Istituto G.B. Taylor: “Abitavamo in Via delle Spighe 2…”

APPENDICE
Assunta Bonomo e Gemma Di Ioia

Marzia Morucci, figlia di Gemma Di Ioia e nipote di Assunta Bonomo, avendo letto il nostro Album-Ricordi, ci ha contattato e si è offerta di condividere alcune foto appartenute a sua nonna e sua madre, scattate durante il loro soggiorno al Taylor. Troverete qui di seguito foto risalenti agli anni Quaranta-Cinquanta e alcune notizie che riguardano Assunta e sua figlia Gemma.

ASSUNTA BONOMO

ass1
Assunta Bonomo nel giardino del Taylor

ass2
Assunta Bonomo alla finestra del guardaroba del Reparto Maschile

Marzia ha scritto quanto segue:

“Nonna, con mamma e zio Antonio scappò dal suo paese, Ripabottoni (CB), subito dopo la guerra, lasciando un marito violento e ubriacone che fra le altre cose non sopportava il fatto che fosse diventata protestante e frequentasse la chiesa battista di Ripabottoni”.

Mia nonna si era sposata a 17 anni con Antonio Di Ioia, A Ripabottoni vivevano nella casa cantoniera del paese che ancora c’è e soffrirono il freddo, la fame e la violenza del marito. Mia madre difese sempre nonna dal padre e fu picchiata molte volte.
Un suo lontano parente, Giuseppe Colucci (detto Giosino), era l’anziano della comunità evangelica di Ripabottoni (si battezzò nel 1932). Nonna andava da lui e si confidava. La frase che diceva più spesso era “ ho letto tanti libri, ma tra tutti il libro più bello è la Bibbia”.
Assunta chiese a Giosino aiuto per scappare e Giosino scrisse al pastore Vincenzo Veneziano, Direttore dell’Istituto G.B.Taylor, che la aiutò pagandole il biglietto e facendo in modo che avesse un lavoro di guardarobiera nella sezione maschile dell’Istituto. Nonna riuscì a scappare con soli 2 figli, Gemma di 12 anni e Antonio il più piccolo. Il secondo, Giambattista, rimase con il padre fino a che nonna non riuscì a portarlo via.
Mia nonna ha sempre amato tutti i suoi bambini del Taylor che considerava come se fossero stati suoi figli. Li ricordava tutti e mi raccontava le loro storie. Tutti i bambini del Taylor le hanno mostrato riconoscenza. L’ho visto dalle dediche scritte dietro le foto.
In età avanzata fu ospite della Casa di Riposo che fu costretta a lasciare all’inizio degli anni 90 per l’aumento della retta (quando l’amministrazione divenne solo italiana).
Morì il 31/8/2005 a novanta anni ricordando sempre i suoi bambini con un amore profondo. Donò la decima fino alla fine, inclusi i suoi risparmi, per aiutare altre persone come lei sofferenti nella vita.
Assunta è morta, come mia mamma Gemma, a San Martino al Cimino, frazione di Viterbo, paese di origine di papà Luigi. Sono nel cimitero del paesino.
È stata un esempio per me, come mia mamma, per la sua generosità e capacità di donare amore senza pretendere nulla in cambio”.

Assunta è stata una donna coraggiosa, pronta ad affrontare l’ignoto, buon esempio per tutte le donne che ancora oggi non riescono a ribellarsi ad una sorte ingiusta che le priva della loro libertà.
Ci rattrista sapere che alla soglia della vecchiaia non abbia potuto continuare a rimanere ospite della Casa di Riposo del Taylor che invece di aiutarla ed accoglierla, come era nei principi della sua fondazione, le ha chiesto una retta che Assunta non poteva permettersi e di fatto costringendola a lasciare il Taylor.

GEMMA DI IOIA

ass3

1948 – Da destra: Gemma Di Ioia con Elisa e Matilde Avellino nel giardino del Taylor

Lettera di Marzia (Settembre 2017)

Ciao a tutti,
sono Marzia. Il mio vero nome è Marsilia, come quello di nonna era Domenica e quello di mamma Antonia. È una tradizione un po’ strana. Sono una delle due figlie di Gemma e Luigi. Non so se avete conosciuto il mio papà. Anche lui lavorava alla Mila. Ora che mamma non c’è più ho iniziato a riguardare le foto e a cercare di recuperare tutti i ricordi di mamma e nonna. Posso dirvi che nonna Assunta vi ha amato tutti ed ha conservato tutte le vostre foto, credo anche quella di Gennaro quando è entrato in marina, ma non sono sicura. Il problema è che la maggior parte di queste foto riguarda tanti bambini che non conosco. Ho già chiesto a Mirella di aiutarmi inviandole delle foto via email, ma potreste farlo anche voi? Io vivo e lavoro a Firenze ma potrei venire a Roma all’Istituto per incontrarvi, parlare di nonna e mamma, di voi e vedere insieme le foto per condividere i ricordi e pubblicarli come una piccola parte della storia dell’Istituto. Anche io ho passato tanti anni lì con nonna che viveva nella Casa di Riposo, alla Scuola Domenicale, con Michelle, la figlia di Betsy e Debora, la figlia del pastore Pavoni. Entravo dalla porticina di Via del Grano dietro il mercato, urlavo “ciao Rocco!!!”, che era sempre in falegnameria, e correvo da nonna aspettando mamma.
Allora ci vediamo se abitate a Roma come detto da te Gennaro? Organizziamo? Rimaniamo in contatto? Io spero veramente di si!
Mirella, Elisa, Gennaro grazie! Mi fate sentire meno triste.

