo nella zona della Bay Area tramite la trasmissione radiofonica “La Buona Novella”. Dal 1960 Amelio fu per 20 anni missionario in Brasile nella funzione di Segretario Esecutivo del Dipartimento di Evangeliz-zazione. Così quel seme della “Parola” che aveva ricevuto al G.B. Taylor si sparse da San Paulo alla Giungla Amazzonica.

1

Amelio Giannetta

Amelio ci ha inviato una divertente e-mail con i ricordi del suo arrivo all’Istituto G.B.Taylor a Monte Mario nel 1932:

“Appena arrivato, mentre aspettavo nell’ufficio del direttore, il cane di Pasella mi morse il piede e bucò la scarpa. Forse pensava ci fosse del formaggio tra le dita del piede”. “Al tempo di Pasella eravamo 18-20. Dopo Pasella venne la signora Sanders con due figlie. Lei era un tipo mamma, dolce e paziente. Ezio Saccomani era il prefetto. Lo ricordo bene perché mi diede un Nuovo Testamento, il primo della mia vita. Era così prezioso che lo portavo sempre con me, anche a scuola. Un giorno la mia maestra lo vide e me lo chiese per leggerlo. A quel tempo dovevo essere un ribelle perché più di una volta fui messo in “cella” per “meditare” sui miei misfatti. Dopo la signora Sanders venne la signora Fasulo e suo figlio Marco faceva un po’ da prefetto. La signora Fasulo è stata la persona che ha avuto la più grande influenza nella mia vita negli anni dell’orfanotrofio. Di lei e di Marco ho tanti ricordi”.

2

Adelaide Fasulo

Amelio ricorda che in quel periodo, sotto la direzione Fasulo oltre a lui, i residenti in Via della Camilluccia 35 erano: Dante ed Emilio Capobianco, di Isola del Liri, Elio Forma, Nicola Myckaniuk ed Armando Puppio.

ANTONIO TRIVELLI- Bisaccia

Antonio ci ha inviato da Bisaccia alcuni suoi divertenti ricordi ed una bella foto di gruppo con una ingegnosa ricostruzione dei personaggi. Ecco la sua lettera ed i suoi racconti:

“Carissimi,  sono Trivelli. Non so se vi ricordate di me, ma comunque avremo modo di vederci il 23 aprile.  Vi mando questa foto anni cinquanta, con la speranza di poterla inserire nel libricino che state facendo.  In attesa di vederci, un caro saluto e a presto.” Antonio Trivelli

3

Album Trivelli: Antonio

Quella frutta malcapitata

Credereste mai che la frutta non riesca a giungere a maturazione? Ebbene, vi dico che all’Istituto G. B. Taylor questo fenomeno accadeva! Ciliegie, pere, mele, prugne, fichi, giuggiole, ecc. non potevano permettersi il lusso di cominciare a cambiar colore, che la loro fine era già segnata…c’eravamo noi ragazzi ad aspettarle. Non riuscivano a scamparla neppure le nespole, il cui albero si trovava proprio di fronte alla finestra del guardaroba in cui lavorava la signora Assunta e, quindi, da lei costantemente sorvegliate. Tra tutti i frutti, uno soltanto era il fortunato: il cachi; esso sfuggiva alle nostre attenzioni per ovvi motivi. Sentite ora com’eravamo ben organizzati: due ragazzi erano impegnati nella raccolta ed altri due facevano da “palo”; al primo segno di pericolo scattava l’allarme, che consisteva nel fare un fischio simile a quello che usava Zorro quando, nei films, chiamava il suo cavallo. Il meccanismo era questo: si univano pollice ed indice, si appoggiavano sulle labbra e, con un soffio, si riusciva ad emettere un suono che si espandeva per circa mezzo chilometro di distanza. Vittime di questa organizzazione erano anche gli ortaggi del nostro vicino, il signor Mambrini. Con lui sembrava avessimo fatto un contratto a mezzadria, ricavando così finocchi, pomodori, carote e quant’altro egli piantasse, il tutto, con la complicità del pallone, che finiva lì “casualmente”. Il signor Mambrini era un uomo dalla carnagione scura e con dei baffi che facevano pensare ad una persona autoritaria, burbera, al contrario, era di una bontà esemplare, basti pensare che, quando si accorgeva dei nostri furterelli e veniva a reclamare, lo faceva con una timidezza tale che sembrava porlo dalla parte del torto. Pace all’anima sua….e a quella dei suoi ortaggi! Quanti i ricordi che mi ritornano in mente, come ad esempio un episodio simpatico che accadde un giorno in quello che invece era il “nostro” orto. Le piante delle fave avevano raggiunto un’altezza che permetteva a noi di stare sdraiati a terra senza essere visti, così, con la scusa di giocare a “nasconderella”, approfittavamo dell’occasione per cercare i baccelli più grandi. Fu proprio durante quest’attenta ricerca che, improvvisamente, il nostro amico Praticò esplose in un “Ammazza che saraga, ahò!”. L’urlo fece spaventare la signora Fasulo (responsabile del reparto maschile), che si trovava lì per caso ed era intenta a raccogliere un po’ di prezzemolo. Purtroppo però, lo spavento durò poco, infatti, ripresasi immediatamente, ci prese per un orecchio e si apprestò a ricompensarci con una bella punizione. Non dimentichiamo però che, come si suol dire, “il lupo perde il pelo ma non il vizio!”

Ricordi belli

“Oggi è Natale, senza soldi si sta male, dacci almeno cento lire per poterci divertire!” Non ricordo chi c’insegnò questa breve e semplice frase rimata e neanche chi ci suggerì di recitarla davanti all’allora Pastore e Direttore del G.B. Taylor Vincenzo Veneziano, certo è che fummo premiati e, cosa da non credere, da lui ricevemmo tutti una banconota da cento lire. Io, da una vecchia scatola, ricavai un portafoglio di cartone, nel quale la conservai molto gelosamente e per molto tempo, anche perché non era un evento che accadeva tutti i giorni. Potete immaginare che Natale fu quello di circa cinquantacinque anni fa: avere in mano una banconota grande quanto l’attuale duecento euro, ci faceva sentire piccoli uomini e ci dava una certa sicurezza. Tutto questo grazie al pastore Veneziano, sulla cui persona vorrei spendere due parole, a prescindere dal regalo, quelle cento lire che, ci tengo a precisare, ci diede molto generosamente ed amorevolmente. La figura del signor Veneziano mi è rimasta impressa, infatti, soprattutto per la sua bontà, per la sua disponibilità e per l’amore che nutriva per noi. Mi viene in mente quando, una volta, prese per mano me ed un altro bambino, ci portò nel canneto in fondo all’orto (un posto in cui non andavamo mai perché ci avevano raccontato che vi era stato seppellito un soldato tedesco), tirò fuori un temperino, tagliò una canna e ne ricavò uno zufolo ciascuno. Al di là di tutto, però, ciò che ricordo più in particolare, è la sua mano grande, avvolgente, una mano che infondeva calore, che mi dava sicurezza e che mi faceva sentire protetto, già questo era sufficiente per mostrare il suo affetto nei nostri confronti e per farmi capire come ci avesse preso a cuore. Sicuramente potrei soffermarmi ancora su di lui, anche perché ci sarebbero altri episodi altrettanto significativi da raccontare ma ritorniamo ora alle famose cento lire. Di fronte alla nostra scuola, ogni mattina, apriva la sua bancarella di leccornie varie quello che noi chiamavamo “er vecchietto”, anche se in realtà non era affatto vecchio; questi richiamava la nostra attenzione urlando “lupì, lupì…fusà, fusà” e sicuramente il suo scopo è stato raggiunto, tant’è vero che credo che le cento lire del signor Veneziano di quel Natale siano andate tutte a lui, in cambio di “fusaie” (lupini), bruscolini, cartocci di castagnaccio, liquirizie… Anch’io dopo un po’ feci lo stesso investimento, conservando però una moneta da cinque lire, che decisi di gettare nelle fondazioni della chiesetta, allora in costruzione, perché avevo sentito dire che tale gesto era di buon auspicio per il futuro dell’edificio in questione. Ad esser sincero, prima di lanciarla ci pensai un po’, infatti la osservai e mi sembra di averla ancora adesso sotto gli occhi, su di essa erano raffigurati un bel grappolo d’uva da un lato e una testa di donna con in mano una fiaccola dall’altro. In fondo, a pensarci bene, mi privai solo di un cartoccio formato piccolo di castagnaccio ma fui ricompensato dalla soddisfazione di aver contribuito al sostegno della chiesa, che fu costruita non solo sulla roccia ma anche ……sul metallo”.

Ed ecco la foto di gruppo che ci ha inviato Antonio:

4

Album Trivelli: Scalinata Sezione Maschile – anni 50

bis

1) Gennaro Gelao 2) Giuseppe Cozzolino 3) Francesco Cinelli 4) Vincenzo Cicoira 5) Alberto Bertolini 6) Romano Benigni 7) Lucio Praticò 8) Domenico Tomasetto 9) Angelino Tomasetto 10) Luigi Pappagallo 11) Pietro Calà 12) Giuliano Chiamante 13) Rinaldo 14) Crotone 15) Nino Tarascio 16) Arnaldo De Martino 17) Corrado (Moscerino) 18) Santo La Terra 19) Michele Solazzo 20) Pasquale Danzi 21) Mario Gobbi 22) Tommaso Gelao 23) Lillino 24) Giuseppe Mocci 25) Antonio Trivelli 26) Antonio Di Ioia 27) Enzo Manzi

ARMANDO PUPPIO- Monterotondo

Circa il fatto che l’Istituto dovette trasferirsi al numero 35 di Via della Camilluccia, abbiamo ricevuto conferma anche da Armando Puppio, ospite del Taylor in quel periodo. Armando, attualmente residente a Monterotondo, ci ha inviato una foto con lui davanti al cancello d’entrata della villetta (un po’ bruttina) con canneto, presa in affitto dopo l’esproprio di quella di gran lunga più bella. Ecco una foto del febbraio 1939 con Armando davanti al cancelletto d’entrata. Lo stesso anno si trasferirono tutti a Centocelle.

5

Album A. Puppio: Armando davanti al cancelletto di Via della Camilluccia 35 a Monte Mario

6

Armando Puppio

Armando racconta: “Sono stato ospite dell’Orfanotrofio dal 1939 quando era ancora a Via della Camilluccia, 35 a Monte Mario. Ci trasferimmo poi a Via delle Spighe, 2, a Centocelle, dove passai il periodo della guerra. Eravamo solo sei con la signora Fasulo e i suoi due figli Giulia a Marco. La signora Fasulo era molto severa, ma ci ha insegnato molte cose. Durante i bombardamenti ci dava picconi e pale e ci portava giù nel refettorio e ci preparava ad essere pronti a scavare in caso di crollo della casa. Ricordo della signora Fasulo il suo insegnamento ad aver fede ed a credere nella Provvidenza Divina. Valori che tuttora mi accompagnano nella vita. Quando ci mancava qualcosa di essenziale, per esempio: olio, sapone o vestiti, ci parlava della Provvidenza Divina. “Vedrete ragazzi che qualcuno ci penserà”, ci assicurava. E ciò avveniva tramite il signor Veneziano che puntualmente arrivava in bicicletta e ci portava sempre qualche cosa che a noi mancava. Erano doni dei membri della Chiesa di Via Urbana. Costoro ci volevano molto bene e quando la domenica andavamo al culto in via Urbana, ci ospitavano per la giornata nelle loro case. Ricordo che io venivo spesso ospitato dalla famiglia Pasella, in Via Agostino Depretis. La sera della domenica, Amelio o Ricozzi ci venivano a prendere e ci riaccompagnavano a Centocelle. I miei compagni che ricordo sono: Amelio Giannetta, Nicola Myckaniuk, Mosé Cicoira e Ruggero Righetti (Val di Susa)”.

Armando ci ha inviato alcune foto dei suoi amici. Ecco il giardino in Via delle Spighe con un bel gruppo di bambini allegri e sorridenti che sembra lo apprezzino veramente!

7

Album A. Puppio: Nel giardino

8

Album A. Puppio: Nel giardino

9

Album A. Puppio: 1940 Foto di gruppo con il cane Lillo.

Siamo riusciti ad identificare: il prefetto Marco Fasulo (il primo a sinistra della fila in alto), Amelio Giannetta (che si appoggia al cane Lillo) , Elio Forma (a destra di Amelio), e Giovanni Ricozzi (l’ultimo a destra della terza fila in alto), davanti a Ricozzi, Mosé Cicoira. In piedi in alto da destra: Armando Puppio e Nicola Myckaniuk

10

Album A. Puppio: 1940. Foto di gruppo sulla scalinata della Sezione Maschile

ENNIO MALARBY- Genova

Ennio, ospite del Taylor nel 1946, parlando al telefono con Gennaro, ha ricordato che a quei tempi al Taylor c’erano molti animali che venivano usati per l’alimentazione di noi ragazzi. Ennio ci ha raccontato un episodio tragicomico di quel periodo riguardante il pollaio. Ricorda che finché si trattò di raccogliere le uova, tutto era facile, ma non altrettanto quando si trattò di tirare il collo alla prima gallina. La signora Fasulo molto diplomaticamente chiese di farlo a chi si sentisse in grado. Nessuno si fece avanti. Fu allora che Ennio, ricordando un suo vecchio zio che aveva visto tirare il collo alle galline con grande facilità, si offrì volontario e con coraggio prese la gallina, ma questa con grande destrezza volò via lasciandogli in mano testa e collo…

Ennio ci ha inviato queste bellissime foto :

11

Album Malarby: Ennio e Gennaro che lo osserva (pensando forse alla gallina)

12

Album Malarby: Ennio sulla scalinata della Sezione Maschile

13

Album Malarby: In piedi: Lidia, Ennio, Maria Davanti: il fratellino Tullio

14

Album Malarby: 1947 Bianca Geronzi con Guido Veneziano e Tullio Malarby

Bianca Geronzi arrivò al Taylor nel 1947. Successivamente arrivò anche la sorella di Bianca, Lidia Geronzi.

15

Album Malarby: Lidia e Maria

16

Album Malarby: Lidia ed Ennio (I fidanzatini sul terrazzo del Taylor)

Lidia e Ennio si conobbero al Taylor. S’innamorarono e si sposarono.

ENZO VENEZIANO- Pittsburgh, Pennsylvania, U.S.A.

17

Enzo Veneziano

Enzo ha voluto parlare di suo padre e ha anche condiviso con noi molti suoi vividi ricordi che sono riportati qua e là in questo album.

Ricordando mio padre nel centenario della sua nascita.

“Era ultra novantenne, la mente limpida e veloce, come sempre, ma se possibile, più profonda, a tratti anche poetica. A volte, svariate volte, mi parlava del suo lavoro pastorale. Enzo, mi diceva, ho amato tanto e tutto il mio lavoro. Però devo ammettere che fra tutte le attività da me svolte, quella dell’orfanotrofio durante e subito dopo la guerra, la ricordo come quella che fu e tuttora è nel più profondo del mio cuore. Quel periodo, neanche un attimo di quel periodo, non lo scambierei mai con qualsiasi altro. Non eravamo ricchi, l’economia del paese era in ginocchio, non potevamo spendere quello che non avevamo ed allora i nostri fratelli e sorelle battisti d’oltre oceano ci aiutarono generosamente ed anche per questo, che Dio li benedica. Però non dimenticherò mai l’aiuto delle nostre Chiese battiste italiane. Tutte le offerte dei nostri fratelli e sorelle, seppur minime come il “soldino della vedova”, ci diedero la forza ed i mezzi per sopravvivere in quei giorni così difficili. Tutta la mia riconoscenza va a quelli che hanno dato pur non potendo. Lo hanno fatto per amore, per altruismo, per fede. Che Dio benedica le nostre Chiese Battiste d’Italia”.

Enzo ha anche ricordato il vascone di cui parleremo più tardi.

“C’era un magnifico luogo di svago per i bambini: il vascone. La vasca per l’irrigazione dell’orto durante le giornate calde diveniva per noi una splendida piscina. Ricordo che gli istitutori ci facevano fare i turni prima di farci saltare nell’acqua. Come tutte le cose, questa vasca ci sembrava enorme, ma vista poi con gli occhi degli adulti, era veramente piccola. Questa vasca si trovava proprio sotto il balcone della camera da letto dei miei genitori. Un bel giorno, sentendo urla di gioia e risa venire da quella parte, andai ad esplorare e con grande sgomento vidi che la mia cara sorellina Mirella, essendosi impossessata della mia preziosa collezione di palline di vetro “borgioni”, si dilettava a gettarle dal balcone nel vascone, in dono ai miei cari amici che si tuffavano per impossessarsene. Che posso dire. Ho 64 anni e tuttora mi diletto a prendere in giro mia sorella per quella sua generosità che allora mi disturbò molto”.

FILADELFO ARCIDIACONO- Imola

Anche Filadelfo che fu ospite del Taylor dal 1948 al 1953 ha voluto inviarci la sua testimonianza dei suoi ricordi di fanciullezza. I suoi pensieri ci arrivano da Imola:

“Il periodo che va dal 1948 al 1953 è stato da me trascorso nell’Istituto evangelico “G.B.Taylor” di Centocelle in Roma. Questo lasso di tempo è stato fondamentale per la formazione della mia vita in seno alla società. Ringrazio il Signore perché mi ha dato l’occasione di incontrare alcune persone che sono state importanti; cito alcune figure fondamentali per la mia crescita come il pastore Vincenzo Veneziano, la direttrice del reparto maschile signora Adelaide Fasulo, l’istitutore Angelo Santamaria, nonché tutti i compagni di quel periodo che ricordo con molto affetto e che, con diversi di loro, tuttora, a distanza di così tanto tempo trascorso, trattengo rapporti affettuosi; in occasione di incontri e anniversari ho avuto modo di rivederli, abbracciarli e, credetemi, è stata una gioia immensa. Termino queste poche righe esprimendo gratitudine per coloro i quali stanno raccogliendo notizie e fatti di vita vissuta nel periodo della nostra fanciullezza. Grazie di vero cuore a tutti voi e che il Signore vi benedica”.