ass4
Gemma Di Ioia

Elisa Avellino: Ciao Marzia. Mi dispiace molto per la perdita della tua cara mamma. Per noi bambine più piccole Gemma era la sorella maggiore . Io sono Elisa la bambina vicino a tua madre accanto c’è mia sorella Matilde . Ho di tua madre un bellissimo ricordo di grande affetto perché eravamo in famiglia una grande famiglia . Ti stringo in un grande abbraccio affettuoso Elisa ❤⚘

Gennaro Gelao: Ciao Gemma… Hai voluto seguire Rocco che è partito poco prima di te. Sei stata sempre viva nel mio cuore e la cosa che ricordo di più, perché per me è stata molto bella e ne fui felice perché ti volevo molto bene, quando seppi che Nicola Myckaniuk ti fece entrare alla MILA. E te andasti ed anch’io poco dopo, settembre 1953, mi arruolai nella Marina Militare come fece anche Armando Puppio mentre Tullio Malarby lo fu per leva. Ora saluto Marzia che avrei piacere di conoscerla per vedere se mi ricorda la mamma. Sapevo di Assunta Bonomo, una grande lavoratrice e quante scale mi ha fatto lavare, ma lei sempre insieme, ma non sapevo di Antonio, il piccolo che ha preso la via dove un giorno tutti ci incontreremo….ciao Marzia. Non so dove abiti, ma se sei dalle parti di Roma penso che tornerò di nuovo al Taylor cosa che ogni tanto faccio. Amo il Taylor, amo gli amici del Taylor. Grazie. ❤️ 🌺Gennaro Gelao
· 29 settembre alle ore 16:17

ANTONIO DI IOIA

ass5

ass6

ass7

COLLABORATORI DEL TAYLOR

Angelo Santamaria e il trenino di Centocelleass8

ass9
1947 a destra Nicola Myckaniuk saluta Angelo Santamaria e lascia il Taylor per andare a lavorare alla Mila

ass10
L’istitutore Angelo Santamaria

ass11
Da sinistra Rocco Natale, (?), Giuseppina Panis

ass12

ass13
Fiore Puppio
ass14

L’istitutore Marcello Pitta

 

 

Giochi all’aperto

ass15
Gemma Di Ioia

ass16
Gemma Di Ioia e Rocco Natale

ass17
Da sinistra: Angelo Santamaria, Assunta Bonomo, Ignazia

ass18
A destra Gemma Di Ioia

ass19
Rocco Natale e Angelo Santamaria giocano a bocce

1948 – BAMBINI ACCOLTI AL TAYLOR DOPO LA GUERRA
ass20

ass21
Pasquale Danzi col cane Spot

ass22

ass23

ass24

 

ass25

 

 

 

 