18

Filadelfo

Riguardo Filadelfo, vogliamo comunicarvi una notizia che troviamo veramente interessante. Suo nonno, il pastore Giovanni Berio, iniziò la sua operosa vita di Pastore Battista, proprio sotto la guida di G.B.Taylor, nel 1870, agli albori dell’evangelizzazione battista in Italia. Nel luglio del 1898 pubblicò il suo primo libro: “I Protestanti” che dedicò al missionario G.B.Taylor.

19

Il gioco del pallone In piedi da sinistra: Filadelfo Arcidiacono, Luigi Pappagallo, Fausto Giannini, Michele Solazzo. Accovacciati da sinistra: Franco Cinelli, Giuliano Chiamante, Enzo Veneziano

20

Il gioco del pallone Da sinistra chinati: Filadelfo, Tommaso, Guido, Giuliano, Nino, Pietro In piedi da sinistra: Franco, Luigi, Fausto, Enzo, Domenico, Michele, Gennaro

FRANCO CINELLI- Gorgier, Svizzera

Franco Cinelli ci ha inviato una sua foto e una lettera da Gorgier, Svizzera, dove risiede da circa cinquanta anni. Purtroppo l’accoppiata Poste Svizzere-Poste Italiane non ha funzionato al meglio ed abbiamo ricevuto la sua lettera troppo tardi per essere inclusa nell’album in modo appropriato. Franco ricorda il Taylor così:

“ Non è facile cominciare una lettera con qualcuno che non si è più visto dopo oltre 55 anni. Arcidiacono mi ha telefonato dicendomi che avete una mia foto nell’officina di Vulcano e io non ho ricordo della foto, ma ricordo bene Vulcano, non so se è il suo vero nome o lo chiamavamo così visto la sua statura e il suo fisico solido e che praticava anche la box.

21

Album Cinelli. Franco nel 1949

Faccio un riassunto degli anni trascorsi nell’Istituto G.B.Taylor a Centocelle che spero possa servire per il diario in preparazione. Arrivai nel settembre 1947. Fu in occasione di una visita del Pastore M. Ronchi e del dottor Moore alla comunità evangelica del mio villaggio che mia mamma colse l’occasione di farmi viaggiare con loro per quello che doveva essere un soggiorno in collegio che doveva durare circa 7-8 anni. Era la prima volta che salivo su un treno, ricordo che feci tutto il viaggio in piedi. Finalmente a tarda sera arrivammo a Roma e per la notte il pastore Ronchi mi prese in casa sua. Dormii nella stessa camera del figlio Franco. Ci sono cose che non si dimenticano neppure dopo sessanta anni, una di esse è quando entrai nel loro bagno. Oltre l’odore della candeggina e il profumo dei saponi ero del tutto perso e non sapevo se dovevo usare la vasca, il bidè o la tazza, in quanto in casa mia non vi era l’imbarazzo della scelta. Avevamo solo il vaso da notte. Il giorno dopo il dottor Moore venne a prendermi con la sua Buick nera per portarmi a Centocelle. Vi grazio di tutti i dettagli del mio arrivo in mezzo a tanti bambini che parlavano una lingua diversa dalla mia. Per abbreviare, ma per dimostrare che ho ancora molti ricordi, voglio enumerare una buona parte dei residenti dandone qualche dettaglio. Ricordo tutta la famiglia Veneziano: la signora Annina, la signora Miriam, la nonna Romilda, Mario, Anna, Mirella, Enzo e Guido. Vorrei aprire una parentesi specialmente sul signor Veneziano a cui più di ogni altro si può applicare il versetto biblico: “Inculca al fanciullo la condotta che deve tenere, quando sarà grande non se ne dipartirà”. Ricordo la signora Fasulo e i suoi figli Marco e Giulia, il signor Siano di Salerno, Angelo Santamaria, il signor Pitta, Rocco e suo fratello Giuseppe, Armando e Fiore Puppio, Italiano, Ennio e Tullio Malarby (venivano dalla Liguria), Gennaro e Tommaso Gelao, i fratelli Scattaglia, Mosé e Vincenzo Cicoira, Nicola e Elia Tartaglia, Coccia, Arnaldo Di Martino, F. Montanari, Danzi, Corti, Michele e Luigi Pappagallo “Perrone”, Benito e Romano Benigni, Mocci e un altro ragazzo (venivano tutti e due dalla Sardegna), Mauro (un ragazzo molto timido), Giacovazzi, Pallavicini, due fratelli gemelli di Roma, ma non ricordo il loro nome, la signora Assunta e i suoi figli Gemma e Antonio. Quanto alle “bambine”, ne ricordo pochissime: le sorelle Mastrodicasa, le sorelle Zampino, Michelina ed una certa Flora che guardavo con occhio particolare, ma lei non se ne è mai accorta. Vedo ancora dei visi, ma non riesco a mettervi i nomi. Avremo modo di rievocare tanti dettagli nei due giorni che passeremo insieme. Spero di non avervi annoiati abbastanza e di avervi causato mal di testa con la mia calligrafia, ma soprattutto con l’ortografia. Io non facevo parte dei “capoccioni”, ve ne ricordo tre: Arnaldo, Montanari e Danzi. Io risiedo in Svizzera da circa 50 anni, ho sposato una svizzera tedesca. Siamo sposati da 43 anni e abbiamo due figli e quattro nipotini. Con Arcidiacono ci siamo sentiti diverse volte per telefono. L’ho già ringraziato per la splendida iniziativa di ritrovarci e l’impegno che ci avete messo. Mi rallegro all’idea che ci rivedremo e nell’attesa vi invio cari saluti anche da parte di mia moglie.” Franco Cinelli

GENNARO GELAO- Padova

“In altra pagina di questi ricordi, potete leggere quanto ho scritto in occasione della nascita del CAIT nel 1970. Ora aggiungerò altri episodi, presi così alla rinfusa, nel modo che sono scaturiti nel corso delle numerose telefonate.

22

Gennaro Gelao

Il primo è rivolto al cane Spot. Enzo lo ricorda anche lui. Nessuno ricorda però che una volta questo cane sparì per tanti giorni tanto che ormai nessuno pensava di rivederlo. Un giorno, però, il signor Veneziano mentre era a Piazza dei Mirti dove si recava spesso per alcuni dibattiti nella pubblica piazza, si sentì leccare la mano e… era Spot. Lo riportò al Taylor e la mia felicità fu tale che scrissi un articolo a riguardo che fu pubblicato su una rivista evangelica.

L’episodio delle campane lo ricordano invece in molti. Nessuno però ha affermato che il suono di quelle campane era veramente fastidioso. Lo paragono al suono che fanno i bambini quando giocano, fanno “caciara”, dicono a Roma, ma che dava fastidio a chi non li ama ma dava gioia a chi loro voleva bene. Pitta, inimitabile, le faceva suonare con una veemenza che faceva esprimere la gioia, che dava loro vitalità. Prendeva un batacchio in una mano, l’altro nell’altra mano e… sembrava la conclusione di un suono pirotecnico che concludeva una manifestazione di festa con fuochi d’artificio. Pitta s’improvvisò maestro campanaro ed insegnò ad altri la sua tecnica. Pitta, però era anche istitutore e un vero boy scout. Era buono e lo facevamo arrabbiare. Ci rincorreva e ci prendeva, ma seppur avesse grosse mani, non faceva mai male, le sue erano quasi carezze. Tommaso, mio fratello, ricorda che cantavamo: “Si è accesa… una candela…. è morto il signor P (non Pitta)…..chi se ne frega!“ Era un inno, lui era un buono. E’ stato un grande. Grazie Pitta

Per anni il Pastore Veneziano, già era Pastore oltre a Direttore del Taylor, alle 7.30 officiava il culto prima di andare a scuola. Il suo era un culto particolare, perché era anche scuola domenicale e scuola biblica. Avendo bambini, ragazzi ed adulti ad ascoltarlo, doveva spiegare la Parola a tutti. Lui invitava noi ragazzi a scrivere su argomenti che poi ampliava. Così ogni mattina era letto, spiegato e discusso, un proverbio preso dalla Bibbia. La domenica culto regolare.

Un anno ci fu “l’invasione” dei “preti e frati” che abbandonarono la loro Chiesa e si rifugiarono al Taylor. Molti divennero Pastori. Molti trovarono moglie nell’Istituto stesso.

Un giorno vidi al cancello un signore con una signora più giovane ed un bambino. Fui io che andai ad aprire per farli entrare. Quel signore era Pietro Germi, il regista, la donna, forse la sua cameriera o cuoca, il bambino si chiamava Renato… Curcio! Il Curcio Renato rimase con noi ospite del Taylor.

Della “casa dell’uomo” ricordo che agli inizi era un luogo quasi misterioso. Nessuno vi andava finché non si popolò con galline, conigli, capre e maiali. Ricordo, purtroppo ancora oggi, le grida di un maiale che non voleva farsi prendere da noi bambini che a noi sembrava un gioco ma lui “sentiva” che era giunta l’ora di sfamarci. Parecchie volte portavo la capra ed il suo piccolo al pascolo alla Torraccia. La capra dava latte ed era munta probabilmente da Armando Puppio che era bravo a fare il verso tanto da essere soprannominato “capra” da giovane, ricorda Tullio Malarby, e “caprone” dopo, poiché adulto”. Il mio soprannome era invece “pappone” perché oltre a mangiare quello che avevo nel mio piatto, pulivo anche quello di mio fratello Tommaso che mangiava meno.

amici a

Album T. Gelao: 1952-Gennaro e Tommaso con la loro mamma.

La “casa dell’uomo” divenne poi dimora della falegnameria, prima con Ercole Celano, e dopo con Rocco Natale. Quella casa fu anche dimora di un’officina dove poi Vulcano (nessuno ricorda il suo vero nome) lavorava col fuoco, ma faceva anche combattimenti pugilistici nei rings romani. Quante volte veniva “pestato” per un combattimento perduto.

Vi era anche il garage dove riposava il gippone. Fu abitazione e luogo di relax.

In altre pagine avrete letto del Tribunale creato dal signor Siano. Era veramente una cosa molto sentita. Il “pubblico ministero” credo che fosse Mauro Rago che era serio anche quando rideva. Chi non ricorda, tra i “vecchi”, che siccome la Chiesa non era ancora stata completata, nella sala da pranzo del reparto maschile, che fu addobbata per il grande evento, il signor Siano si sposò con Iris Lo Re? Andarono ad abitare a Bari ed io fui il loro primo “figlio” perché fui ospitato a casa loro per tre mesi! Tino Siano ed Angelo Santamaria sono stati i miei primi due istitutori. Due caratteri diversi. Il primo si comportava come un padre, il secondo più istitutore. Angelo ci preparava alle recite che erano proprio commedie da teatro. Vi era anche uno scopo a fare questo: battere la concorrenza. La concorrente era la Marcella Guigli, istitutrice del reparto femminile, che preparava alle recite le bambine e quindi bisognava fare meglio di loro. Così mentre Angelo mi preparava a recitare il personaggio di un innamorato che per amore della sua bella doveva esperimentare per volere del “suocero” a non mangiare per vedere cosa succedeva, dall’altra parte Mirella cantava e ballava: “Io son Rosina, la mondaina…” Sia Siano che Angelo c’infliggevano punizioni che andavano dallo stare senza frutta, senza secondo, o a letto senza cena, se si doveva punire chi invece di andare a scuola andava a spasso! Ambedue però sapevano che chi aveva quella punizione mangiava più degli altri perché noi tutti andavamo incontro al punito, specie se senza cena, che alla fine mangiava più di tutti.

Della signora Fasulo ho i ricordi più belli. Era lei che “pompava” dal pozzo nero e noi riempivamo i secchi per concimare la terra; era lei che ci faceva la sveglia, che ci aiutava negli studi e che controllava se eravamo ben coperti nel vestire. Dava un pizzicotto sulle braccia per vedere se avevamo la maglia. Quante volte cercava di prendermi ed io a correre intorno ad un tavolo rotondo! Mi prendeva solo perché volevo. Grazie signora Fasulo.

Con la costruzione del reparto femminile, della Chiesa e dopo della palazzina degli anziani, il Taylor si animò di una nuova vita. Il signor Veneziano dette se stesso nel seguire i lavori. Faceva di tutto. Dal falegname al muratore, dal carpentiere al manovale e, ultimamente parlando con Angelo, mi affermò che “aveva le mani d’oro”. Già, aggiungo io.

Con l’arrivo delle bambine, all’inizio fummo separati, poi la sala da pranzo fu unica. La linea di demarcazione era il sagrato della Chiesa. Le ragazze giocavano lì per farsi vedere dai ragazzi. Qualche bigliettino correva da una parte all’altra. Molti i timidi che si firmavano solo con il proprio numero d’identificazione. Avevo il 42. La signora Assunta, guardarobiera, oggi ricorda più i numeri che i nomi.

Ci sono altri episodi da raccontare. Qualche ragazzo scappò via, ma poi fece ritorno. Le porte erano aperte e vi era una libertà estrema. Molti ragazzi sono diventati Pastori. Molti hanno trovato l’anima gemella nel Taylor. Tutti, quando hanno risposto agli appelli miei e di Mirella, hanno concluso che quegli anni “sono stati i migliori” della propria vita. Sono passati 50 e più anni da allora. Siamo cresciuti, ci siamo sposati, abbiamo avuto figli, abbiamo lavorato ognuno per la propria strada, ma nessuno dimentica che il nostro ceppo, la nostra vita si è formata in quegli anni. Potrei ancora scrivere altri ricordi, degli scherzi che facevamo, ma…alla prossima volta “.

NICOLA MYCKANIUK- Prato

I ricordi di Nicola ci riportano al 1939. Nicola, essendo anche lui uno dei primi ospiti del Taylor a Monte Mario, ci ha così scritto di quei tempi:

24

Nicola con il gattino

“Sono partito da Altamura nel Dicembre del 1939 con Tino Siano, provenendo dalla chiesa battista dove Veneziano era allora pastore. Ci siamo fermati con il treno a Bisaccia per prendere Mosé Cicoira. Siamo arrivati a Roma all’Istituto in via della Camilluccia, 35. C’erano pochi bambini: Armando Puppio, Elio Forma, uno di Milano, ecc. Quell’inverno a Roma nevicò e noi bambini dalle finestre ci godevamo lo spettacolo anche perché avevamo preso tutti gli orecchioni e non potevamo andare a scuola. Ricordo con precisione che qualcuno dei ragazzi più grandi o la signora Fasulo (allora Direttrice) parlava che alcuni anni prima il collegio si trovava nella stessa via al N. 8. Era una bella villa con un bel parco. Mussolini aveva bisogno di un posto tranquillo per la Petacci e fece in modo che l’Istituto si trasferisse al N. 35 per la sistemazione dell’amata. E’ probabile che in qualche libro dello storico Petacco si trovino queste indicazioni. Nel giugno del 1940, il primo giorno della II Guerra Mondiale ci trasferimmo (in tram) a Centocelle. A me fu assegnato l’incarico di portare un orologio a pendolo che penso si trovi ancora in qualche posto. La vita con la guerra fu terribile. C’era poco da mangiare e l’unico sostegno era il grande orto coltivato da un uomo di cui non ricordo il nome. Si coltivavano pomodori, patate, verdure di ogni tipo. Quando Veneziano divenne Direttore, spesso veniva con la bicicletta a Centocelle e tornava a casa con un po’ di verdura. Ci furono i bombardamenti. Una grossa bomba cadde in fondo all’orto provocando una buca enorme carbonizzando un grosso albero di fichi.

25

26

Album Myckaniuk: L’orto in Via delle Spighe 2 – Roma

Arrivò l’armistizio nel 1943, noi ragazzi chiedevamo ai grandi cosa volesse dire; ci dissero che era la pace. Invece… I tedeschi occuparono con le S.S. la “Bella Villa” di fronte al nostro villino, come Quartiere Generale e spesso entravano da noi, ma la signora Fasulo si faceva intendere dicendo loro che era un Istituto Evangelico e ci lasciavano in pace. Il numero dei ragazzi nel frattempo era diminuito, non ricordo però chi rimase. Certamente Mosé, Puppio e uno della Sardegna. Amelio che era grande, per evitare di essere preso dai tedeschi si arruolò nella finanza. Un giorno, dai contadini che venivano a Roma per fare la “borsa nera” aveva avuto un pezzo di lardo che la sera portò in collegio. Lo mangiammo a fettine piccole con quel cattivo pane che esisteva. E’ stato il panino più buono che ricordi”.

27

28

Album Myckaniuk: Foto di Amelio finanziere – 1944

Arrivarono gli americani e per un paio di giorni occuparono la soffitta in attesa dell’abbandono di Roma dei tedeschi. Assaggiammo i primi formaggini e le prime gomme. Nel frattempo avevamo preso dal campo delle milizie fasciste diverse cose tra queste due cipressi che sono ancora ai lati della chiesa. Se non sono stati tagliati ultimamente, esistono dal 1943. Alla fine della guerra il collegio si animò di nuovi arrivi: Tartaglia, Scattaglia, ecc. Vennero Ercole Celano, Rocco Natale e tante altre persone.

Nel 1947 andai a lavorare alla Mila e pian piano ho fatto la mia vita trasferendomi a Prato, occupando posti di prestigio. Ho moglie, un figlio di 40 anni, una nuora insegnante, una nipotina di nome Greta di 5 anni. Non ho mai dimenticato il Collegio, non ho mai dimenticato Roma. Un abbraccio, Nicola Myckaniuk

Nicola ci ha inviato altre foto molto interessanti di quell’epoca. Ecco una foto di gruppo in occasione del Natale del 1942. In primo piano il cane Lillo.

930

Album Mickaniuk: Natale 1942

31

32

Album Mickaniuk: Carlo Antonini (Ricordo di Carlo Antonini – Roma, 23-5-45)

33

Album Mickaniuk: Un amico

3435

Album Mickaniuk: 16/12/46 – Elia Luzzini (Al mio caro amico con affetto dono questo affinché si ricordi di me)

36

Album Mickaniuk: 1948 – Arriva un nuovo ospite

Gli arrivi dei nuovi ospiti erano abbastanza frequenti e quando arrivavano per noi era sempre una gran festa.

37

Album Mickaniuk. 1950 Al mare. Da sinistra in senso orario: Mosé, Nicola, Fiore, Angelo

38

Album Mickaniuk. 1950. In piedi da sinistra: Nicola Myckaniuk, Guido Celano, Rocco Natale. Davanti: … Fiore Puppio, Angelo Santamaria

39

Album Mickaniuk. 1949 Da sinistra Armando, Mosé, Fiore

PASQUALE DANZI- Boscoreale

Quella di Pasquale è una bella storia. Come Amelio Giannetta anche lui è diventato pastore. Ha iniziato la sua missione pastorale, anche se in veste non ufficiale, proprio a Centocelle nel lontano 1963. Pasquale ha insegnato storia e filosofia nei licei classici di Torre del Greco e di Torre Annunziata. Attualmente ha la cura pastorale della comunità battista di Torre Annunziata in comunione con l’UCEBI, e in vero spirito cristiano esercita questa delicata funzione senza percepire nessun emolumento, neanche il rimborso delle spese, né dall’UCEBI, né dalla comunità locale. E’ da chiedersi se questo tipo di vocazione sia maturato grazie all’ambiente del Taylor.

40

Album P.Danzi: Pasquale “Questa fotografia me la scattò il signor Veneziano”

Pasquale ci ha inviato questa e-mail per condividere con noi i suoi ricordi che sono veramente interessanti.

Un mio ricordo dell’orfanotrofio “G.B.Taylor”.

“Quando mi è stato chiesto di mettere per iscritto qualche mio ricordo dell’orfanotrofio “G.B.Taylor”, non avevo ancora capito bene perché mi si chiedesse questo e a che cosa dovesse servire. Poi ho capito che questo mi poteva avvicinare ai miei vecchi compagni d’infanzia, senza intromissioni e manovre esterne (almeno spero!), ed eccomi pronto a farIo con grande gioia ed entusiasmo. Sono stato assistito ed educato nel nostro orfanotrofio, che attualmente è tanto cambiato che io stento a riconoscerIo, dal 1949 al 1958, e vorrei riandare con la mente proprio al mio “primo giorno d’lstituto”. Nel febbraio di quel triste anno 1949 avevo perso mio padre, e nell’autunno avevo già 10 anni quando dovetti lasciare il mio paese Boscoreale, un ridente paesino sorto sulle pendici del Vesuvio, quasi a difendere Pompei dalle furie del vulcano. Vi ero giunto alcuni anni prima, proveniente da Napoli, dove sono nato, come sfollato di guerra (allora si diceva così). Ed ora era la prima volta che mi allontanavo da mia madre e da mio fratello. Mi accompagnò all’orfanotrofio il signor Vincenzo Garbato, genero dell’allora pastore della comunità di Boscoreale e padre della nostra signora Maria Chiarelli. Per le poche ore che il signor Garbato trascorse in orfanotrofio, io rimasi abbastanza tranquillo, ma quando egli mi diede l’ultimo saluto per tornare alla sua famiglia, allora realizzai veramente di essere rimasto solo e cominciai a piangere. Mi venne a consolare un giovane istitutore: era Angelo Santamaria, allora anche lui impegnato a completare i suoi studi di ragioneria, il quale mi disse che non dovevo piangere perché ero napoletano, e i napoletani erano forti… forti, anche nel gioco del calcio, specialmente in difesa. Poi aggiunse che ci avrebbe accompagnati a giocare a pallone nel campo della “Torraccia”, una spianata di terra che si trovava poco distante dal nostro orfanotrofio. Poco dopo, infatti, eravamo tutti in fila, pronti per raggiungere la “Torraccia”. Anch’io ero tra gli altri, ma in verità senza entusiasmo perché non ancora avevo idea di ciò che avremmo fatto di lì a poco. Arrivati sul posto i due ragazzi più grandicelli e capaci, con la conta, scelsero a turno i loro compagni di squadra, e anch’io fui scelto, grazie anche alla buona presentazione che Angelo Santamaria fece di me assicurando i contendenti che io sarei stato di validissimo aiuto in difesa. Quindi, le squadre furono schierate, palla al centro. Il fatto strano, che ben presto avrebbe riservato a tutti un’imprevedibile sorpresa, era che io non avevo mai giocato a pallone e non avevo mai posseduto neanche una palla. Cosi, appena arrivò il pallone dalle mie parti ad una certa altezza, io pensai che non c’era cosa migliore da fare che bloccarIo afferrandolo con le mani. Si sentì subito un coro, un grido all’unisono: “Rigore! Rigore!”. Fui immediatamente invitato a lasciare ingloriosamente il campo per dedicarmi a un gioco più alla mia portata: la cattura di qualche lucertola e la raccolta di alcuni fiori di campo. Ma le emozioni non finirono lì! A sera, quando ognuno di noi aveva preso posto nel suo lettino ed eravamo rimasti alla tenue luce di una lampadina posta tra le due grandi camerate che esistevano alIora, si udirono le voci di alcuni ragazzi che dicevano: “Oggi sono arrivati due ragazzi nuovi .Chi sarà il più forte? Lo dobbiamo sapere. Si deve sapere! Così, in men che non si dica io e l’altro nuovo arrivato, Michele Solazzo, ci trovammo al centro del camerone più grande, uno contro l’altro. E a dire che nel pomeriggio avevamo fatto insieme il bagno e avevamo anche simpatizzato tra noi, ma ora dovevamo fare a botte per vedere chi era il più forte. Mentre eravamo impegnati nel nostro combattimento, arrivò il signor Pitta che ci punì mettendoci in ginocchio sotto la lampada. Dopo una mezz’oretta tornò mandando a letto Michele Solazzo, ma lasciando me ancora sotto la lampada. Non ho mai capito il motivo di quella scelta perché tra l’altro non c’era stato vincitore tra noi, e io e l’amico Solazzo da quel giorno non litigammo mai più, perché ritenemmo di aver pareggiato l’incontro. Resta il fatto che io rimasi sotto la lampada per parecchio tempo in più, perché il signor Pitta, quando tornò nuovamente in camerata, disse che si era dimenticato di me. Vecchi ricordi! Ne ho tanti: belli e meno belli, quando a dirigere l’orfanotrofio c’era il pastore Veneziano e quando c’era la signora Moore, ma quasi sempre i ricordi più antichi sono anche i più dolci. Così, vi voglio raccontare anche un altro mio antico ricordo, uno dei più teneri che ho. Era uno dei miei primi anni di orfanotrofio e avevo superato già da tempo lo shock dell’impatto iniziale, quando listavo a lutto gli angoli delle lettere che scrivevo a mia madre, con una nostra segreta intesa, secondo la quale ella avrebbe dovuto provvedere a farmi tornare a casa (In quella circostanza mia madre, pur non avendo di che mangiare, pagò il viaggio a una persona che mi venne a trovare per sentire dalla mia viva voce quali erano le mie intenzioni, e io fui saggio nel fare la mia scelta di rimanere in collegio). Anche questo inciso è un tenero ricordo, ma torniamo a quello che volevo raccontare. Era la vigilia di Natale e il pastore Veneziano con la sua famiglia mangiava con noi. Era stato preparato il cenone e a tavola c’era anche il pollo! A me, però, il pollo non piaceva, come non piacevano parecchie altre cose buone. A distanza di tempo ho cercato di dare una spiegazione a questi miei “difficili” gusti di quel tempo e credo di non sbagliare dicendo che il mio palato era condizionato dal fatto che durante la guerra avevo mangiato le cose più strane, persino le bucce di piselli bollite, e anche dopo la guerra non c’erano secondi piatti nelle case dei napoletani più povere. Evidentemente avevo perso il gusto delle cose buone. Il signor Veneziano (noi bambini chiamavamo così il pastore Veneziano), accortosi che io avevo lasciato il pollo nel piatto, mi venne vicino con il suo piatto in mano e mi servì un pezzetto del suo pollo. Ma a me il pollo non piaceva proprio! Tuttavia, per mostrare che gradivo quel gesto, mi impegnai con tutte le mie forze per ingoiare qualche boccone, mentre il signor Veneziano mi diceva affettuosamente: “Manda giù, ché devi diventare grande, saraceno!” (Era questo l’appellativo con il quale il signor Veneziano si rivolgeva a noi nei momenti di maggiore affetto. Chissà che un giorno io non intraprenda a scrivere le mie memorie anche solo per uso familiare. Ma ora do un salutone e un abbraccio a tutti i miei amici d’infanzia, con la speranza di poterli rivedere in uno dei nostri prossimi incontri”. Pasquale Danzi

Anna Mastrodicasa ricorda di Danzi che era un ragazzo molto studioso e che le bambine lo definivano un tipo intellettuale. Sembra che quelle bambine avessero proprio colto nel segno!

Flora D’Antonio confidò a Pasquale che le bambine lo chiamavano “locomotiva umana” perché quando andavano a scuola, lui le superava senza guardarle e senza salutarle (“Per la mia forte timidezza…”, spiega solo ora Pasquale).

RINO COLANTONIO- San Benedetto dei Marsi

Ripensando al Taylor, Rino ha ricordato Gennaro. Lo ha descritto come un fratello maggiore, sempre pronto a proteggere i più piccoli e i più deboli. Lui il Taylor lo conosceva bene e l’aveva visto ingrandirsi. Aveva sempre il modo di sdrammatizzare gli avvenimenti più sgradevoli e di portare gioia nei momenti di bisogno. Rino ha raccontato questo suo ricordo di Gennaro: “Avvenne un giorno, che mentre giocavamo al pallone, ruppi inavvertitamente un vetro. Ero pronto a grandi spiate, ma Gennaro, che era lì con me, invece di sgridarmi, mi disse: “Facciamo finta che sia successo per forze maggiori, per esempio per un… rimbombo…. Frase che non dimenticherò mai!”

41

Album Mastrodicasa: Rino Colantonio

TOMMASO GELAO- Bari

Tommaso ha svolto e sta svolgendo attività sociali e religiose di notevole interesse. Tra le altre cose è attivo nel campo del volontariato a favore degli immigrati, che oggi sono il nostro “prossimo” che ci chiede aiuto, ma che spesso e volentieri dimentichiamo. Tommaso ha fondato ed è responsabile dell’ufficio di Bari del SRM-FCEI (Servizio Rifugiati e Migranti della Federazione delle Chiese Evangeliche in Italia) e svolge la sua attività con grande umiltà.

amici45

Album T. Gelao: 1950. Tommaso davanti alla Chiesa

amici46

Album T. Gelao: Tommaso in divisa da Ragazzo Ambasciatore

Chissà se l’esperienza come ragazzo ambasciatore ha avuto qualche influenza nella sua scelta di vita di dedicarsi silenziosamente al prossimo facendosi portavoce del messaggio cristiano.

LE RAGAZZE DEL TAYLOR

Nel 1948, con la costruzione della Sezione Femminile, dono dei signori Fraser di Washington, D.C., U.S.A., finalmente cominciarono ad arrivare le primi ospiti.

1

Le prime ospiti della sezione femminile

Da sinistra sedute:  Iole Caniglia, Silvana Colombu, Agnese, Amelia Bagaglini,…,Mirellina, Lea (Piccolona), Gigliola Colantonio.

In piedi da sinistra: Miriam Rosa, Alba Manzi, Gemma di Ioia , Elsa Wolf,  Drusolina Antonelli, Tina Cozzolino, Franca Gagliano, Iolanda Gemmiti, Anna Mastrodicasa. Anita Cotrone, Elisa e Matilde Avellino, Lucia Mastrodicasa,  Michelina Russi,  Wanda, Vincenzo Veneziano.

 

L’edificio della Sezione Femminile era bello ed immerso nel verde.  Come si può vedere nella foto seguente, in primavera gli alberi in fiore facevano da cornice alla palazzina.

2  

Sezione Femminile a primavera

 

 3 

Le belle della Sezione Femminile davanti al  bersò.

Davanti: Lina Bagaglini, Franca Gagliano, …, …, Anna Tamburrini

Dietro: Caterina Arena, Elsa Wolf, Gigliola Colantonio, Amelia Bagaglino, Michelina Russi, Silvana Colombu, Luciana Evangelisti, Lucia Maffucci, Mirellina Di Benedetto

4 

Ospiti della Sezione Femminile

Sedute da sinistra: Elsa Wolf, Gigliola Colantonio, Lea. In piedi: Amelia Bagaglini, Caterina Arena 

5 

Ospiti della Sezione Femminile con l’istitutrice Marcella Guigli

ANNA MASTRODICASA- Vicopisano

Anna ci ha inviato una e-mail con  episodi divertenti sul mondo delle ragazze che toccano  vari campi della vita quotidiana di allora nella Sezione Femminile.

6

Album Mastrodicasa: Anna

Ricordi di una ex Taylorina

“Nel refettorio c’erano tanti tavoli molto lunghi apparecchiati con brocche e bicchieri di alluminio martellato. Un giorno comparve un unico bicchiere di vetro che a quei tempi era considerato un oggetto di lusso. Era stato portato da casa, in occasione di una vacanza natalizia oppure estiva, da un’allieva del Taylor. Fu notato ma non evidenziato in quella sede dai nostri sorveglianti. La mattina seguente, in occasione della meditazione giornaliera nella nostra chiesetta, il pastore Veneziano, con testo biblico alla mano, trovò un versetto adatto per trattare l’argomento senza ferire nessuno. A quei tempi quelle stoviglie infrangibili ci davano la sicurezza ( i bambini non si  ferivano in caso di rottura) ed economicamente non davano preoccupazione giacché indistruttibili. 

Il messaggio fu percepito con intelligenza e sensibilità dalla nuova allieva che provvide subito a far sparire il bicchiere e ad adeguarsi senza problemi di sorta alle regole della comunità.

 

Ricordo quel fiasco di olio di fegato di merluzzo in un armadietto di legno situato nel refettorio. Penso che tutti noi non siamo stati affetti da rachitismo per questo e per la cura amorevole nel reperimento e nella preparazione degli alimenti.

 

Nel refettorio su di una parete era scritto “Prendevano il loro cibo assieme con letizia e semplicità di cuore. Atti 2-46”. Ricordo che i nostri educatori ci esortavano a non creare gruppi di sole femmine e soli maschi. Penso che sia stata una giusta preparazione alla convivenza con l’altro sesso. 

 

 

 7 

Tavola apparecchiata con le stoviglie di metallo epoca medioevale

 

La mattina prima della scuola ci si recava in sala studio per controllare le cartelle con la Signora Miriam, la quale faceva le sue raccomandazioni e comunicazioni varie e tra queste…spesso c’era l’annuncio che una di noi aveva ricevuto un biglietto d’amore o addirittura era innamorata. La Signora Miriam con voce gioiosa l’invitava ad applausi scroscianti e poi ci offriva caramelle americane coloratissime. Per me questa è stata un’ottima educazione sentimentale e sessuale ante-litteram.

 

Non esistevano spazzolini da denti né fili interdentali. Nelle preziose meditazioni mattutine, il pastore Veneziano impartiva anche lezioni d’igiene: dopo mangiato ci consigliava di bere sorsetti di acqua facendo sciacqui per asportare i residui alimentari, poi suggeriva d’insaponare il dito e con questo massaggiare le gengive. Ho 65 anni ed ho quasi tutti i miei denti. Se alcuni denti non li ho più, lo devo ad interventi poco felici di alcuni dentisti”.

Anna Mastrodicasa ci ha anche inviato la seguente bella serie di fotografie:

8

9

Album Mastrodicasa:La corale davanti alla sezione femminile

Da sinistra: Prima fila: Silvana Colombu, Amelia Bagaglini, Lucia Maffucci, Caterina Arena. Seconda fila: Anna Tamburini, Lina Bagaglini, Paola Cavazzuti, Elsa Wolf. Terza fila: Luciana Evangelisti, Franca Gagliano, Raffaella Bilotta, Vita Maragioglio. Dietro: Flora D’Antonio, Anna Mastrodicasa

10

Album Mastrodicasa: Da sinistra: La signora Tarascio, Anna Mastrodicasa, Orio Giannini, Tommaso Gelao, Pietro Calà.  Seduto: Rocco Natale

 

 11

12

Album Mastrodicasa: Flora e Anna. Da sinistra: Flora D’Antonio e Anna Mastrodicasa

13

Album Mastrodicasa: I fidanzatini, poi sposi, Franca Gagliano e Santo La Terra

 

14

15

Album Mastrodicasa: Da sinistra: Flora, Michelina e Anna

ELISA AVELLINO- Bari

Elisa ci ha inviato delle bellissime fotografie e dei documenti che per nostra fortuna ha custodito gelosamente per tutti questi anni. Vedrete nel capitolo dedicato al “nostro mondo” molte immagini che vi saranno sicuramente familiari.

16

Album Avellino: Elisa ci presenta la sua aiuola che coltivava con grande passione

 

Elisa ci ha scritto:

“Con Gennaro e Tommaso Gelao, dopo il periodo del Taylor, mi sono sentita e vista parecchie volte. Ho risentito telefonicamente Gennaro, dopo qualche anno di silenzio, con immenso piacere. Mi ha detto di essere in contatto con parecchi “ragazzi”, adesso adulti, che hanno vissuto nell’orfanotrofio  “G. B. Taylor” nel periodo in cui sono vissuta anch’io. Abbiamo parlato saltellando di ricordi in ricordi, di questo e quello fino alle lacrime tanto ci ha commosso il tornare indietro con la mente.

Ho pensato tante volte di riordinare i tanti bei ricordi e metterli sulla carta, tanto per non dimenticarli. Con gran gioia mi sono accorta che dopo tanti anni è rimasto tutto chiaro e indelebile nella mia mente.

Non ho mai dimenticato il signor Veneziano e tutta la sua bellissima famiglia. La domenica mattina dopo il culto c’invitava a casa sua e distribuiva caramelle.

Ricordo che prima delle feste natalizie, arrivavano tanti pacchi con regali, dolci, vestiario ed altro.

Con la signorina Antonelli Drusolina, (che fungeva anche da guardarobiera), li aprivamo tutti così da rifarli assortiti equamente per tutte le bambine.

Ricordo con tanto affetto la signorina Anna Veneziano. La sua venuta dall’America portò tra noi un interesse maggiore di vera partecipazione per tutto quello che era lo studio della Bibbia.