ass28

ass29

Annunci

Manfredi Ronchi

Manfredi Ronchi
Solofra 26 agosto 1899 – Zurigo 25 maggio 1970
Fondatore dell’UCEBI (Unione Cristiana Evangelica Battista d’Italia)
Leggendo quanto scritto dall’Ucebi in ricorrenza dei 150 anni del battismo italiano ho notato che la figura del pastore Manfredi Ronchi è stata alquanto trascurata.
Per evitare che l’ importantissimo contributo dato dal pastore Ronchi al Battismo Italiano venga sottovalutato, ho deciso di raccogliere alcune informazioni sulla sua opera e testimonianze che dimostrano quanto egli sia stato importante per il battismo italiano e per la fondazione dell’Ucebi.
Il ruolo di Manfredi Ronchi nel Battismo italiano emerge durante il fascismo, quando la missione americana a causa della Seconda Guerra Mondiale dovette lasciare l’Italia. Ludovico Paschetto, responsabile dell’Opera battista di quei tempi, si era rifugiato in Piemonte e le chiese erano rimaste allo sbaraglio per mancanza di guida ed assistenza sia da parte americana che italiana. I pastori erano rimasti senza retribuzione, ma alcuni continuarono a curare le loro chiese . Fu allora che Manfredi Ronchi, pastore a Roma della chiesa in Via del Teatro Valle, prese in mano le redini dell’Opera battista, nata come missione estera, trasformandola col tempo e con determinazione in una vera e propria Unione di chiese italiane (UCEBI 1956) di cui fu il primo Presidente. In questa veste lottò per anni contro le resistenze della missione americana, che non approvava sia il desiderio d’indipendenza dei battisti italiani sia il suo approccio teologico.
Durante la guerra, fece in modo di far continuare l’opera di assistenza agli orfani dell’Orfanotrofio G. B.Taylor fondato nel 1923, che la Missione americana aveva deciso di chiudere. Ronchi propose al Comitato dell’Opera Battista l’assegnazione della direzione al pastore Vincenzo Veneziano, membro del Comitato. Insieme riuscirono a raccogliere fondi con l’aiuto delle chiese in quel difficile periodo della nostra storia. L’Orfanotrofio rimase aperto. Fu inoltre ingrandito nel 1948 per ospitare anche le bambine.
Organizzò circoli per i giovani delle nostre chiese con campeggi al mare (vedi Villaggio per la Gioventù a Santa Severa).
Autorizzò il primo culto radio evangelico in Italia trasmesso dai pastori battisti di Roma a partire dall’estate 1944.
Riaprì la Scuola teologica battista, chiusa durante il fascismo, usando la struttura dell’Istituto G.B.Taylor a Roma-Centocelle. La scuola fu poi trasferita da Roma a Rivoli Torinese (1949) per decisione del Foreign Mission Board che in quella località aveva acquistato Villa Colla.
Nei primi anni Cinquanta, sempre contro il volere della missione americana, appoggiò il pastore Vincenzo Veneziano che fortemente volle l’apertura di una Casa di riposo per gli anziani nell’ambito dell’Istituto G. B.Taylor a Roma-Centocelle tutt’ora operante.
Incoraggiò l’organizzazione dei Ragazzi Ambasciatori con relativa apertura del Centro di Rocca di Papa (1953).
Lavorò con passione ricoprendo non solo la carica di pastore della Chiesa di Via del Teatro Valle, ma anche di rappresentate delle chiese battiste a vari Comitati nazionali e internazionali.
Nel 1956 vide la nascita da lui fortemente voluta dell’UCEBI (Unione Cristiana Evangelica Battista d’Italia della quale ricoprì per molti anni la carica di Presidente.

Il figlio del pastore Ronchi, Sergio Paolo, ha fornito il seguente curriculum vitae di suo padre
– Nato a Solofra il 26 agosto 1899 e deceduto a Zurigo il 25 maggio 1970.
– Studi in Legge (argomento della tesi che avrebbe dovuto discutere presso l’Università
degli Studi di Cagliari era Il sistema carcerario quale strumento di recupero e di reinserimento
nella società del detenuto)
– Diploma di laurea in teologia presso la Facoltà valdese di Teologia, Roma, 30 ottobre 1927, con il prof. Giovanni Luzzi (La dottrina degli apostoli; edita, notevolmente ridotta, in G. S. Hall, La Chiesa dei primi secoli, 2 voll., Claudiana, Torino 2007, vol. II Le fonti), del quale fu stretto collaboratore e del quale curò, negli anni, la pubblicazione di diversi importanti saggi.
. – Laurea honoris causa in teologia conferita dal Georgetown College (USA),1950.

– Collaboratore di «Conscientia» e, per alcuni anni, di Giuseppe Gangale.
– Membro del comitato di redazione di «Gioventù Cristiana» (1931-1935), direttore Giovanni Miegge.
– Primo, in Italia (durante il suo soggiorno di studi inglese), a condurre ricerche (e a pubblicare) sui Gruppi di Oxford e su Pier Martire Vermigli; si occupò, inoltre, di Gabriele Rossetti, Bernardino Ochino e, più in generale, della Chiesa evangelica italiana di Londra nel periodo della Riforma e del Risorgimento.

– Fondatore, negli anni di ministerio pastorale a Floridia, della ACDG; cosa che gli procurò noie con le autorità fasciste locali, tanto da essere indotto a scrivere direttamente a Mussolini denunciando, in termini scientemente ironici, la situazione. Anni in cui organizzava, con altri, piani di fuga di detenuti politici al confino nelle varie isole e isolette e, in ambiente evangelico, campi di evangelizzazione di copertura. (Negli anni della Resistenza, poi, nascondeva armi di partigiani in cantina e nella vasca battesimale.)
Tenuto d’occhio dalla questura anche negli anni cagliaritani; anni in cui, anziché pensare di far erigere un nuovo locale di culto (preoccupazione di un suo successore, che lanciò una sottoscrizione), mise a punto lo statuto di un centro evangelico di cultura e organizzava serate aperte alla cittadinanza con proiezioni di diapositive e conferenze sulla Riforma e sull’Inquisizione.
Nell’ambito del Consiglio Federale delle Chiese, non meno che in quello denominazionale, si batté per la libertà di coscienza e di religione negli anni della Costituente (1946-1948) e durante il buio periodo scelbiano: dal noto Culti ammessi. Memorandum del Consiglio Federale delle Chiese evangeliche sul problema della libertà religiosa in Italia (firmato insieme ad Achille Deodato ed Emanuele Sbaffi) – che trovò spazio nel “foglio” del Movimento di Unità Popolare, «Nuova Repubblica» (n. 8 [56], 1 maggio 1955, pp. 3-4) – a dibattiti pubblici con padre Lombardi (1948) a casi di singoli evangelici. E se ne occupò sia interloquendo con le istituzioni e con le autorità di Governo, sia recandosi laddove venivano presi a sassate e chiusi locali di culto (riuscendo, in molti casi, a farli riaprire), sia attraverso una intensa attività pubblicistica e di conferenziere, come pure con azioni di “rottura ideologica” (celebrazione civile di matrimoni di ex preti, negli anni Cinquanta, nella chiesa di Via del Teatro Valle, in giorni feriali lavorativi, di giorno e a portone aperto).
Candidato alla Camera, nel 1953 (l’anno della democristiana legge-truffa), nelle fila del Partito socialista-cristiano (in anni successivi, ciò gli procurò serie difficoltà da parte dell’Ambasciata USA per un visto, in quanto schedato come comunista, poi appianate soltanto grazie all’intervento di un alto funzionario, il figlio di D. G. Whittinghill).
Sul piano strettamente denominazionale, dell’Opera prima e dell’Unione poi è stato l’ideatore e l’organizzatore e negli anni prebellici e nel difficile periodo del dopoguerra – e per oltre un trentennio. In quei tre decenni lavorò con saggia pazienza per l’autonomia e l’indipendenza del battismo italiano dalla Missione americana, nonostante difficoltà esterne e forti resistenze interne. Inoltre, riuscì a spingere l’intero Corpo pastorale battista a liberare l’Ente missionario da responsabilità giuridiche verso i pastori, di fatto dipendenti dalla Missione (egli, l’artefice dell’operazione che fruttò una pensione Inps per i pastori battisti). E a tal proposito, una sua preoccupazione fu proprio quella di dar vita all’Associazione pastorale battista.
Ministerio pastorale
Roma, Chiesa di Via Urbana 1924-1925
Chiesa di Floridia (Siracusa) 1925-1929
Chiesa di Cagliari (e lavoro evangelistico a Capoterra) 1929-1932
[Londra e Oxford 1932-1933]
Torino, Chiesa di Via Passalacqua 1933
Roma, Chiesa di Piazza in Lucina 1934
Torino, Chiesa di Via Passalacqua 1934-1935
Roma, Chiesa di Via del Teatro Valle 1935-1970
(e agli inizi, per alcuni anni, anche della
comunità della Garbatella di nuova formazione)
Cariche nazionali
Vice Presidente dell’Opera Cristiana Battista d’Italia 1934-1938
Segretario Esecutivo dell’Opera Cristiana Battista d’Italia 1944-1956
Segretario Esecutivo dell’Ucebi 1956-1957
Presidente dell’Ucebi 1957-1967
Presidente dell’Ente Patrimoniale dell’Ucebi 1961-1967
Segretario dell’Ente Patrimoniale dell’Ucebi 1967-1969
Presidente del Consiglio Federale delle Chiese
evangeliche. Più volte in turno con Valdesi e Metodisti 1946-1969
Ideatore e primo Presidente dell’Associazione pastorale battista 1966
Professore della Scuola Teologica Battista di Rivoli di Simbolica
(corsi estivi)
Professore della Scuola Biblica Femminile “Betania” di Roma
Condirettore de “Il Testimonio” e fondatore e
direttore de “Il Messaggero Evangelico-Il Testimonio” 1935-1970
Cariche internazionali
Direttore della Libreria di Sacre Scritture in Addis Abeba 1938-1939
Vice Presidente dell’Alleanza Mondiale Battista 1950-1955
Vice Presidente della Federazione Battista Europea 1952 1954
Presidente della Federazione Battista Europea 1954-1956
Membro del Consiglio del Seminario Teologico Battista di Rüschlikon
(Zurigo)
Membro del Consiglio della Società Missionaria Battista Europea
Echi della stampa
«Nuovi Tempi», 31 maggio 1970: Un grave lutto per il protestantesimo
«Nuovi Tempi», 7 giugno 1970: testimonianze di Mario Sbaffi e Guido Mathieu
«La Luce», 5 giugno 1970: Il pastore Manfredi Ronchi (Enrico Paschetto) e nota redazionale
«L’Avanti!», 30 maggio 1970: È morto a Zurigo Manfredi Ronchi
«La Voce Repubblicana», 2-3 giugno 1970: Commemorato M. Ronchi
EBPS (Agenzia stampa battista europea): lungo comunicato stampa
«O Jornal do Brasil» [periodico del battismo brasiliano], n.31, 2 agosto 1970
Riferimenti alla sua figura nella pubblicistica scientifica e in tesi di laurea

E. R. Vincent, Gabriele Rossetti in England, Oxford University Press, Oxford 1936, pp. 145-146
«The religious ideas of Rossetti have excited some attention, particularly from Italian Protestant controversialistis who wish to claim the poet as a champion.* In reality the question is not a difficult one».
* Le idee religiose di G. R. (Giovanni Luzzi, 1903); Profili, Ricordi, Aneddoti di Protestanti illustri (Silvestri-Falconieri, 1920); Come morì Gabriele Rossetti, Manfredi Ronchi, La Luce (12, 19, 26 Luglio 1933).