Infatti organizzò le “Giovani Ambasciatrici” ed i “Giovani Ambasciatori”, il cui motto era: “Sorgi, risplendi, poiché la tua luce è giunta  (Isaia 60:1).”

Io mi sono sempre detta e ripetuta che nella nostra sfortuna (di essere orfani), siamo stati fortunati per aver passato chi più e chi meno, gli anni più belli della nostra infanzia-adolescenza, nell’Orfanotrofio “G. B. Taylor”, tra persone buone ed altruiste che ci hanno amato ed insegnato ad amare”.

Elisa ha anche ricordato i signori Locci che molti di noi avevano completamente dimenticato. Lei li ricorda così:

“Era il 1948. I signori Locci furono le prime persone che vidi nel momento che, con mia madre e mia sorella Matilde, io di 8 anni e lei di 5, mettemmo piede in collegio.

La coppia, anziana, ci accolse nel loro gabbiotto (erano i custodi). Subito dopo ci raggiunse la signora Fasulo, la quale ci portò a visitare il nostro reparto e poi si mise in disparte a parlare con mia madre. Matilde si allontanò subito per curiosare in giro, mentre io ero attenta a non perdere di vista mia madre la quale fu più brava di me sgattaiolando via senza farsi vedere.

Quando mi accorsi che mia madre non c’era più cominciai a piangere di un pianto disperato. I signori Locci, con quei loro volti buoni chini su di me, mi asciugarono le lacrime e mi consolarono dicendomi che mia madre sarebbe tornata presto a trovarci.

Per fortuna sono stata, e sono, una persona che si adatta facilmente ad ogni situazione, anche se non poteva essere diversamente perché nel collegio con le compagne ed i ragazzi eravamo davvero una grande famiglia. 

 

Posso dire senza ombra di dubbio che quegli anni passati nel collegio sono stati tra gli anni più belli.

Cara Mirella, tu, tutta la tua famiglia, la nostra  vicedirettrice Miriam Rosa, per me siete stati la mia famiglia, il tuo papà il mio, con le compagne ed i ragazzi eravamo davvero una grande famiglia.

Con te avevo una grande intesa, eravamo inseparabili.

Posso dire senza ombra di dubbio che quegli anni passati nel collegio sono stati tra gli anni più belli. Ne ho avuti tanti altri, per mia fortuna. Ma quelli hanno avuto una nota in più, la spensieratezza.

Vi abbraccio con affetto”.

Elisa

Elisa ci anche inviato altre foto di quel periodo.

 

amici b

Album Avellino-Roma 1951.

Anna, Guido, Wanda, Walter

 

 17 

Album Avellino.

Bruna, Wanda, Piccolona, Mirellina

amici60b

Album Avellino.

 Mirella ed Elisa

amici61a

Album Avellino.

Da sinistra: Silvia Corvini, Amelia Bagaglini, Elisa e Matilde Avellino, Michela Russi, Mirellina Di Benedetto, Rodolfo, Marcello Pitta con il cane Browny,  Giuseppe, dietro: Lina Bagaglini, Mariella L.

amici61b

Album Avellino. Matilde, Elisa, Mirella, Michela, Amelia Dietro: Mariella L.

 amici 58

Album Avellino.

Da sinistra:Franca, Matilde, la signora Locci, Elisa seduta

In piedi dietro: Gemma, Giacinta, Mirella, Anita

SILVIA CORVINI- Roma

Era l’anno 1951. Avevo 4 anni e la situazione economica in famiglia non era buona.

Mia madre parlò con il pastore della Chiesa valdese di Forano il quale contattò il pastore Veneziano, allora direttore dell’Orfanotrofio G.B.Taylor, il quale non solo accolse me nella grande famiglia del Taylor,  ma accolse anche mia madre, la quale lavorò per un periodo nell’Istituto e così incominciò la mia infanzia al Taylor, luogo che tuttora considero casa mia.

Certo sperimentai momenti di tristezza. Generalmente accadevano d’estate, allorquando molti orfani andavano a visitare i loro parenti . Io rimanevo più o meno sola e soffrivo un poco.

Però a tutt’oggi, ritornando indietro con i ricordi, mi vedo felice e spensierata in quegli indimenticabili anni trascorsi nell’Istituto G.B.Taylor., in Via delle Spighe, che tuttora considero casa mia”.

18

Album Avellino 

La signora Bruna Corvini con sua figlia Silvia

 19

Album  Corvini: La signora Bruna Corvini con sua figlia Silvia

 

20

Album Corvini: I  piccoli del Nido con i coniugi Pavone

La bambina in piedi in alto è Augusta Piera Corvini

21

Album Corvini: Alla Torraccia

Prima fila a sinistra: Silvia Corvini

GIACINTA PIETROFORTE- Bari

Giacinta Pietroforte è stata una delle primissime ad arrivare nella Sezione Femminile del Taylor e  ricorda cose veramente interessanti.

Abbiamo trovato una foto di Giacinta  che sorride ai tempi della sua permanenza al Taylor.

22

Giacinta Pietroforte:1948

Giacinta ci ha scritto: 

“Sono arrivata al Taylor tenendo per mano mia sorella Franca. Siamo state accolte dai coniugi Locci, persone dolcissime, responsabili anche della piccola biblioteca per i ragazzi.

Ci siamo riuniti con grand’emozione con nostro fratello Fausto che era già ospite nel reparto maschile. Fausto bello e magrissimo, era detto “coscetta di pollo” per le gambe lunghe ed affusolate. Quasi tutti, maschi e femmine, avevamo un soprannome ed anche a me ne dettero uno. Mi toccò, non ricordo il perché: ”Scrocchia zeppi”. Quel nomignolo fu in seguito appannaggio di Gennaro e di Nicola Scattaglia il quale, con gusto, mi canzonava ogni qualvolta ci s’incontrava nel cortile durante la ricreazione.

Il Taylor era un collegio particolare, privo di barriere, con i cancelli aperti e dove fraternizzare era facile.

Inizialmente noi bambine non eravamo in molte, credo una ventina in tutto; dormivamo in una camerata con la signorina Antonelli, istitutrice.

I nostri giochi erano   di gruppo, indicati soprattutto per i più piccoli. I più grandi giocavano alla corda o con i pattini.

Ricordo un avvenimento importante e temerario per me e per altre due bambine. I ragazzi decisero un giorno di fare una partita a  calcio e ci chiesero se volevamo partecipare. Lo facemmo con gioia per tanto onore, ma….. alla fine della partita noi  tre bambine eravamo piene di lividi e di escoriazioni. I ragazzi sono andati molto pesanti.

Ricordo che durante la mia permanenza, anno 1948, si finì la costruzione della Chiesa. Una volta terminati i lavori, il pastore Veneziano celebrava ogni mattina il culto con la partecipazione di noi tutti: i ragazzi, gli istitutori e le persone che lavoravano al Taylor e molte persone del vicinato le quali erano attratte sia dal suono delle campane e sia dal nostro tanto cantare.

Il Pastore ci concesse di richiedere gli inni che si desiderava cantare e noi facevamo trovare sul pulpito dove il Pastore Veneziano predicava, una richiesta scritta con due fiorellini. Questa novità piacque al Pastore che ci esaudiva con tenerezza e gioia.

Ma i ritocchi delle campane che suonavano per avvertire l’inizio del culto, non furono graditi dal proprietario della “Bella Villa”, la villa posta proprio di fronte all’Istituto ed alla Chiesa, il quale amico del Ministro Scelba, cercò di far cessare tale suono. Ci riuscì per breve tempo ma, siccome il Taylor era circondato   nelle vicinanze da chiese cattoliche e due collegi retti da suore che avevano anche le loro campane, non poteva essere che le nostre potevano dare fastidio e le altre no. Ben presto ripresero nuovamente a suonare.

Noi non indossavamo una divisa e le scuole erano quelle pubbliche, esterne. Nella mia classe vi erano anche bambine del collegio cattolico ed io volentieri le aiutavo in matematica.

Se mio fratello Fausto era magro, altrettanto graciline eravamo io e mia sorella Franca. Di questo se n’accorse, ma era evidente a tutti, il dottore. Al Taylor avevamo un dottore fisso, era il figlio della signora Fasulo, il dottor Marco. Preoccupato, un giorno ci chiamò e c’invitò a consumare meno energie e ci dette delle pillole che faceva arrivare dalla Svizzera: olio di fegato di merluzzo in pillola!

Per non consumare tante energie, mi detti alla lettura, cosa che faccio ancora oggi. La sera, nelle camerate, a luci spente, le ragazze reclamavano, specie le più grandi, che raccontassi loro quanto avevo letto nella giornata. Così quell’appuntamento serale era atteso con desiderio da parte loro e con piacere da parte mia.

Sia dai primi giorni d’arrivo al Taylor, simpatizzai con Mirella, la figlia del pastore Veneziano. Così passavo molto tempo della giornata con lei. Ma il Pastore suo padre, disse alla figlia di dedicare il suo tempo a tutte le bambine in egual misura.

Ricordo le feste natalizie con gran gioia. Sia Natale che l’Epifania erano giorni di regali. Per la prima volta al nostro risveglio, sul mio lettino e su quello di mia sorella, trovammo una calza piena di leccornie. Sapete chi era la “nostra” befana? Era un “befano” perché era Nicola Mickaniuk, che prima era un ragazzo del Taylor e dopo andò a lavorare fuori ma dimorando ancora all’Istituto. Mio fratello Fausto era già tornato a casa e quindi Nicola era rimasto l’unico punto di riferimento perché eravamo imparentati.

Ricordo che alcune volte il Pastore ci accompagnava la domenica, nella Chiesa di Via Urbana, guidando personalmente il gippone. Durante il tragitto cantavamo ed ancora oggi ricordo alcune parole: “Dona, dona dice il vento” tratte da “Cantiamo insieme”.

Purtroppo ogni cosa ha la sua fine. Dopo tre anni, il Pastore ci comunicò che la nostra permanenza al Taylor era terminata. Così ritornammo dai nostri genitori con gioia per il ritorno a casa, ma con nostalgia nel dover lasciare i nostri compagni.

E’ stata una   bella esperienza, ricorderò sempre i miei compagni e li avrò sempre nel mio cuore”.

Giacinta Pietroforte

MICHELINA RUSSI- Arpino

Michelina Russi ci ha inviato tanti ricordi del periodo passato al Taylor ed una breve poesia dedicata a noi tutti:

“Era l’anno 1948 quando entrai al Taylor. I ricordi sono così belli e tanti che mi sarà impossibile dimenticarli. Alcune volte mi ritornano in mente così all’improvviso che provo tanta nostalgia per gli anni passati, i più belli della mia adolescenza.

Ero una bambina molto timida e impaurita, ma l’amore di tante persone mi ha aiutata a crescere serenamente. Non sapevo ancora che quella grande casa sarebbe stata la mia casa, il mio direttore Vincenzo Veneziano con i suoi cari, la mia famiglia,  e le bambine, le mie sorelline che ricordo con tanta tenerezza.

 23

Album M. Russi:1948 – Michelina  a 10 anni a Centocelle

 

La mia direttrice Miriam Rosa è stata per me più di una mamma, sempre attenta e ringrazio il Signore per tutto l’amore che mi ha dato e il tempo che mi ha dedicato nello studio e nella vita di tutti i giorni.

La Signora Giuseppina Panis è stata per me un’altra mamma e una sorella maggiore a cui si correva a raccontare i propri problemi di ragazze in crescita, mi dava sempre buoni consigli, era sempre pronta ad asciugarmi una lacrima e con un sorriso mi rassicurava, ma nei momenti peggiori di malinconia ,correvo a rifugiarmi tra le braccia della cara e dolce nonnina  Romilda Rosa.  Solo lei era capace di farmi sorridere. Mi ha dato tanto amore, non la dimenticherò mai. Ero una bambina sempre molto triste e chiusa, con lei però mi lasciavo andare in confidenze perché mi capiva.”

24

Romilda Carile-Rosa. A sinistra Jackie Emerson. Tra le due Marcello Pitta

Jackie Emerson veniva apposta dagli Stati Uniti per aiutare la sua amica Anna Veneziano durante i corsi estivi  per i Ragazzi Ambasciatori. 

“Quando conobbi il mio direttore Vincenzo Veneziano, il mio cuore si riempì di gioia solo a vederlo, mi venne incontro con quel sorriso che non ho dimenticato, il cuore mi batteva forte per l’emozione, si avvicinò chinandosi e mi accarezzò la testa, poi affettuosamente mi tirò le treccine. Lo guardavo sorridendo, ma nello stesso tempo divenni tutta rossa, mi venne voglia di scappare, di correre giù per le scale, ma una dolce signora, Annina Veneziano, mi fece accomodare e mi offrì un bastoncino di zucchero tutto colorato, sembravano i colori dell’arcobaleno. Quella sera mi addormentai felice nel mio lettino morbido e caldo. Avevo una coperta bellissima tutta a fiorellini colorati, sembrava un prato fiorito. Come era bella! Pensavo, ma è tutto vero questo? Forse sto sognando. Ringraziavo il Signore tutte le sere nelle mie preghiere, per avermi fatto incontrare le persone giuste che mi avrebbero insegnato le cose basilari per la mia vita futura.

Ricordo gli spettacoli che davamo per le feste natalizie, ci preparavamo per tempo, studiavamo le poesie da recitare sotto l’albero illuminato davanti a molte persone. Facevo sempre la parte della mamma perché ero alta e sembravo più grande della mia età. Una volta mi fecero fare anche la parte dell’Angelo che appariva ai pastori addormentati in attesa di vedere la stella polare. Era una emozione grande rappresentare la nascita di Gesù e quanta gente ci applaudiva compiaciuta. Venivamo premiate con dolci e complimentandosi con noi ci davano il grande pacco di Natale tanto atteso. La gioia era grande nel vedere quante cose belle e utili c’erano dentro: colori, matite, vestiti, scarpe. Una volta ricevetti anche una bellissima bambola di gomma  morbida. Il vestitino bellissimo sembrava quello di una piccola principessa e il suo sorriso con gli occhini azzurri che mi guardavano mi resero felice. La chiamai Lisetta, ricordo, mi fece compagnia per molti anni, era la mia amica e raccontavo a lei i miei segreti, non mi contraddiceva mai, stava zitta e mi guardava con quel sorriso furbetto.

 

 25

I pacchi regalo

 

Gli anni passavano. Facevo parte delle “Giovani Ambasciatrici”. Quanto canti gioiosi insieme alle mie compagne!  D’estate ci insegnavano a nuotare in un gran “vascone” (la nostra piscina), in mezzo al verde. Noi stavamo a galla  e ci divertivamo un mondo. Le grida, gli schizzi e i giochi di gruppo non potrò dimenticarli. Ricordo che con le mie compagne a turno aiutavamo in cucina la signora Tarascio o la signorina Antonelli in guardaroba. Che bello sentirci utili e dare una mano a persone buone che lavoravano per noi tutto l’anno senza mai lamentarsi. Il Taylor era una grande famiglia dove regnava la bontà e la dolcezza e noi ragazzi crescevamo bene. Venivano a trovarci i nostri benefattori americani, ci proiettavano filmini e ci facevano vedere diapositive. Una voce raccontava quanta povertà e quante malattie c’erano in quei posti lontani, io pensavo che ero fortunata ad avere un pasto caldo tutti i giorni con tanta cura e amore. E con amore che anche noi bambini preparavamo piccoli lavori che poi venivano venduti al bazar. Il ricavato veniva mandato ai poveri bimbi in Africa con le offerte delle chiese evangeliche.”

 26

Album  Russi: Roma 1951 – Michelina a 13 anni ( con la sua mamma) 

 

“Quanti ricordi, non basterebbe un libro intero per raccontarli tutti. Grazie al Taylor oggi ho una vita serena. Ringrazio la famiglia Veneziano per essermi stata sempre vicina, per l’affetto e la dolcezza che hanno saputo trasmettermi. Con riconoscenza, grazie. Mai dimenticherò gli anni più belli passati al Taylor e il mio direttore.

La breve poesia la dedico a tutte le persone che mi  hanno voluto bene.”

 

RICORDARE 

Nella nostra vita,

c’è sempre qualcuno, qualcosa,

da ricordare.

Canti gioiosi,

Giochi spensierati

Persone da amare e da sognare.

Un dolce sorriso,

Un bacio rubato,

un prato,

un fiore da ricordare

Ci sono i colori dell’arcobaleno,

C’è la dolcezza di  una carezza.

Una testa bianca

China verso me.

Ricorderò con riconoscenza

sempre te.

Michelina

Arpino, 29.4.2004

Michelina ci ha anche inviato un’altra poesia per ricordare l’altalena che troverete più avanti.

MIRELLA VENEZIANO- Moneglia

27

Mirella e Guido al cancelletto d’entrata del Taylor

“Devo ammettere che andando indietro con i ricordi al tempo del Taylor, la prima persona che mi viene in mente è la signora Fasulo che adesso apprezzo e stimo in un modo che non facevo da piccola, quando mi intimoriva alquanto per la sua severità. Conobbi la signora Fasulo quando mio padre cominciò a visitare regolarmente l’orfanotrofio. Il periodo era: Roma città aperta e i bombardamenti si facevano sentire. Nella zona di Centocelle dove c’erano due aeroporti, quello di Ciampino e uno più piccolo, proprio a due passi dall’Istituto, si colpiva a più non posso e la signora Fasulo viveva lì da sola con i suoi due figli Marco e Giulia e sei bambini da accudire. Ricordo il racconto di una bomba caduta nell’orto, che non colpì i bambini, ma cadde su un grande albero di fichi. Sulla sua scrivania mio padre tenne per parecchio tempo una scheggia di quella  bomba a ricordo di quel miracolo. Noi avevamo  sempre tanta paura  quando da Piazza in Lucina, dove abitavamo, partiva in bicicletta per andare a Centocelle, ma lui ci diceva di non preoccuparci perché era protetto dal Signore ed infatti tornò sempre a casa illeso. Mio padre ci descriveva la signora Fasulo come una donna forte e coraggiosa. Faceva tutto lei per i bambini, dall’insegnamento religioso, linguistico   e musicale, all’educazione che tanti definivano   “severa”. Si  pensava che fosse tedesca, ma invece, se non sbaglio,  era di origine  inglese e di gran cultura. Di lei mi incuriosiva il fatto che assumesse spesso tè e aspirine e ancora oggi mi domando se non fosse solo quello il suo sostentamento. Nel 1947, dopo  l’ampliamento della Sezione Maschile, andammo a vivere lì e fu il periodo più bello della mia vita. Vivevamo in una villetta con tanto giardino intorno. C’era la  vigna, il frutteto  e l’orto. Respiravamo una grand’aria di libertà. Ricordo il grande cane bianco di nome White, e quando si ammalò…  Ricordo la bellezza della mimosa a primavera e degli iris a Pasquetta quando c’era gran festa e venivano a visitarci i nostri amici, membri delle chiese di Roma. La signora Fasulo mi chiamava “maschiaccio”, forse perché  giocavo a figurine e a “borgioni” con i ragazzi o forse perché lo ero davvero. Ma poi fu costruita la Sezione Femminile del Taylor ed allora ebbi tante amichette indimenticabili con cui  giocare. Ricordo specialmente la “casa” da noi installata  sul  campanile  dal quale osservavamo il tutto, le gare di salto in alto e in lungo, i campionati sull’altalena, i giochi con la palla verso il muro della chiesa fino a tarda sera.