D. Dalmas-A.Strumia (a cura di), Una resistenza spirituale. “Conscientia” 1922-1927,
Claudiana, Torino 2000, pp. 23-24
«Nell’immediato fu un pezzo di Manfredi Ronchi, pubblicato sul “Testimonio” del settembre 1922, la replica migliore alle accuse di Martire: il pastore battista prendeva le distanze sia dai metodi fascisti, sia da quelli della “Giordano Bruno”, ma osservava che il “Corriere d’Italia” avrebbe piuttosto dovuto considerare “che esiste una sola libertà, per lo e per noi”, anziché incoraggiare azioni violente contro gli evangelici, come quelle di cui di recente era stato vittima a S. Piero Patti (Messina) il pastore Agostino Bassi».

G. Spini, Italia liberale e protestanti, Claudiana, Torino 2002, p. 398
«[…] A dire la verità, in questa fase iniziale, aveva una sorta di anticlericalismo addirittura furente. Pochi giorni avanti, il 15 agosto 1922, aveva pubblicato su Conscientia l’annuncio della costituzione nientemeno che di “Centurie anticlericali, con ordinamento militare per la difesa dello Stato contro l’invadenza della Chiesa papale e del suo attuale organo di lotta (il P.P.I.)” e per “l’abolizione della proprietà ecclesiastica, che attualmente immobilizza ben sette miliardi di beni, tra parrocchie, congregazioni (con prestanomi) e Fondo culto”. Che una trovata così stramba come questa bastasse a fare strepitare organi di stampa e personalità del cattolicesimo filo-fascista – Civiltà cattolica, Egilberto Martire su Conquista cattolica, e il Corriere d’Italia; e lo stesso Romolo Murri sul Resto del Carlino – è un indice dell’aria che si respirava nei mesi precedenti alla marcia su Roma. E meno male che un (allora) giovane pastore battista, Manfredi Ronchi, intervenne a prendere le distanze sia dai metodi fascisti che da quelli della Giordano Bruno e a fare osservare al Corriere d’Italia “che esiste una sola libertà per loro e per noi”, di cui azioni violente come quelle contro gli evangelici a S. Piero a Patti erano la negazione”.
G. Spini, Italia di Mussolini e protestanti, Claudiana, Torino 2007, p. 224
«Si aggiunge a tutto questo un articolo fortemente critico del pastore battista Manfredi Ronchi (1899-1970) sull’ultima novità arrivata dall’America – Il Movimento dei Gruppi di Oxford – che in realtà con Oxford ha poco o nulla a che fare e solo lo ha con la trovata chiassosa del suo fondatore, Frank Nathaniel Daniel Buchman (1878-1961), di Pennsburg, Pennsylvania, cui tengono dietro le ancor più drastiche Note Marginali dello stesso Miegge.
F. Ranchetti, La Confessione Valdese. Rapporti giuridici tra Stato e Confessione Valdese dal 1532 al 1984, aa. 1991-1992, Università degli Studi di Napoli Federico II [una copia della tesi, molto consultata, è depositata presso la Biblioteca della Fondazione Centro Culturale Valdese, Torre Pellice]
«Capitolo 5 L’Italia da Stato confessionale a Stato pluriconfessionale
1. La costruzione del nuovo Stato. Il dibattito costituzionale e la posizione protestante
I laici convinti, l’estrema ideologia massimalista comunista e le chiese minoritarie ebbero amaramente a dolersi dell’inserimento dei Patti Lateranensi nella Carta Costituzionale, perché ciò si prestò a perpetuare la situazione di confessionalità cattolica dello Stato italiano.