Il 23 giugno 1953 lasciai  con immenso dolore il Taylor perché ci trasferimmo a Rivoli, in provincia di Torino presso la scuola teologica Filadelfia, che era stata chiusa temporaneamente per mancanza di studenti.  Soffrii molto a dover lasciare l’Istituto e passai a Rivoli il periodo più brutto della mia vita sperando sempre che qualcosa accadesse. Nel mio cuore rimase sempre il desiderio di ritornare al Taylor, ma  mio padre riuscì a far riaprire la scuola.  L’ingrandì per poter ospitare anche corsi estivi per i membri delle nostre Chiese. Ricordo che arrivavano sempre più numerosi. Fu costruita una chiesa per i  nuovi convertiti della cittadina di Rivoli, e fu così che non tornammo più al Taylor”.

I PICCOLI DEL TAYLOR      

Ecco una bella serie di foto dei più piccoli. Purtroppo non conosciamo i nomi di questi bellissimi bambolotti!

1

2

3

Piccoli e piccole insieme

4

La signora Annina  Rosa-Veneziano con una bambina appena arrivata

5 

Il gioco coi bidoni di melassa vuoti

 

 6 

A destra il biondissimo Walter. L’angioletto che è volato via

COLLABORATORI DEL TAYLOR 

Siamo riusciti ad avere  foto solo di alcune delle persone che hanno aiutato l’Istituto a mantenersi attivo nel periodo del primo dopoguerra, mentre delle altre ci rimangono solo pochi ricordi. Sappiamo che nel 1947 aumentò il personale.  Ecco alcuni nomi:

La signora Bertolini era la guardarobiera, Ignazia si occupava della biancheria,  il signor Palmieri era istitutore, il signor Pappagallo era il nostro calzolaio, ma abitava a Tor Pignattara. C’erano Guido Celano, la signora Benigni e  la signora Merlino.

Con l’apertura della  Sezione Femminile, arrivarono altri collaboratori tra cui le istitutrici: Drusolina Antonelli, Maria Calderaro, Iolanda Gemmiti, Angela Soro, la signora Manzi, Giuseppina Panis.

Dei collaboratori che siamo riusciti a rintracciare e che hanno desiderato inviare i loro ricordi, possiamo dare più notizie. Purtroppo, degli altri non abbiamo alcun aneddoto da raccontare al momento.

DRUSOLINA ANTONELLI

Ricordiamo l’istitutrice Drusolina Antonelli, di cui purtroppo abbiamo solo poche notizie. Sappiamo che era anche la guardarobiera della Sezione Femminile e che alcune bambine si dilettavano ad aiutarla. E’ grazie ad Elisa che abbiamo questa foto che la ritrae nel nostro orto di Via delle Spighe.

1 

Album Avellino:  Drusolina Antonelli

IOLANDA GEMMITI- Roma

2

Album Avellino: Iolanda Gemmiti

ASSUNTA BONOMO

Grazie a un video di Domenico Bemportato preparato nel 2004, in occasione di una sua raccolta di notizie circa la Chiesa di Centocelle,  abbiamo potuto a distanza di tempo capire  la spiritualità di Assunta,  conoscere meglio la sua personalità e ricevere il suo meraviglioso messaggio di beatitudine cristiana. Questa testimonianza ci ha portato indietro nel tempo quando, insieme con Assunta, frequentavamo quella  chiesa semplice di Centocelle. Assunta ci ha spiegato in poche parole cos’è una chiesa cristiana, che non ha bisogno di registri, ecc.  La nostra comunità non era piccola. Alle volte per i culti andavamo anche sul matroneo che ci piaceva tanto. Lassù c’era l’armonium e cantavamo i cori guidati dalla Signora Fasulo e ci sembrava d’essere in Paradiso.

Assunta, la ricordiamo con tanto affetto. Ci insegnava  a comportarci bene con la sua dolcezza che non dimenticheremo mai. Ricordiamo  l‘insegnamento di lavarci le mani. Lei ci teneva tanto.  Arrivò nel 1948 con sua figlia Gemma e suo figlio Antonio Di Ioia, da Ripabottoni. Dopo tanti anni tramite il video del 2004 ci vuol comunicare che quando arrivò,  si sentì subito a casa.

Inizia la sua intervista scusandosi dicendo che più dei nomi dei bambini, ricorda i loro numeri che si assegnavano nel guardaroba dove lei lavorava. Poi Assunta testimonia così:

“Io mi ricordo che la mia conversione è avvenuta mentre il Pastore parlava  della parabola del figliuol prodigo che ritornava a casa dopo aver sperperato tutto quello che suo padre gli aveva dato ed  io ho ricevuto come un colpo. Ho detto, Signore, sì, io sono a casa. Sono tornata a casa, che  era la chiesa. Io mi trovavo in chiesa e questa è la mia conversione”. 

Purtroppo non abbiamo una foto di Assunta di quando arrivò al Taylor nel 1948. Abbiamo invece una foto dei suoi due figli: Gemma e  Antonio di Ioia.

3

1948- Album Avellino: Gemma Di Ioia con Elisa e Matilde Avellino

ANTONIO DI IOIA

4

I CONIUGI CELANO- Nemi

Nel 1944 arrivarono in aiuto della signora  Fasulo i coniugi Ercole Celano e Matilde Veneziano.  Matilde si dedicò ai più svariati lavori, mentre Ercole, ottimo mastro ebanista, si occupò dei lavori di manutenzione diventando il factotum del Taylor.

 

5

Ercole in via delle Spighe

La signora Matilde ci ha fatto pervenire questi ricordi da lei dettati, all’età di 90 anni, alla nipote Marisa Valicenti:

“Nel 1944, avevo 30 anni e mio marito Ercole ne aveva 33, quando da Cersosimo, nostro paese natio, siamo stati chiamati da mio fratello, il pastore Vincenzo Veneziano, a far parte del personale dell’orfanotrofio G.B.Taylor di cui aveva recentemente assunto la direzione. Una volta arrivata a Roma mi sembrò di esserci vissuta  da sempre, forse perché mio padre, Pasquale Veneziano, mi aveva raccontato molti episodi di quella storica città facendomela amare ancor prima di conoscerla.

Era l’anno 1944; erano anni difficili. Alla Torraccia, zona circostante il Taylor, c’era un accampamento di soldati americani. Ricordo il piccolo cancello in Via delle Spighe, 2, dal quale sono entrata nell’orfanotrofio; era in ferro  e c’era una campanella. Sul vicino pilastro, una scritta: “Orfanotrofio Evangelico G.B.Taylor”. A quei tempi c’era un’unica costruzione, un villino che accoglieva i ragazzi orfani di guerra. Al piano terra c’era la direzione, il guardaroba. All’entrata fu ricavato, con un tramezzo di compensato, un piccolo spazio per mio marito Ercole e per me. Nel sotterraneo c’era il refettorio e la cucina. Al primo piano abitavano la signora Fasulo e i suoi due figli, Marco e Giulia e c’era il dormitorio dove dormivano 6 ragazzi.

I ragazzi da 6 presto diventarono 60. Alcuni avevano tre anni. Il mio compito era quello di cucinare per i ragazzi. Dovevo veramente creare dal nulla qualcosa di gustoso. All’angolo della cucina mio marito Ercole disegnò un camino che fu poi realizzato. Il calderone conteneva all’incirca 25 litri d’acqua e lui mi aiutava a sollevarlo per poggiarlo a terra. Date le difficoltà dell’operazione Ercole ideò e costruì con le proprie mani un braccio metallico con carrucola che potesse supplire al nostro pesante lavoro. Al mattino svegliavo i più piccoli, li lavavo e poi preparavo la colazione per tutti. Lavoravo dalle quattro del mattino fino alle otto della sera senza interruzione e per qualche tempo senza alcun compenso. Col tempo una signora della chiesa di Via Urbana regalò all’orfanotrofio una cucina economica. Mi sembrava di sognare!

Il lavoro  procedeva più spedito ed era meno faticoso. L’atmosfera era familiare, calda, piena d’amore e di sacrificio. I ragazzi pur non avendo i propri genitori si sentivano amati e protetti. La signora Fasulo era la vicedirettrice. Suonava il pianoforte e insegnava ai ragazzi a cantare. Correggeva loro i compiti e li seguiva negli studi. Sul retro del giardino c’era un piccolo orto la cui cura veniva affidata ai ragazzi più grandi. Vi si raccoglievano pomodori, insalata, patate e frutta. Più tardi il pastore Veneziano ebbe l’idea di mettere qualche gallina per avere le uova fresche per i bambini ed avevamo anche un maialino. La spesa veniva fatta dal pastore Veneziano il quale riusciva sempre ad ottenere dai rivenditori del mercato prezzi speciali  per l’orfanotrofio. Ricordo che lo chiamavano “Il Maresciallo”, perché acquistava grandi quantità di cibo, grandi per quell’epoca. Una signora appartenente alla nobiltà romana di cui non ricordo il nome faceva giungere all’orfanotrofio tramite i suoi dipendenti ogni mese una piccola provvista di cose buone: farina, sugna, zucchero. C’era sempre sul nostro cammino qualcuno che con un gesto d’amore lo rendeva più agevole. Con quella farina facevo una grande sfoglia, la arrotolavo e preparavo le tagliatelle. La pasta asciutta era un piatto lussuoso per noi ed era una grande gioia per i ragazzi. Si gioiva con poco, allora. Ogni giorno avvenivano piccoli miracoli che ci facevano sentire protetti dalla mano divina. Ercole ed io quando mancava il cibo andavamo alla Torraccia, allora aperta campagna a raccogliere vari tipi di erbette per preparare un gustoso minestrone. Abbiamo spesso rinunciato alla nostra già piccola porzione di pane per darla ai più piccini. Quello di Ercole e mio era un lavoro che non avremmo svolto nemmeno dietro lauto compenso, ma l’amore di quei ragazzi ci ripagò abbondantemente. Mentre scrivo, il mio cuore è colmo di emozioni, per un tempo ormai trascorso e che ora rivive unicamente nei miei ricordi. Ora vivo a Nemi, una piccola località dei Castelli Romani. La benedizione del Signore mi ha accompagnato lungo il mio cammino ed ora godo della serenità della vecchiezza”.

6

Album Celano: La  nevicata del 1946 a Roma Scalinata S.Maria Maggiore 

Davanti da sinistra: Armando Puppio, Tonino Italiano, TullioMalarby, Nicola Myckaniuk, Raffaele Natale.  Dietro da sinistra: Tino Siano, Mosé Cicoira, Angelo Santamaria, Ercole Celano

LILIA RICCI-GIANNINI

La signora Lilia Ricci-Giannini, figlia del Pastore Asprino Ricci, era una maestra di musica dotata di una grande esperienza musicale fatta col marito nei teatri dell’opera italiani dove il   Maestro Vincenzo Giannini dirigeva il coro. La signora Giannini formò la corale dell’Istituto ed il maestro Giannini musicò alcuni inni per i bambini del Taylor che furono raccolti nel libretto “Cantiamo Insieme”, ricordato da Giacinta Pietroforte.

MARCELLA GUIGLI

Dell’istitutrice Marcella Guigli, originaria di La Spezia, abbiamo serbato molti affettuosi ricordi forse perché l’associamo con attività divertenti ed eccitanti  L’abbiamo cercata, ma non siamo riusciti a rintracciarla. Ci ha insegnato a recitare, a costruire oggettini (il fai da te di allora), costumi per il teatrino e tante altre belle cose.

7

Album Avellino: Marcella Guigli

8

Album Mastrodicasa: Da sinistra: Anita Cotrone, Marcella Guigli, Lucia Mastrodicasa

I CONIUGI LOCCI 

I coniugi Locci abitavano nell’edificio detto “gabbiotto” che fungeva da portineria, quello che poi divenne l’ambulatorio del dottor Marco Fasulo. I Locci badavano al cancello d’entrata e si prendevano cura  della  biblioteca della Sezione Femminile. Dei signori Locci, Elisa e Giacinta hanno ottimi ricordi. Ecco una loro foto con alcuni ragazzi.

 

9

Album Avellino: I coniugi Locci con Matilde ed Elisa, Fiore, Nicola, Armando

FIORE PUPPIO- Roma 

Fiore ricorda il periodo dei lavori di ampliamento e particolarmente il continuo aguzzarsi l’ingegno per costruire con quel poco che si aveva a disposizione.

 

10

Album Mickaniuk: Da Sinistra: Armando, Nicola, Fiore, Guido

“Arrivai all’Istituto nel 1948. Ricordo la costruzione della chiesa. Partecipammo tutti. Dovendo acquistare il materiale per la costruzione al prezzo minore  in quei tempi  i pavimenti venivano fatti a travi di mattoni forati, allineati, rinforzati da tondino di acciaio e cemento. Questi si trasformavano in così chiamati travetti a lunghezza desiderata. Questi travetti una volta ben asciugati venivano usati uno a fianco all’altro per fare il soffitto. Sopra questi travetti si aggiungeva quindi una gettata di cemento ed il pavimento era fatto. Uno dei prezzi più alti del materiale necessario era l’acciaio. Il signor Veneziano aveva scoperto che poteva acquistare il tondino in  matasse invece che comprarle in fasci dritti. Il problema però era quello di raddrizzare il tondino e trasformarlo in barre. Questo problema fu risolto prendendo il rotolo e, dopo averlo fermamente fissato alla base di uno dei pali in cemento dell’energia elettrica, legando l’altra cima al gancio posteriore del gippone. Dopodiché  si metteva in moto il gippone e piano piano si stendeva la matassa. Una volta steso il tondino veniva tagliato a lunghezza desiderata con un grosso scalpello ed una  mazzetta colpendolo su un blocchetto di acciaio che fungeva da incudine. Questo avveniva in Via delle Spighe ”.

Grazie a Fiore ed al gippone!

 

ROCCO NATALE- Roma Centocelle 

Di Rocco, abbiamo appreso che non ha mai lasciato il Taylor perciò è la persona che ha abitato in Via delle Spighe più di tutti gli altri. Chissà quante cose ricorda!

11

Rocco Natale in Via delle Spighe fra una piallata e un’altra

Fu Rocco a costruire in legno tante cose per noi. La più bella che fece è senz’altro la croce che fu appesa  nell’abside della nostra chiesa.

 

12

La croce fatta da Rocco. Il motto “Gesù è la Luce del Mondo” era stato appeso in occasione di un campeggio estivo dei Ragazzi Ambasciatori.

MARCELLO PITTA 

Il signor Pitta è stato un educatore ed intrattenitore molto importante per noi tutti.  

13

Il girotondo che il signor  Pitta insegna ai più piccini

Enzo lo ricorda così:

“Il signor Pitta, di origine milanese, ci raggiunse al Taylor in qualità di istitutore per il reparto maschile fra il 1947 e il 1948 .  Essendo stato addestrato lungamente ai sistemi dei Boys Scouts ed avendo raggiunto il grado di Istruttore Capo, quasi immediatamente iniziò a trasmettere a noi tutti l’arte strutturata dei giovani esploratori. Ricordo con piacere  le lunghe lezioni di marcia che ci faceva fare, facendoci passare da fila unica, a due file, a quattro file. Nella nostra mente di piccoli ragazzi eravamo diventati soldati.” 

14

Quattro file!

“Come non ricordare le periodiche scampagnate quasi giornaliere quando il signor Pitta ci portava tutti in perfette file, alla militare, alla Torraccia dove ci divideva in due o più gruppi e dettagliatamente ci insegnava il così chiamato gioco delle tracce. Questo consisteva nel mandare avanti un gruppo il quale con gesso, pezzetti di legno, rametti, doveva lasciare determinate tracce a forma di freccia, croce, cerchi. Il gruppo successivo doveva rintracciare queste tracce e quindi raggiungere il primo gruppo che si era accuratamente nascosto. Il signor Pitta inoltre ci insegnava a fare il fuoco. La cosa più difficile era quello di accenderlo strofinando due rametti . Se non era possibile dovevamo accenderlo usando solamente un fiammifero. Tuttora al mio caminetto mi cimento e incoraggio i miei figlioli ed altri a cercare di accendere il fuoco usando solamente un fiammifero. Va per detto che in quei momenti il signor Pitta è lì con me. Il signor Pitta era molto orgoglioso delle sue esperienze di Boy Scout e regolarmente indossava il famoso  cappello di feltro pesante a tre punte, unitamente al fazzoletto intorno al collo fermato da un fermaglio a mo’ di nodo. Questo fermaglio era fatto di ottone. Il signor Pitta era anche maestro di pattinaggio. Purtroppo non avevamo un’area liscia e grande da permetterci di spaziare con i nostri pattini a rotelle, però avevamo un piccolo piazzale davanti alla chiesa fatto con  pezzi di lastre di travertino e mi ricordo che lo spazio era limitato. Ciononostante il caro signor Pitta ci insegnava a pattinare. Personalmente io lo ammiravo molto quando lui, un uomo molto alto, leggerissimo si muoveva sui suoi pattini insieme a noi. Il caro signor Pitta aveva la sua età e alcune volte nel cuore del caldissimo pomeriggio delle estati romane lui si appisolava mentre era seduto sulla panca, al lato destro dell’edificio maschile. Fortunatamente qualcuno è riuscito a riprenderlo mentre dormiva con il suo cappello da Boy Scout, la bocca aperta e con la nostra fedelissima gazza a fianco. Certamente ricorderete la nostra gazza. Mio padre l’aveva ricevuta in regalo chi lo sa da chi e per accertarsi che non fuggisse,  le aveva, come si fa di solito a tutti gli uccelli domestici, spuntato le ali. Questa gazza era essenzialmente un membro della nostra comunità. Amava specialmente il signor Pitta. Saltellava e ci seguiva e regolarmente, seguendo i suoi istinti naturali, se vedeva qualcosa che  luccicava, se ne impossessava e la portava nel suo nido. Ricordo personalmente di aver ispezionato questo nido con l’aiuto del signor Pitta e di averci visto dentro un paio di palline di vetro, un mozzicone di matita, mollette per i capelli ed un bottone di metallo. Eventualmente come tutte le cose, anche il periodo della  gazza finì. Le ali erano tornate al punto naturale e lei spiccò il volo e se ne andò”.