TESTIMONIANZE IN MEMORIA di Manfredi Ronchi
Mario Sbaffi
La notizia della dipartita del caro collega e amico Manfredi Ronchi è giunta così improvvisa e inattesa che è assai difficile realizzare che egli non è più fra noi. Mentre benediciamo Iddio per il suo lungo ministerio così ricco di frutti benedetti, ricordiamo con commozione il suo eloquio facile e arguto sempre improntato da una fede sicura, i suoi scritti di carattere storico dottrinale sempre dettati da una visione cristiana degli eventi e da una conoscenza biblica fatta e proposta.
La sua mente dialettica lo portava naturalmente a non accontentarsi di quanto era solo apparenza e a non indulgere a facili entusiasmi. Amava costantemente rifarsi al passato ma per comprendere più chiaramente il presente e non avventurarsi in iniziative utopistiche per il futuro. Diceva sempre tutto quello che pensava con schiettezza evangelica senza però mai nutrire del malanimo verso chi non concordava con lui. La sua collaborazione, anche con le altre chiese evangeliche, più che nelle parole era nei fatti. Ma chi ha avuto lunga dimestichezza con lui nell’affrontare i molti problemi che la vita della chiesa pone in ogni tempo sa ce, soprattutto e innanzitutto, egli era un fedele ministro dell’Evangelo e che nella potenza della parola di Dio egli riponeva ogni speranza per tutto ciò che travaglia la vita della chiesa e degli uomini. L’evangelismo italiano perde in Manfredi Ronchi una delle figure più rappresentative degli ultimi decenni. Ma poiché egli è stato saldo, incrollabile, abbondante sempre nell’opera del Signore, la sua fatica certamente non è stata vana (! Cor.15:18).
Guido Mathieu
E’ strano come talvolta si giunga a conoscere, amare e stimare una persona in questo caso un compagno d’opera nel campo del Signore, coì quasi per gradi. Avevo sentito parlare di Manfredi Ronchi quando ancora egli era studente alla Facoltà Valdese di Teologia od era agli inizi della sua attività in Italia e all’estero. L’ho più tardi conosciuto di persona, in occasione dei nostri sinodi quando vi partecipava come rappresentante dell’Unione battista. L su partecipazione, talvolta assi fugace, quasi una apparizione per i molteplici suoi impegni, era vivamente attesa da noi pastori più giovani così come era atteso il suo messaggio sempre ricco di immagini, di acume, di sano umorismo, arguto, giammai banale o convenzionale. Del resto la sola sua presenza, di lui “battista” convinto in mezzo a noi “valdesi” era già di per sé più che eloquente! Ci siamo ritrovati a Roma ambedue impegnati nell’assorbente ministerio pastorale ed è allora che ho imparato ad amarlo e a stimarlo ancora di più. Membri ambedue del Comitato per la programmazione dei culti alla radio e del Consiglio dei pastori di Roma abbiamo avuto occasione di innumerevoli incontri nel corso dei quali gli animi si sono aperti e ne è nata una indistruttibile stima reciproca. Dotato di una facilità di parola che gli ho sempre invidiato, dotato di una notevole cultura, uomo di grande esperienza, conoscitore profondo dell’animo umano e dell’ambiente in cui esso è costretto a vivere, ,pastore, predicatore ed evangelizzatore nell’animo, polemico all’occorrenza per amore della verità, personale nei suoi atteggiamenti, franco e schietto nei suoi giudizi, anticonformista per natura svincolato da ogni formalismo nel dire o nel fare, egli è stato un prezioso compagno d’opera pronto a collaborare e a dare il suo ponderato consiglio Così sempre lo ricorderò, grato al Signore insieme con tutti coloro che hannotratto beneficio dal suo lungo e fedele ministerio.

Mercedes Ricci, figlia del pastore Giuseppe Campennì e nuora del pastore Asprino Ricci, militante battista di antica data, così ricorda Manfredi Ronchi: «Il pastore Ricci fu eletto Presidente dell’Opera, mentre Ronchi ne era il Segretario. E Segretario dell’Opera Battista in quegli anni duri il pastore Ronchi lo è stato a lungo, divenendo la colonna portante del battismo italiano. Credo che quello sia stato il periodo più fertile e più determinante della vita della nostra denominazione evangelica; periodo eroico, durante il quale i nostri pastori intraprendevano la loro missione come una specie di lotta contro ogni ostacolo che impedisse la loro testimonianza di fede».

 

ISTITUTO G.B. TAYLOR

150 ANNI DI BATTISMO IN ITALIA

copertna

1939 Istituto G.B. Taylor- Roma Centocelle

Abitavamo a Roma in Via delle Spighe n° 2…

Arrivai al Taylor nel 1945. Fui accompagnato, in altre parole trasportato, su una canna di bicicletta guidata dal signor Veneziano. E’ nel suo ricordo, che nel 2004, in occasione della ricorrenza del centenario della sua nascita, mi è venuta l’idea di riordinare le mie memorie sulla mia permanenza all’Istituto. Mirella, alla quale accennai l’idea, ne è stata entusiasta e, d’accordo, abbiamo cercato di rintracciare più “ex” possibili per poi raccoglierne i ricordi. Così ho iniziato a fare una lunga serie di telefonate. Il primo che ho contattato è stato Filadelfo Arcidiacono che ci ha dato una mano in questa impresa, dandomi alcuni nominativi e numeri telefonici. Ho preso così il telefono e….: “pronto Mirella, pronto Filadelfo, pronto Michelina…..”, un pronto dietro l’altro, ho chiamato tanti amici di allora. Così, all’improvviso, i ricordi sono riaffiorati riportandomi…

View original post 22.873 altre parole

GASPARE ASPRINO RICCI

Pastore evangelico battista  

fotoRicci1

Gaspare Asprino Ricci nasce a Manoppello (Pescara) il 22 maggio 1880.

Dopo aver compiuto gli studi teologici presso un seminario cattolico, si converte al protestantesimo e viene battezzato.

Il suo ministerio pastorale si svolge a Venezia, Firenze, Altamura, Napoli e Roma.

Nel 1934 viene eletto Vicepresidente  del primo direttivo italiano dell’Opera Battista  e successivamente Presidente.

Nel 1968 viene inaugurato l’Ospedale Evangelico “Villa Betania” a Napoli, una istituzione da lui ispirata e fortemente voluta.