 

 15

La gazza e Pitta  che dorme

Grazie a Filadelfo siamo riusciti a recuperare la famosa foto di Pitta che dorme. Accanto a lui c’è la nostra gazza sveglia.

 

16

Marcello  Pitta al centro in divisa da Boy Scout. Alla destra di Pitta: Ciampa e Mickaniuk; alla sinistra: Palmieri, Rocco, Gennaro, Angelo

Ricordate come ci divertivamo a cantare le canzoncine che ci insegnava il signor Pitta?

“Il mio cappello ha tre punte

Tre punte ha il mio cappel.

E se non avesse tre punte

non sarebbe il mio cappel”.

***

“La macchina del capo ha un buco nella gomma

La macchina del capo ha un buco nella gomma

La macchina del capo ha un buco nella gomma

L’aggiustiamo col chewing-gum.

 

Alfa Romeo, Fiat e Lancia

Alfa Romeo, Fiat e Lancia

Alfa Romeo, Fiat e Lancia

Le aggiustiamo col chewing-gum”

***

“Pianta la fava la bella mugnaia

E se la pianta, la pianta così.

Poi l’ innaffia a poco a poco.

Poi si mette le mani così

La pianta così

La innaffia così

Poi si mette le mani così”

MIRIAM ROSA

Le ragazze della  nuova Sezione Femminile  ricordano la loro prima vicedirettrice Miriam Rosa, coadiuvata dalla “nonnina” Romilda Carile-Rosa. Romilda era figlia del pastore metodista Giuseppe Carile e vedova del pastore metodista Roberto Rosa. Essendo ambedue diplomate maestre “dell’ottocento”, provvidero a incrementare l’educazione scolastica, musicale  e religiosa in modo davvero ineguagliabile.

Molte bambine  ricordano le sue ripetizioni di francese e latino, lingue che conosceva benissimo, e gli studi biblici da lei impartiti.  Miriam Rosa è stata una delle fondatrici del Movimento Femminile Battista Italiano  e a quei tempi ne ricopriva la carica di Segretaria, ma trovò sempre il tempo di dedicarsi alle bambine del Taylor.

17

Miriam Rosa

Di quel periodo ci rimane  un documento che Elisa Avellino ha conservato e che ci fa vedere un altro aspetto dell’educazione che veniva data a quei tempi.

18

Album Avellino:Quadretto che ogni bambina aveva appeso sul lettino insieme con un altro dove c’era scritto un versetto biblico

 

Nella sua disarmante semplicità, questa “scala del buon cristiano” potrebbe essere una via d’uscita dall’aridità del materialismo dei nostri tempi.

LA SIGNORA TARASCIO- Matera 

Non abbiamo dimenticato la nostra  cuoca, la signora Tarascio. Venne a Roma proveniente dalla Sicilia.   A Michelina  piaceva aiutarla in cucina e ha di lei ottimi ricordi. E’ stata  rintracciata a Matera   e abbiamo appreso che ha recentemente compiuto 90 anni, ma noi la ricordiamo così come quando arrivò con suo figlio Nino.

19

La Signora Tarascio con suo figlio Nino

ANGELO SANTAMARIA- Roma

20 

Album Myckaniuk: Angelo Santamaria

 

Angelo Santamaria, proveniente dalla Lucania, San Paolo Albanese, arrivò giovanissimo al Taylor chiamato dal pastore Veneziano. Fu istitutore della sezione maschile dal 1946 al 1955. E’ ricordato con affetto da tante testimonianze. Anche lui si cimentò alla guida del gippone.

Ha anche collaborato attivamente quale membro del CAIT

(Club Amici Istituto Taylor) per la raccolta di fondi per salvare dal degrado l’Istituto G.B.Taylor nel 1970.

TINO SIANO- Bologna

 21

Album Myckaniuk: Tino Siano

 

Abbiamo rintracciato Tino a Bologna. Fu istitutore al Taylor dal 1946  

al 1948, ma  ricorda benissimo di aver avuto contatti col Taylor, ancor prima, nel 1939, quando da Altamura, accompagnò Nicola e Mosé a Monte Mario.

Tino ci ha inviato alcune foto ed alcuni suoi ricordi. Ecco questa bellissima foto dell’abbondante nevicata a Roma nel 1946.   L’ha intitolata: “ Rimpianto”.

22

Rimpianto. Album Siano:1946 –  Sotto la neve davanti a Santa Maria Maggiore. Da sinistra davanti: Armando Puppio, Tonino Italiano, Tullio Malarby, Nicola Myckaniuk, Raffaele Natale. Dietro da sinistra: Tino Siano, Mosé Cicoira, Angelo Santamaria, Ercole Celano

 

Pensiamo sia giusto aprire una parentesi per portare alla luce un lato dei problemi collegati all’educazione dei bambini del Taylor con le parole ed i pensieri che l’istitutore Tino Siano formulava in quegli anni difficili. Tino è stato così gentile da inviarci un suo manoscritto del 1947 ed uno degli anni sessanta con le sue riflessioni sulla missione dell’educatore e sui bambini del Taylor. Queste riflessioni hanno molti anni,  eppure sono così attuali!  Eccole:

“L’educazione si trasmette da educatore ad educando. Basi fondamentali dell’educazione sono l’amore, l’ubbidienza ed il rispetto. Il Galateo è utile, ma non occorre impararlo a memoria. “Ama Iddio tuo con tutto te stesso, con tutta la mente tua; ama il tuo prossimo come te stesso”. Da questi due comandamenti dipende tutta la Legge. E questi due comandamenti dovrebbero essere alla base degli insegnamenti. Se l’educatore si ispira all’osservanza per sé e per i ragazzi di questi comandamenti credo non possano esservi metodi più perfetti. Ciò che all’educatore necessita è l’amore e la calma in ogni circostanza. Che linea mantenere? Secondo me intransigenza su cose fondamentali, ma molta tolleranza sulle secondarie. Quindi molta pazienza conviene agli educatori onde non farsi mai trasportare dalle proprie alterazioni nervose causate alle volte da futili motivi come ad esempio possono essere i frequenti, naturali ed innocentissimi impeti di esuberanza. Il nervosismo degli educatori viene trasmesso agli educandi e da questi conservato talvolta per tutta la vita. Fortunatamente anche la tolleranza e la comprensione vengono assimilate (se pur in un certo limite). Quando può capitare all’educatore di non essere in perfetta calma di fronte ad un ragazzo, conviene che si allontani per quanto basti al ritorno alla normalità. E’ logico che i ragazzi debbano sfogare la loro vigoria spesse volte in un baccano assordante. Purché non sia ora di occupazione si può cercare  di calmarli; se non vi si riesce che in parte, ai grandi conviene tapparsi le orecchie e se mai gli educatori vedessero impossibile sopportarli dovrebbero cambiare mestiere. Per questi motivi non si dovrebbe mai adottare punizioni; anche per maldestri di qualsiasi genere che non influiscano sulla formazione; mai spingersi oltre il semplice ammonimento di stare più attenti. Essere severi per serie mancanze, ma riconoscere apertamente con lodi anche una piccolissima prova di bontà e d’altruismo e di giustizia. Così facendo si può spingere, incoraggiare il ragazzo su questa via portandolo a meditare e rendendolo lieto di se stesso.  Spesso può capitare di essere testimoni, non desiderati e non visti, di atti di solidarietà fra compagni, sia pure in occasioni non giustificate o per alleviare una punizione. Se si può evitare di farsi scorgere è meglio; se non si può, non punire mai in un’occasione di fratellanza, se mai far comprendere i veri motivi dell’errore. Quando si scopre un ragazzo passibile di punizione non stabilire mai all’istante l’entità o il tipo di punizione, ma dire solo: “Sarai punito”. Questo perché, sul momento chi punisce non può avere chiare le idee per ciò che è accaduto, o può essere innervosito correndo il rischio di essere troppo severo e, non potendosi ritirare in seguito, si lascerebbe un ragazzo punito in modo ingiusto. Il bambino ha bisogno di molto amore e di molta giustizia. Deve rimanere convinto dell’una e dell’altra cosa”. 

Tino dà poi una testimonianza commovente che fu scritta negli anni sessanta:

“Oggi, a tanti anni di distanza (anni sessanta) mi è gradevole ricordare quegli anni passati in quel collegio (principalmente composto da orfani) come istitutore. Era l’immediato dopoguerra. Ricordare gli insegnamenti che io stesso ho ricevuto dai ragazzi; per imparare un mondo intero, un nuovo mondo; mi bastava soltanto guardarli bene negli occhi cercando di arrivare fino al loro cuore. Ero stato accolto, non voluto, come un intruso, quasi come un nemico. Mi vedevano come un disturbatore del loro disordine e della loro quasi anarchia. Vissuti in tempo di guerra quasi senza guida erano un po’ dei piccoli ribelli. Diventammo ben presto amici, amici di cammino. Non posso fare a meno di ricordare tra le tante cose l’immancabile teatrino delle marionette costruito  da uno di loro, abilissimo anche nei pupazzi. Davamo degli spettacoli invitando anche gente estranea. Un’altra istituzione riuscita fu il “Tribunale” ebbi l’idea di questo gioco per vedere come se la sarebbero cavata nella parte di giudici. Infatti, ogni carica veniva ricoperta da loro stessi; il giudice, i giurati, la difesa, la pubblica accusa, il cancelliere e le guardie. Coprivano i ruoli a turno; poi si finì col portare ai “Processi” delle “Cause” vere, per vicende vari motivi, liti e con punizioni “vere” inflitte da loro stessi. Non vedevano l’ora che succedesse qualcosa per riunire il tribunale. C’era un ragazzo che aveva così preso a cuore la parte di Pubblico Ministero che lo elessero di ruolo. Non stava più nella pelle; prendeva appunti e note sui “processi” per prepararsi all’arringa (era un ragazzo meritevole, non c’era pericolo che passasse sul banco degli imputati). Spesso dovevo intervenire io come ”Presidente d’appello” per alleggerire le pene troppo severe. In questi “Processi” avevano modo di saggiare tutte le loro qualità, i loro istinti, positivi e negativi e, principalmente il loro senso di giustizia”. 

 

23

1947: Davanti alla Chiesa di Via Urbana

Da sinistra: Gioacchino De Vito, Angelo Santamaria, Elia Tartaglia, Adriano Bertolini. Tullio Malarby, Nicola Scattaglia, Michele Pappagallo,   Vincenzo Veneziano, Alberto Bertolini, Tino Siano

“Vulcano”

Tutti amavano “Vulcano” e  passavano parecchie ore nella sua fucina. Di lui ne parlano in molti. E’ evidente che non è stato dimenticato. Di “Vulcano” sappiamo che era anche un pugile. Forse era questo che lo rendeva ancora più affascinante. Ma una cosa era certa. Tanti pugni volavano durante i suoi  incontri di pugilato ed a prenderli era proprio il caro “Vulcano”.

24

Enzo con “Vulcano”

IL NOSTRO MONDO 

Abbiamo parlato di noi, dei collaboratori del Taylor, ed adesso è giunto il momento di parlare del nostro mondo e dell’ambiente in cui crescevamo.

 

1 

 Il Taylor negli anni Cinquanta

 

Nelle pagine precedenti, con i nostri racconti,  abbiamo rivisto con gli occhi di  bambino il paesaggio, i luoghi particolari, i personaggi e gli eventi a cui siamo stati esposti e che nel bene o nel male hanno lasciato un segno nelle nostre vite ed hanno contribuito alla nostra formazione.

Adesso cercheremo di rivisitare assieme quel mondo.

IL PANORAMA

Ecco cosa appariva ai nostri occhi quando ci affacciavamo da Via delle Spighe.

2

La Torraccia

Abitavamo in piena campagna.  Il panorama era una torre d’epoca romana chiamata Torraccia che era circondata da pini marittimi. Era bello poter scalare quella torre diroccata o fare delle lunghe passeggiate lungo l’Acquedotto Alessandrino che allora veniva chiamato “gli Arcacci”.

3

Gli Arcacci

 

IL VASCONE 

Sono in tanti a far riferimento al famoso vascone. Purtroppo non è stato mai fotografato da nessuno di noi e ora non c’è più. Lo sappiamo da Gennaro che durante una sua recente visita  a Centocelle lo è andato ancora a cercare.

 4

Album A. Puppio: Dopo il bagno nel “vascone” “Viva i turbanti!”

56

  Album Mickaniuk: Agosto 1949

I SOLDATI AMERICANI

Sappiamo poco dei soldati americani che ci hanno aiutato nel periodo del primo dopoguerra perché eravamo troppo piccoli. Ricordiamo solo qualche nome: Herman Carr, Vernon Dietrich, Jim Hostettler, Tom Lindsay, il sergente Cobern. Armando Puppio ricorda anche un certo Phil Grossman.  Di loro, purtroppo, abbiamo solo questa foto e non ci è possibile riconoscerli, però è ugualmente interessante ricordarli e  renderci conto di quanto  ci volessero bene.

7

Soldati americani  con i bambini sulla scalinata della sezione maschile.  Forse il primo a sinistra  in alto è Vernon Dietrich

Questi  potrebbero essere proprio quei soldati di cui parla Nicola Myckaniuk che furono ospitati nella soffitta della sezione maschile in attesa che i tedeschi lasciassero Roma. 

Un altro benefattore  è stato il cappellano  Samuel Faircloth di cui abbiamo una bella fotografia.

8

Il cappellano Samuel Faircloth con Vincenzo Veneziano e Luigi Lo Porfido 

Il Cappellano G. Lair, divenutoci amico, ci aiutò in tutti i modi possibili. Una cosa speciale che il pastore Veneziano ottenne tramite Lair fu  il permesso di trasmettere il primo Culto Evangelico via radio in Italia. Alcuni ricordano che il versetto usato per il primo messaggio fu  “Io alzo gli occhi ai monti… Donde mi verrà l’aiuto?” (Salmo 121) e che il messaggio doveva durare pochissimi minuti.  Oggi sembra essere una cosa normale che questa storica rubrica della RAI sia trasmessa, ma vale la pena di ricordare come questo importante contatto diede inizio all’evangelizzazione via etere in Italia.

9

Album Siano:  1945- Davanti alla chiesa di Piazza in Lucina. Il primo a sinistra è il sergente Cobern, alla sua destra Vernon Dietrich

 

Anna Veneziano-Wynn  ci ha inviato una e-mail  da Maui, Hawaii, U.S.A. per ricordarci altri avvenimenti di quel periodo:

“Samuel Faircloth. era prima cappellano a Roma ed io lavorai per lui quando “The Headquarter” era nel palazzo di fronte a quello di Mussolini a Piazza Venezia. Poi lui si trasferì a Ciampino ed io prendevo l’autobus militare ogni mattina a Piazza di Spagna per andare a Ciampino.  Faircloth teneva tre  culti ogni domenica, uno a Ciampino, l’altro al Foro Italico e poi un terzo nella chiesa di Via Nazionale. Con Faircloth iniziarono i culti all’aperto a Piazza in Lucina.  I soldati si mettevano in cerchio davanti alla chiesa, i membri della chiesa italiani stavano dentro al cerchio. Arrivavano con un camion e portavano un piccolo armonium, lo mettevano nella piazza ed io suonavo gli inni e papa` predicava e naturalmente c’erano parecchi cattolici che volevano discutere di religione. In ricorrenza di un Natale ricordo che i soldati ci portarono col camion a cantare per i malati nel loro ospedale militare  Eravamo un bel gruppo di giovani italiani  ed io naturalmente suonavo l’armonium per accompagnare gli inni”.

Armando Puppio ricorda un Natale speciale a Piazza Barberini.

Fummo inviatati dai nostri amici  soldati americani (purtroppo ricordo il nome di uno solo di loro: Phil) a una festa di Natale all’Hotel Barberini . La signora Fasulo ci preparò insegnandoci a cantare inni natalizi in inglese: La festa fu splendida e ci riempirono di regali e di cibo. Ricordo ancora le canzoni di Natale che cantammo in quell’occasione”.

Abbiamo chiesto ad Anna  di rintracciare qualche soldato e lei è riuscita ad avere notizie solo da Vernon Dietrich, il quale ricorda benissimo  Phil, il soldato nominato da Armando.

Vernon ci ha fatto sapere, da Bixby, Oklaoma, dove attualmente risiede,  che  Phil (Philip) Grossman lavorava alla Weather Station (stazione meteorologica) dell’aeroporto di Ciampino e ricorda benissimo che una volta incontrati i ragazzi, lui ed altri andarono subito al PX (spaccio militare americano) e riempirono vari sacchi di dolciumi di ogni specie da regalare loro. Ricorda anche quando i ragazzi furono invitati all’aeroporto di Ciampino e giocarono tutti insieme al pallone.