Dopo un periodo di lunga emeritazione a causa di una malattia, è deceduto a  Roma  il 10 ottobre 1975.

fotoricci2

Seconda Fila: Il primo a destra Asprino Ricci. 

Durante il suo ministerio  ad  Altamura (27 luglio 1919-7 luglio 1929) fonda un Circolo di Cultura Religiosa, che aveva soprattutto lo scopo di evangelizzare i giovani.

Apre inoltre un Asilo Infantile “Italia Redenta” e una Sala di cucito per ragazze.

Trasferitosi a Napoli nel 1929 per prendere  la guida della chiesa battista di Via Foria, dà  vigore alla comunità  distribuendo opuscoli in città e si adopera  all’ evangelizzazione  predicando in pubblico e pubblicando la rivista: “La Verità Evangelica”,

Dà inoltre vita ad una casa materna e ad un ambulatorio medico.

Nell’immediato dopoguerra, vista la situazione sanitaria disperata nella città di Napoli dove molti abitavano nelle grotte e non avevano alcuna assistenza sanitaria, il pastore Ricci ebbe l’idea di aprire un ambulatorio medico nei locali della chiesa battista di Via Foria. Trovò subito un aiuto da parte del dr. Teofilo Santi  e di altri giovani medici che offrirono assistenza sanitaria in determinati orari della settimana .

Il pastore Ricci si adoperò in seguito affinché anche altri pastori evangelici di Napoli si associassero in questa impresa aprendo altri ambulatori  di assistenza medica nei locali delle proprie chiese. Partecipò inoltre attivamente alla raccolta di fondi che nel 1968 permisero l’apertura  dell’Ospedale Evangelico “Villa Betania”.

fotoricci3

La posa della prima pietra dell’Ospedale Evangelico “Villa Betania”

Primo a sinistra: Pastore Asprino Ricci

Purtroppo, come spesso avviene, il suo nome non viene menzionato  nella storia dell’Ospedale, ma noi non dobbiamo dimenticare l’opera del pastore Ricci , uno degli evangelizzatori più attivi nel periodo dei primi centocinquanta anni del battismo in Italia.

fotoricci4

Il pastore Ricci invoca la benedizione del Signore sull’Ospedale Evangelico di Napoli “Villa Betania” finalmente realizzato.

Testimonianza di Mercedes Campennì-Ricci nuora del pastore Ricci e membro della Chiesa Battista di Napoli-Via Foria, all’epoca in cui Asprino Ricci era Pastore.

(Marzo 2007)

Al pastore Prisinzano, trasferitosi a Roma, successe a Napoli il pastore Asprino Riccidi formazione e carattere assai diverso. Per quanto riservato e tranquillo il pastore Prisinzano, pur altrettanto attivo, espansivo e determinato il pastore Ricci.

Proveniva da Altamura (Bari), dove aveva lavorato con impegno nel settore che l’ambiente gli permetteva, occupando gli spazi possibili.

L’evangelizzazione infatti trovava poca rispondenza nella costituzione di quell’ambiente chiuso per pregiudizi formalistici. Pertanto operò molto nel campo sociale, dando vita ad una scuola materna evangelica, ad organizzazioni anche per adulti, senza lasciarsi fermare da nulla.

A Napoli ci faceva lui la scuola domenicale, curò personalmente il circolo dei giovani, organizzando qualche recita, qualche gita ogni anno, accompagnandoci sempre. Così noi avevamo l’opportunità di frequentarci e di stringere amicizie nello stare insieme.

Eravamo assidui nella frequenza della scuola domenicale o dei culti. E non dimenticherò mai che se per qualche malessere, mancavo qualche domenica, in quell’epoca in cui non c’era ancora il telefono nelle nostre case, il pastore il lunedì successivo era già venuto di persona a prendere notizie della mia salute.

Quando con la seconda guerra mondiale, vennero meno alla nostra opera battista i proventi americani, il pastore Ricci non esitò a trasferire la famiglia dalla comoda casa che abitavano agli scomodi locali che affiancavano la chiesa di via Foria, pur di contribuire al risparmio delle spese della nostra Opera. Ed appena a Napoli ci si sentì liberati dal giogo della dittatura, organizzò nelle piazze culti all’aperto, testimonianze ed evangelizzazioni, tanto da attirare su di sé anche reazioni violente da un pubblico che da decenni era disabituato alla libera parola, e meno che mai alla libera predicazione.

Pubblicò un giornale “La Verità Evangelica” che portò avanti a lungo.

Organizzò un ambulatorio nei locali accessori alla chiesa di Via Foria, dove il dr. Teofilo Santi offrì la sua assistenza in determinati orari della settimana – con grande generosità.  

Animò l’ambiente evangelico delle altre denominazioni di Napoli perché si erigesse un nostro ospedale nella zona. Ed ho in bella mostra una fotografia che testimonia la sua presenza e la sua partecipazione mentre eleva al Signore una preghiera di ringraziamento e di aiuto, quando fu messa la prima pietra di quell’ospedale. Ma quando, dopo tempo, l’Ospedale è stato fatto, nessuno ha più ricordato chi ne fosse stato l’ideatore ed il promotore, ed ogni merito è stato attribuito ad altri. 