Ai nostri occhi di bambini questi soldati americani dovevano apparire come extra-terrestri. Abbiamo imparato a familiarizzare con loro, a sentirci vicini a gente che parlava,  mangiava e si muoveva in un modo differente dal nostro e quindi a capire che non bisogna avere paura del diverso perché in tutto vi può essere bene ed amicizia.

IL TAYLOR SI MOTORIZZA

L’Istituto di Via delle Spighe era ubicato in piena campagna e, dato l’isolamento, il problema del trasporto era all’ordine del giorno. Dopo l’attesissima fine della seconda guerra mondiale il signor Veneziano, avendo fatto amicizia con un altro cappellano statunitense di nome G. Lair  che aveva sia la chiesa che gli uffici all’aeroporto di Ciampino, riuscì a mettersi in contatto con l’ufficio militare alleato di Livorno che trattava tutti i residuati bellici.

10 

Il Cappellano Lair ed il Pastore Veneziano

Con grande felicità, riuscì ad ottenere i seguenti veicoli:

-Una jeep grigio verde con rimorchietto decappottabile

-Un gippone essenzialmente simile alla jeep, ma tre o  quattro volte più grande

-Un’autoambulanza di colore blu

-Una motocicletta Triumph da 350cc.

E’ così che i ragazzi furono iniziati all’ebbrezza dell’autotrasporto. Non si andava più a Via Urbana col solito trenino azzurro, ma in auto.

Ed ecco il  famoso gippone. Anche in questo caso è tutto coperto e non si può vedere chiaramente com’era.

 

11

Album Siano: Il Gippone

Da sinistra in senso orario: Tino Siano, Angelo Santamaria col cane Lillo, Armando Puppio, Ercole Celano, Nicola Mickaniuk, (sotto il gippone) Tonino Italiano.

 

Tino  Siano ricorda che il gippone venne guidato prima  da Ercole Celano, il quale, reduce dalla campagna d’Africa, aveva la patente per camion e sapeva guidare bene. Poi, prese la patente anche lui, ma la prima volta che lo guidò ebbe un brutto incidente. Il gippone era carico di bambini e di mimosa da portare in dono alla Chiesa di Via Urbana. All’andata tutto andò bene. Al ritorno, un po’ per l’emozione, un po’ per la troppa sicurezza, prese male la curva  da Via Casilina  a Via della Bella Villa e, senza rendersene conto, andò a finire nel fossato dei binari del trenino azzurro. Meno male che non successe nulla di irreparabile, anzi i bambini illesi si divertirono moltissimo per l’avvenimento.

Armando ricorda che, una volta fuori uso, il gippone fu messo sul retro del giardino e divenne così un giocattolo per i più grandicelli. Tutti potevano fingersi autisti e smontare i pezzi per vedere com’era fatto.

Ercole Celano trasformò la jeep in giardinetta facendo una copertura  in legno.

12 

La nostra jeep davanti al cancelletto di via delle Spighe

 

 Questa è la foto della jeep che però sembra non esserci perché coperta dai bambini, ma c’è, come si può intravedere dal paraurti sul davanti. Abbiamo identificato solo Gennaro che è il bambino più in alto, a destra. A sinistra Ercole, a destra Veneziano. E’ chiaro come questa auto fosse importante per tutti e specialmente per i più piccini!

Col tempo si passò ad auto più sofisticate…

 13

Album Mickaniuk: La Balilla dell’Istituto

Anche noi possedemmo una Balilla! Al volante Nicola, in piedi Mosé 

  

L’AMPLIAMENTO DELL’ISTITUTO

Intanto, dopo la guerra,  la situazione economica andava migliorando grazie alla generosità di molti benefattori di tutte le chiese evangeliche italiane che venivano contattate con lettere circolari e così il numero dei bambini andava sempre più aumentando come si vede in questa foto di gruppo sulla scalinata della Sezione Maschile.

 14

1947 – Scalinata Sezione Maschile.

 

Questo periodo di generosità permise di portare a termine il sogno di ampliare l’Istituto.

Dalle memorie del signor Veneziano:

“Intanto io credevo fermamente che il voto di molti anni prima dovesse essere condotto a compimento. L’orfanotrofio doveva essere ingrandito per ospitare un  numero sempre più grande di bambini. Fu un lavoro difficile e che incontrò resistenze ed incomprensioni. Ma è un fatto che le mie insistenze e decisioni furono premiate dal Signore e che un grande programma di costruzioni e ricostruzioni, messo in atto dalla nostra Opera, ebbe inizio a Centocelle con l’ampliamento dell’Orfanotrofio. Di esso parlavo  quasi giornalmente col fratello Ronchi ed è giusto e leale ricordare che senza la fiducia ed il dinamismo dello stesso fratello Ronchi non si sarebbe fatto ciò che è stato fatto. Sicché, di colpo, la  capacità dell’Istituto fu portata a 70 letti”.

1516

L’ampliamento della sezione maschile

Enzo ricorda l’ampliamento come “le costruzioni fatte con pochi soldi, ma molto amore”:

“Si iniziarono i lavori sotto la diretta supervisione del signor Veneziano che ebbe la fortuna di incontrare un abile capomastro del luogo che acconsentì ai lavori portando con sé anche alcuni manovali. Il  capomastro si chiamava Wilson De Grandis che era da poco rientrato in Italia, reduce dal campo di concentramento nazista di Mauthausen. Povero Wilson, quante domande gli facevo sulla guerra e sulla prigionia. Da adulto so che deve essere stata un’esperienza terribile, ma lui forse per non impressionare troppo un bambino, si sforzava a parlarmene in modo sincero, ma positivo. Quanto era buono, Wilson! Lavorava fino a tarda sera, alle volte anche senza manovali, per finire in fretta.

L’intero impianto idraulico degli edifici fu fatto dal signor Veneziano unitamente a Wilson.  Armando Puppio si improvvisò esperto nel ricoprire i tetti con il catrame.

Allorquando venivano consegnati mattoni, tutti venivamo richiesti di aiutare a scaricare e quindi, in fila, uno a fianco all’altro, un mattone alla volta, scaricavamo l’intero camion. Venivamo chiamati dal signor Veneziano il suo esercito di formiche.

Quando si fece lo scavo per il seminterrato dell’aggiunta della sezione maschile, tutto il terreno rimosso venne messo nel cortile adiacente alla costruzione. Per motivi di costo, questi cumuli di  terra, che per noi bambini erano come grandi montagne, rimasero lì per molto tempo diventando per noi una delle più belle zone di svago. Ci arrampicavamo su questi ”monti” di pozzolana. Scavavamo delle piccole tane. Era per noi un grande piacere. Eventualmente le finanze migliorarono e le nostre montagne furono rimosse”.

Terminato l’ampliamento della Sezione Maschile,  il signor Veneziano diede inizio alla campagna di raccolta di fondi per la costruzione della Sezione Femminile e della Chiesa, come ricordato nelle sue memorie:

Inoltre ricordavo continuamente che l’orfanotrofio doveva accogliere orfani di ambo i sessi e che in un Istituto del genere non doveva mancare un locale adatto per la predicazione del Vangelo e per la preghiera.

Incominciai a parlare della cosa col “Padre degli orfani” ed anche con tutti coloro coi quali venivo a contatto.  Ne scrissi ad amici, specialmente americani, e diramai lettere circolari nelle quali il programma massimo consisteva nell’avere la costruzione di una Sezione Femminile, di una Chiesa, di un Ambulatorio Medico e di un Asilo per i Vecchi.

La cosa era buona ed il Signore provvide nella maniera più semplice possibile. I mezzi vennero dai Signori Fraser di Washington, D.C., per la costruzione della Sezione femminile, e da un gruppo di amici, per la costruzione della Chiesa.”

Così fu inviata una lettera circolare per gli amici americani che risposero sollecitamente con aiuti finanziari affinché si realizzasse il sogno della costruzione della Sezione Femminile e della Chiesa.

 

17

“Cartolina” del Taylor per i soldati americani.

Le offerte arrivarono e così cominciarono i lavori. C’era da divertirsi con tutti quei materiali e quell’attività.

E così furono  messe le prime pietre delle nuove costruzioni.

18

Il pastori Ronchi e Veneziano

19

La prima pietra del reparto femminile posta dal pastore Veneziano.

A poco a poco i lavori presero forma e si cominciò ad intravedere la Chiesa e la nuova Sezione Femminile.

20

La Chiesa e la Sezione Femminile in costruzione

21

La Sezione Femminile e L’Ambulatorio in costruzione

 

Enzo ricorda alcuni particolari sulla costruzione della chiesa:

“Per  ciò che riguarda la costruzione della nostra bellissima chiesa, ricordo con tanta emozione l’erezione delle capriate  stile francescano. In preparazione  delle visite importanti, “l’esercito” provvedeva alla pulitura e lucidatura del  pavimento della chiesa e per noi era una gran gioia. Lavavamo il tutto con acqua e detersivo. Attendevamo che il pavimento si asciugasse e poi  con una specie di acqua ragia lucidavamo il tutto. Tuttora non capisco il motivo per il quale usavamo quel prodotto”.

22

La Chiesa dalla parte del frutteto 

Anche Matilde Celano ha  vividi ricordi della chiesa:

Ricordo che  alcuni americani vennero a visitarci e lasciarono un’offerta che venne utilizzata per iniziare l’ampliamento del reparto maschile, onde permettere di ospitare più ragazzi. Altre offerte permisero la costruzione del reparto femminile e  della chiesa. Col tempo si riuscì a costruire anche l’ambulatorio curato dal Dottor Marco Fasulo e più in là la casa di riposo tanto desiderata da mio fratello che ebbe sempre tante opposizioni nell’ effettuare tali cose. Ricordo che quando i membri  del Comitato fecero delle obiezioni circa le dimensioni dell’edificio della chiesa a loro avviso troppo grande, il pastore Veneziano rispose: ”Un giorno, questo locale sarà troppo piccolo!” Infatti la chiesa di Centocelle divenne sempre più gremita di fedeli e di simpatizzanti. L’inizio del culto veniva annunciato dal suono delle campane. Mentre tutto ciò accadeva, mio marito aveva aperto un vero e proprio laboratorio di falegnameria all’interno dell’orfanotrofio. Costruiva panche per il tavoli della sala da pranzo e mobili vari. Costruì anche un imponente pulpito per la chiesa. Ora, constato che il  pulpito è stato rimosso. Peccato!”

Per far piacere alla signora Matilde abbiamo trovato una foto della cappella com’era allora, con il pulpito fatto da Ercole.

23

1948-Foto chiesa con pulpito

E poi venne costruito un Ambulatorio.

24

L’Ambulatorio

Questo ambulatorio, organizzato dal Dottor Marco Fasulo, provvedeva alle necessità sanitarie dell’Istituto e del vicinato.

Nei primissimi tempi il “gabbiotto”, come veniva chiamato da noi tutti, fu abitato dai signori Locci i quali fungevano da guardiani. Nel gabbiotto c’era anche una piccola biblioteca per le bambine.

Tutti i ragazzi e le ragazze ricordano il periodo delle costruzioni. Una sorgente inesauribile di materiale per giocare, di cose e persone da osservare, di piccole attività a cui partecipare e di cui sentirsi parte.  Quel periodo ci ha fatto capire che le cose, ben lungi dall’essere “dovute”, si costruiscono dal niente, da una prima pietra e poi giorno dopo giorno crescono e prendono forma grazie al lavoro ed alla perseveranza: un bell’esempio di divertimento, partecipazione e soddisfazione personale. Parlando della cappella, molti hanno detto “io ho partecipato a costruirla con le mie mani” e questa percezione delle capacità di noi bambini di allora è forse stata anche uno stimolo nel cammino della realizzazione di noi stessi.

LA CASA DELL’UOMO 

Parlando di costruzioni e lavori vari, ricordate la Casa  dell’Uomo? Qualcuno ne ha già parlato nelle pagine precedenti con simpatia. Questa “casa” fu di grande aiuto nelle costruzioni! Era situata sul retro della sezione maschile, proprio lì dove c’era anche l’emerito gippone ed il vascone. In quella casa si faceva di tutto. In falegnameria c’erano Ercole Celano successivamente aiutato da Rocco Natale, in officina c’era Vulcano, il sarto era  Giuseppe Natale e come calzolaio lavorava il signor Pappagallo, che veniva da Tor Pignattara.  Poi venne Fiore che, pur essendo molto giovane, si ingegnò prima ad apprendere e poi ad insegnare il mestiere di calzolaio. Acquistare le scarpe a quei tempi era davvero costoso, perciò bisognava risuolarle molto spesso!

LA CASA DI RIPOSO 

Non sappiamo la data esatta della costruzione della prima casa per gli anziani, ma anche questo sogno fu realizzato. All’inizio degli anni Cinquanta,  grazie alla sua ispirata deteminazione , il pastore Veneziano acquistò un terreno confinante con il Taylor e, appoggiato e coadiuvato  dal pastore Manfredi Ronchi, allora Segretario dell’Opera Battista, riuscì a costruire una palazzina per ospitare gli anziani bisognosi e le vedove dei pastori  delle nostre chiese.

Cominciarono ad arrivare i primi ospiti. Ricordiamo Michele,  il primo, poi Marta, profuga dalla Russia e membro della chiesa di Via Urbana,  Il signor Siano membro della chiesa di Salerno e tanti altri. Col tempo la Casa di Riposo dell’Istituto G.B.Taylor si è trasferita nella struttura originale del Taylor, che un tempo ospitava la sezione maschile dell’Orfanotrofio. 

LA SCUOLA TEOLOGICA BATTISTA 

L’Istituto G.B. Taylor ebbe anche l’onore di ospitare per breve tempo la Scuola Teologica battista, prima del suo trasferimento a Rivoli torinese.

Riportiamo quanto scritto a proposito  dalla Prof.ssa Laura Ronchi-De Michelis circa la storia della Scuola teologica battista di Roma nella raccolta di studi in onore di Guido Verucci: Chiesa, laicità e vita civile.

“La Chiesa battista non abbandonò il progetto di formare autonomamente i propri predicatori: nel 1948 inaugurò i corsi della Scuola teologica, provvisoriamente presso l’istituto G.B.Taylor in via delle Spighe, a Roma, e dall’anno successivo fino ai primi anni Settanta nella nuova sede della settecentesca villa Colla a Rivoli, presso Torino” 

LA CHIESA DI VIA URBANA- Roma

La Chiesa di Via Urbana ha sempre contribuito con generosità all’assistenza dell’orfanotrofio, anche nel periodo della guerra, quando tutti eravamo nel bisogno. Ricordiamo questi nomi: Abate, Abbruzzese, Acacia,  Filomena Antonelli, Appignani, Berio, Blonna, Brunetti, la famiglia Colle, il signor Del Grande, Vera e Fernanda Di Carmine, le famiglie Diociaiuti, Gramola, Maisano, Mattei, Pasella, Prisinzano, Profeta,  Ricozzi,  Soro, Turrini,  Zappi.

25

La chiesa di Via Urbana

  

Il signor Del Grande, abile elettricista, era sempre pronto a correre a Centocelle per riparare qualsiasi danno. Ci si poteva fidare di lui, anche di notte.

La signora Profeta era la classica “mamma de Roma” e ospitava con grande piacere nella sua casa, già piena dei tanti suoi figliuoli, per il pranzo della domenica.  Era molto amata dai ragazzi che un giorno decisero di andarla a trovare senza avvertire nessuno.  Si vissero momenti di angoscia per la loro sparizione, ma verso sera, quando la signora Profeta telefonò per informare della cosa, tutto si risolse nel migliore dei modi. Doveva essere veramente allettante essere ospitati dai Profeta.

26

Membri della chiesa di Via Urbana

Da sinistra: Vera di Carmine, Lidia Acacia (sposò Amelio Giannetta), Fernanda Di Carmine. Dietro: Anna e Mirella Veneziano, Vanna Gramola. Davanti: Enzo Veneziano.

Ricordiamo anche Bruno Cornacchiola che avendo avuto una visione della Madonna è riuscito a far costruire un santuario a Roma. E perché non ricordarlo? Ci ha rallegrato con i suoi spettacoli . Era stato introdotto nella chiesa di via Urbana dal signor Diociaiuti ed era felice di  venire a trovarci a Centocelle con i suoi figli Isola, Carlo e Gianfranco e di  allestire spettacoli molto divertenti. Lo fece fino al 1947, quando ebbe la visione della Madonna in località “Tre Fontane”. Divenne troppo importante ed ebbe ampio spazio su tutti i giornali. Sappiamo che Cornacchiola fu anche ricevuto in udienza privata da Papa Pacelli e che  anche lì fece magistralmente una delle sue esibizioni. Un vero e proprio numero degno di applausi a scena aperta. S’inginocchiò singhiozzando e tremando e quando il Pontefice gli fece cenno di alzarsi, ubbidì e gli offrì la copia della Bibbia, ricevuta dal pastore Veneziano quando lo battezzò e con essa un grosso coltello e disse:

“Santità, con questo libro avevo giurato di combatterla e con questo arnese di ucciderla “.

E come non ricordare Adriana che ci insegnò a ballare il nostro primo “rock&roll”! Adriana era figlia del nostro parrucchiere Blonna, membro della chiesa di Via Urbana con negozio a San Giovanni, che ogni tanto veniva a Centocelle a tagliarci i capelli.

27

Adriana Blonna

A proposito di Blonna, cominciammo anche noi bambine a imitarlo giocando  a fare le “parrucchiere”. Che divertimento! Riempivamo una carriola di acqua e sapone che montavamo ben bene per fare la schiuma. Così attiravamo le più piccole per far finta di fare lo shampoo. Un bel giorno, però, usammo le forbici e taglia, taglia (poiché il taglio non veniva mai bene), pelammo una bambina. Apriti cielo! Da quel momento ci fu proibito di fare le “parrucchiere” e con la schiuma che continuammo a fabbricare, diventammo “gelataie”.

Gli amici di via Urbana sono stati veramente speciali.  Ci hanno offerto esempi su aspetti della vita e dello status sociale diversi, ma con un costante comun denominatore: l’amore verso il prossimo. Noi bambini di allora lo abbiamo capito ed abbiamo serbato questo ricordo nel nostro cuore.  Dalle reminiscenze che ci siamo scambiati appare chiaramente che moltissimi di noi si sono dedicati e si dedicano tuttora con amore al prossimo.

LE CAMPANE 

Ci furono regalate le famose campane.

28

29

Una delle due campane sulla carriola pronta per essere trasportata sul campanile.

 

Ma chi avrebbe mai immaginato che queste campane scatenassero un gran putiferio perché erano “protestanti”? Il pastore Veneziano ricorda:

“Nel 1949 avemmo momenti di notorietà nella pubblica opinione. Il nostro campanaro, il signor Pitta, adunava tutti all’ora delle riunioni in chiesa suonando le due campanelle. Questo disturbò un certo commendator Allegri, proprietario della sontuosa “Bella Villa”, situata proprio di fronte a noi. Appellandosi agli Art. 659 e 660 del Codice Penale, chiese l’interdizione del suono delle nostre campane . Tali articoli vietano gli “schiamazzi, i rumori, gli strepiti” che recano disturbo alle “occupazioni o riposo delle persone”. I trasgressori sono punibili con ammende pecuniarie e con la carcerazione. Io eccepii che se il suono delle nostre  campane doveva ritenersi illegale, tutte le campane di Roma e d’Italia dovevano essere tacitate con mezzi coercitivi.

 

30

La visita dell’ambasciatore degli Stati Uniti a Roma. Dietro: Annina Veneziano. Gemma Di Ioio, Adelaide Fasulo

 

Oltre qualche quotidiano, intervenne anche un settimanale satirico, pubblicando parecchie vignette spiritosissime contro chi si sentiva disturbato da due campanelle Protestanti e poteva dormire placidamente al rimbombo del “campanone” della basilica vaticana, piazzato al proprio capezzale. Altra vignetta aveva il sottotitolo “A Roma il suono delle campane è proibito”.

Il giornale “Avanti” arrivò a temere addirittura un’azione diplomatica da parte degli Stati Uniti. Per la verità la colpa fu tutta mia, che in occasione di una delle visita all’orfanotrofio dell’Ambasciatore Americano, volli avvertirne la Direzione del suddetto giornale. Ci fu una vignetta sul giornale che rappresentava l’Italia distesa fra un grosso martello con la scritta: “La Legge” e un’incudine con la scritta: “U.S.A.”

In quanto a me, disattesi l’illegale ingiunzione. Le nostre campanelle continuarono allegramente il gioioso loro invito alla preghiera e nessun poliziotto venne ad arrestarmi”.

Questo è un altro episodio che viene ricordato da tutti noi. Sicuramente l’evento fece molto chiasso e le discussioni che ne seguirono e delle quali noi fummo testimoni dovettero essere infuocate.  Penso che questo evento possa averci aiutato a non sopportare le prevaricazioni dei più potenti e a saperci battere per le cause che reputiamo giuste.

SPOT

Un mitico personaggio molto ricordato e molto amato da tutti noi è Spot, il cane religioso.

 32

Foto tratta dalla copertina della videocassetta prodotta da Domenico Bemportato per festeggiare i 70 anni dell’Istituto Taylor.

 

In prima fila  vediamo Spot quando era cucciolo pronto ad accompagnare i bambini in chiesa prima di andare a scuola. Il primo bambino a sinistra è Antonio Trivelli, a destra Antonio Di Ioia.

Il signor Veneziano descrisse  Spot così:

“Una presenza singolare in chiesa era Spot, la nostra.mascotte. I ragazzi entravano in chiesa incolonnati dal signor Pitta ed in testa alla fila c’era sempre lui, disciplinatissimo. Assisteva con “devozione” canina al breve culto, seduto a suo modo ed alzandosi se i suoi amici si alzavano come profondo conoscitore delle regole liturgiche. Non appena sentiva l’”amen” finale, si piazzava nella corsia centrale per dirigere ordinatamente l’uscita dal locale di culto”.

33 

Spot “il cane religioso” con Enzo

 

Molti di noi ricordano Spot, molti ricordano altri cani e gatti che appaiono in varie foto.  Li abbiamo accuditi ed amati tutti.

LE RECITE

Al Taylor fiorivano le attività artistiche e culturali. Ricordiamo in particolare le recite organizzate dall’ottima istitutrice Marcella Guigli. Questa è purtroppo  l’unica foto delle recite organizzate da Marcella che abbiamo a disposizione. L’argomento era “Le Stelle di Natale”.

 34

Recita allestita da Marcella Guigli: da sinistra: Mirella, Piera, Agnese, Franca

 

Le nostre recite erano ben organizzate. Avevamo addirittura il programma degli eventi!

Elisa ha conservato un programma e ce lo ha inviato.

 

35 

 Album Avellino:Calza fatta di cartoncino, cucita a mano per contenere il programma delle recite

 

E non c’erano solo le recite. Era attiva anche una corale ed un vero e famoso maestro, il maestro Fanzilli, che si era convertito durante un culto all’aperto in piazza in Lucina compose la musica di alcuni inni dedicati ai ragazzi del Taylor!

Elisa Avellino ha conservato lo spartito di uno di quegli inni scritto di proprio pugno dal Maestro Fanzilli e ce lo ha inviato. Eccolo nella pagina seguente. Forse  qualcuno di noi  lo ricorderà ancora.

Filadelfo Arcidiacono ricorda benissimo anche un altro inno che cantavamo intitolato:  “Gioventù”.

 36

Album Avellino:  Uno  spartito del maestro Fanzilli.

L’ALTALENA

E poi c’era l’altalena. Quante ore felici a volare nel vento! Michelina Russi la ricorda così vivamente che l’ha descritta in una poesia  composta per noi il 14.9.2004.

GIOCHI IN CORTILE 

Giochi d’estate in un cortile assolato,

un’altalena dondola dolcemente

cigolando.

Grida gioiose di bimbe,

e sulle guance, il rossore

di corse sfrenate,

poi stanche,

cercare un posto per riposare.

Una voce di donna,

dalla finestra chiama,

noi per gioco, scambiarci i vestiti

ridendo e far finta di niente.

Poi la pioggia e nel cielo

Un arcobaleno appare,

rondini in volo in un gioco senza fine.

Una campana suona.

E’ l’ora di rientrare.

Noi felici, pensando al domani,

altri giorni per giocare.

Anche Enzo ricorda l’altalena, seppure in modo più pragmatico:

“L’altalena fu costruita tra il reparto femminile e la chiesa. Consisteva in un cavallo fatto di tubi di acciaio sul quale era stata montata una grande cerniera che reggeva una lunga palanca di legno accuratamente cartavetrata”

Certamente anche lui la conosceva bene!

Chissà se l’altalena è ancora lì, fra la sezione femminile e la chiesa? 

37

La Chiesa di Roma-Centocelle 

 

L’inizio dei primi culti a Centocelle risale al 1947, allorché il pastore Veneziano,  direttore dell’orfanotrofio dal 1942,  si trasferì al Taylor.  Prima della costruzione della cappella, la comunità si riuniva  nel refettorio della sezione maschile dell’orfanotrofio. Ivi fu anche celebrato il matrimonio dell’istruttore Tino Siano con Iris Lo Re  della chiesa di Altamura.

Nel 1948 fu costruita la chiesa fra la sezione maschile e quella femminile.

Per l’evangelizzazione si organizzarono anche culti all’aperto in Piazza dei Mirti con dibattiti a cui partecipò attivamente il pastore Manfredi Ronchi, allora Segretario dell’Opera Battista. 

I membri delle chiese di Roma venivano  a visitarci frequentemente e si mangiava al sacco alla Torraccia. Poi ci riunivamo tutti nella nostra chiesa per cantare e pregare.

L’inaugurazione della cappella risale al 1948 e abbiamo alcune foto che ricordano l’avvenimento.

 

38

Inaugurazione Chiesa di Centocelle

 

Abbiamo identificato alcuni membri delle chiese di Roma. Della Chiesa del Teatro Valle: Maria Ronchi, Teresina Sanders, Elena e Vittorugo Girolami, Della chiesa di Via Urbana abbiamo riconosciuto Anna Casini, i coniugi Cotrone, Pierluigi Diociaiuti. C’è anche Romilda Carile e due nostre Istitutrici: Maria Calderaro,  in primo piano a sinistraRicordate la sua bella voce da soprano? Quella voce le permise successivamente di cantare nel coro del Teatro dell’Opera di Roma.  Accanto a lei, in bianco, l’istitutrice Drusolina Antonelli. Riconosciamo anche qualche ragazza dell’Istituto Betania, ma non ricordiamo i loro nomi.

 39

Interno della Chiesa. Il “matroneo” gremito di bambine.

 

 Quando era festa le bambine si  mettevano i fiocchi!

40

Album Avellino: Virginia Wingo con le ragazze dell’Istituto Betania. Davanti: Virginia Wingo. Accanto a lei Licia Colombu.

41

1949: Licia Colombu e Giuseppe Ciampa

 

Il nostro istitutore Giuseppe Ciampa incontrò e successivamente sposò Licia Colombu che aveva incontrato durante una delle visite al Taylor delle ragazze dell’Istituto Betania .

42

1950: Il Pastore Bruno Saccomani  predica alla comunità di Centocelle. 

 

I RAGAZZI AMBASCIATORI

Abbiamo ricevuto parecchie segnalazioni affinché si raccogliessero notizie e foto circa i campeggi dei Ragazzi Ambasciatori, organizzati da Anna Veneziano con il supporto dell’Unione Femminile Battista. Detti campeggi, che avevano luogo d’estate, ebbero inizio proprio presso l’Istituto Taylor, e poi vennero trasferiti a Rocca di Papa.  In quelle occasioni avevamo la possibilità di conoscere tanti ragazzi e ragazze provenienti dalle chiese di tutta Italia. Durante i campeggi al Taylor dormivamo tutti insieme nelle camerate mentre le riunioni si tenevano in Chiesa e all’aperto.

Essendo questa un’organizzazione molto innovativa, non era molto apprezzata da alcuni adulti di quei tempi che fecero del tutto affinché i Ragazzi Ambasciatori cessassero di esistere. L’organizzazione veniva considerata “un’americanata” a causa del sistema d’educazione molto diverso dagli schemi  del tempo, ma a noi ragazzi piaceva molto. Questi adulti finalmente riuscirono nel loro intento, ma se l’organizzazione fu sciolta le idee e le visioni che aveva inspirato in noi restarono e crebbero.  Se pensiamo che dopo cinquanta anni ancora ne parliamo con nostalgia, significa che c’era qualcosa di eccezionalmente positivo! Per essere pragmatici bisogna ricordare che il bel centro di Rocca di Papa dove ancora oggi si svolgono varie attività della comunità Battista, fu fondato ed acquistato per conto dei Ragazzi Ambasciatori.

Anna Mastrodicasa ricorda il nostro gruppo con tanto di presidente, segretaria e cassiera. Che noia scrivere i verbali! Però, giocando a fare i grandi, abbiamo imparato tanto ed abbiamo apprezzato il coraggio di assumerci delle responsabilità.

E’ stato positivo il poter socializzare con coetanei provenienti da tutta Italia, imparare a conoscere gli altri e così anche imparare a conoscere noi stessi.

Abbiamo studiato la Bibbia memorizzandone interi passi  e  questo, a noi bambini, ci è stato reso piacevole  anche con i vari quiz e le gare nel trovare il più rapidamente possibile i versetti. Oggi la conoscenza di questo Libro ci è di sostegno in tutte  le  circostanze della nostra vita.

ANNA VENEZIANO

.43

1952: Campeggio estivo dei Ragazzi ambasciatori

44

Anna Veneziano parla ai ragazzi

Elisa Avellino ci ha inviato lo stemma dei Ragazzi Ambasciatori.

amici139

Album Avellino: Stemma dei Ragazzi Ambasciatori

Ecco anche un ricordo dei campeggi estivi.

45

Album Avellino: Roma 1952

Anche Anna Mastrodicasa ci ha inviato alcune foto di quel periodo.

4647

Album Mastrodicasa: Gita a Villa Borghese del Gruppo dei Ragazzi Ambasciatori della Chiesa di Centocelle. Al centro, la più alta, Michelina, a destra Mirella. A sinistra con braccia ai fianchi: Anna, dietro Filadelfo che ride. Chi è quello col pallone alle spalle di Anna che fa le corna??

 

48

Album Mastrodicasa. 1952:  Campeggio estivo Ragazzi Ambasciatori a Centocelle. Da sinistra: Anna, Maria Chiarenzi dalla Chiesa di Milano, Mirella. 

Abbiamo anche un bel ricordo dei ragazzi. Tommaso Gelao ci ha inviato copia del suo Diploma di Ragazzo Ambasciatore.

49 

Il diploma di ambasciatore di Tommaso Gelao. Le firme sbiadite in fondo al diploma sono: Gina Bassi  Giuseppe Pavoni,  Anna Veneziano.

Tommaso ricorda che lo stesso Diploma fu consegnato ai ragazzi che vediamo ritratti nella seguente foto con la maglietta bianca e stemma dei Ragazzi Ambasciatori.  Oggi le “T-shirt” con messaggio sono una cosa comune, ma per quei tempi questa era una cosa sicuramente innovativa.

amici142

Album T. Gelao: Ragazzi Ambasciatori 19.3.1954.

 Da sinistra: Domenico Tomasetto. Tommaso Gelao, Giuseppe Pavoni (consigliere del Gruppo), Pasquale Danzi, Pietro Calà il giorno del loro diploma di Ragazzi Ambasciatori.

LE PALME E LE VIOLE DEL PENSIERO 

Davanti alla chiesa furono piantate due palme. Erano alquanto bruttine e malandate, ma noi  le curammo con tanto amore e per miracolo non solo non morirono, ma col tempo crebbero rigogliosamente. Noi  ne eravamo veramente orgogliosi e ci facevamo fotografare spesso davanti a loro.  Le aiuole davanti alla chiesa furono assegnate alle bambine che volevano curarle. Ai ragazzi  furono invece assegnate quelle al lato della sezione maschile al confine con la proprietà Mambrini.  I Mambrini (quelli che a Roma asfaltavano strade targate Marchetti-Mambrini) confinavano con noi ed  avevano  un giardino sempre fiorito. A primavera le loro aiuole erano piene di viole del pensiero e le nostre no. Poi successe un fatto straordinario. Il figlio di Mambrini, Mimmo, cominciò, ogni mattina, prima di andare a scuola, a depositare delle viole del pensiero del suo giardino in una nostra aiuola  davanti alla chiesa. Un fatto straordinario che non si può dimenticare.

 50

Album Mastrodicasa. Anna con le palme

51

Mario  e Guido Veneziano con le palme

 

52

Album Avellino. 1952: Tina Cozzollino e la sua bambola davanti alle palme

COMMIATO

Ed eccoci alla fine di questa piccola raccolta di ricordi che arriva fino all’anno  1953.  Rivediamo ancora la nostra chiesetta  sullo sfondo del paesaggio agreste di allora.

1

Panorama di Centocelle con la Chiesa

Continuavamo ad essere visitati da vecchi amici.

2

Dietro da sinistra: Michelina, Mirellina, Rodolfo, Caterina, Lina. Davanti da sinistra; Mirella, Matilde, Giuseppe, Amelia. Il nostro annaffiatoio di zinco

….ed eravamo una bella comunità. Tanti amici fraterni in un ambiente familiare.

3

Scalinata Sezione Maschile 

Da sinistra davanti: Adelaide Fasulo, Nicola Scattaglia, Guido Veneziano, Arnaldo Di Martino, Pasquale Danzi, Gennaro Gelao, Enzo, Veneziano, Nino Tarascio. Al centro V.Veneziano, dietro a lui Giuseppe Mocci. Da destra davanti. Mirco, vicino a lui Antonio Di Ioia e Corrado (Moscerino), Antonio Trivelli.  Ultima fila in alto da sinistra: Luigi Pappagallo, Sergio Chiamante, Giuliano, Filadelfo Arcidiacono, Raffaele Natale, Franco Cinelli, Michele Solazzo,  Giuseppe Cozzolino, Mosè Cicoira, Fiore Natale, Tommaso Gelao, Rocco Natale. 

 

4

1952 – I bei ragazzi del Taylor

5

1953 – Troppo difficile identificarli tutti 

 

Come già detto, in questo album abbiamo raccolto ciò che è stato possibile tramite l’aiuto di tutti, sino al 1953.  Molti di noi lasciarono l’Istituto proprio in quell’anno, o prima, perciò non ci è possibile andare oltre.

Anche il signor Veneziano se ne andò nel 1953 a causa del suo nuovo incarico presso la Scuola Teologica di Rivoli, dove si trasferì con la sua famiglia.

6

1953 – Il signor Veneziano lascia il Taylor

Il signor Veneziano lasciò l’Istituto Taylor  il 23 giugno 1953, il giorno dopo il suo 49° compleanno che volle festeggiare con i bambini. Fu festeggiato da tutti noi ed è senz’altro stato il suo compleanno più abbondante di auguri e d’amore che abbia mai  avuto.

 

7 

Scalinata Sezione Maschile

 

Su questa scalinata si iniziò a posare, solo maschietti, nei lontani anni Quaranta. Così  si continuò a posare negli anni Cinquanta, ma adesso ci sono anche loro: le bambine con i fiocchi!

Con questa foto finisce questo piccolo album di fotografie. Le memorie di molti di noi, ma non il nostro amore per il Taylor, finiscono qui. Comunque la storia del Taylor è ancora lunga da raccontare. Ci sono stati altri successi, altre crisi, ma una cosa è certa, questo Istituto è sempre stato e continua ancora oggi ad essere guardato con benevolenza dall’Alto.

Annunci
Questa voce è stata pubblicata il 8 giugno 2013. Aggiungi il permalink ai segnalibri. 2 commenti

2 thoughts on “ISTITUTO G.B. TAYLOR

  1. Sono la nipote di Assunta Bonomo figlia di Gemma Di Ioia, e vorrei avere la possibilità di vedere l’intervista fatta a mia nonna da Domenico Bemportato nel 2004, e chiedere se ci sono altre foto di mia mamma Gemma ,mio zio Antonio e mia nonna Assunta. Mia nonna, zio e mia mamma sono morti (mia mamma il 4/9/17).
    Grazie.
    Marzia

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...