Egli fu eletto presidente dell’Opera, mentre il pastore Manfredi Ronchi ne era il segretario. E segretario dell’Opera Battista in quegli anni duri il pastore. Ronchi lo è stato a lungo, divenendo la colonna portante del battismo italiano.

Credo che quello sia stato il periodo più fertile e più determinante della vita della nostra denominazione evangelica; periodo eroico, durante il quale i nostri pastori intraprendevano la loro missione come una specie di lotta contro ogni ostacolo che impedisse la loro testimonianza di fede”.

Il pastore Ricci nel 1953 viene trasferito a Roma  per guidare la chiesa battista di Roma – Via Urbana.                                           

Testimonianza di Samuele Berio

Chiesa Battista di Roma – Via Urbana – Cenni storici

Al Pastore Veneziano, chiamato a Rivoli nel 1953 come Rettore della Scuola Teologica, subentrò il Pastore A.G. Ricci, uomo di fede ed efficace evangelizzatore. Di lui ricordiamo “la stima che si era guadagnato per l’entusiasmo col quale affrontava l’opera di evangelizzazione mediante prediche in pubblico, con opuscoli e col giornale “La Verità Evangelica”, specie nel dopoguerra.

Si dedicò con ammirevole zelo alla cura della Comunità di Via Urbana raccogliendo copiosi frutti con una messe di battesimi. La fratellanza che aveva saputo apprezzare il suo valore spirituale ed intellettuale non poté godere a lungo del suo ministerio. Per sopraggiunte infermità fisiche fu collocato a riposo”.

 

 

 

 

Festa dei “Nonni e Nipoti” all’Istituto G.B.Taylor

Festa dei “Nonni e Nipoti” all’Istituto G.B.Taylor
(In occasione della Festa del 19 dicembre 2015)
Forse non tutti conoscono come e quando siano iniziatate le feste dei “Nonni e Nipoti” che tuttora si celebrano presso l’Istituto G.B.Taylor di Roma.
Tutto iniziò quando nel 1949 un vecchietto di nome Michele bussò alle porte del Taylor, in via delle Spighe.
Avevamo conosciuto Michele qualche anno prima, durante la guerra, un giorno che bussò alla nostra abitazione in Piazza in Lucina per offrirci un grosso sacco pieno di pane raffermo, avanzi ottenuti dai soldati tedeschi. Fu un miracolo perché in quel periodo della guerra eravamo rimasti veramente senza cibo. Mia mamma cucinò questo pane, facendolo bollire a lungo per disinfettarlo, pane benedetto che sfamò Michele, noi e anche i sei bambini che allora erano gli unici ospiti dell’Orfanotrofio G.B.Taylor, di cui mio padre, il pastore Vincenzo Veneziano, era direttore. Michele tornò più volte con il suo sacco pieno di pane e sempre nei momenti in cui ne avevamo più bisogno, ma forse in quel periodo il bisogno era continuo. In vista di questi “miracoli” fu da noi soprannominato “Arcangelo Michele”. Finita la guerra, Michele non si fece più vivo.
Era passato molto tempo dall’ultima volta che l’avevamo visto. Forse non ci aveva più trovati in Piazza in Lucina, giacché non abitavamo più lì essendoci trasferiti all’orfanotrofio, che nel frattempo si era ingrandito fino ad ospitare una sessantina di bambini. Ma come già detto, nel 1949 ci venne a trovare. Questa volta era a mani vuote, molto affamato ed infreddolito. Chiese di essere ospitato. Aveva bisogno di un posto dove riposare.
Dapprima mio padre gli disse che non poteva ospitarlo in un istituto per bambini. Michele rispose che invece di stare nell’edificio dove c’erano i bambini, sarebbe stato felicissimo di poter dormire nella chiesa. E perché no! Michele fu accolto al Taylor e fatto dormire nell’interno della chiesa e lui scelse di sistemarsi in un piccolo vano sotto il campanile. La cosa interessò molto i bambini che cominciarono e vedere in lui un nonno bisognoso di aiuto e il mistero di Michele che viveva in un campanile era davvero affascinante. D’altra parte Michele aveva sempre una parola buona e un sorriso per loro.
Possiamo definire Michele il primo anziano ospite dell’Istituto G.B.Taylor. Fu ospitato per un breve periodo perché presto morì, ma fu questo commovente episodio a spingere mio padre a cominciare ad assistere anche gli anziani e a fondare la Casa di Riposo. A quei tempi, come conseguenza della sciagurata guerra da poco terminata, molti anziani vivevano in condizioni disperate e aiutare almeno alcuni di loro era un atto dovuto, anche se i mezzi per farlo non erano facili da trovare. L’idea di mio padre, molto innovativa per i tempi, era di affiancare ai bambini del Taylor dei nonni che li avrebbero trattati come nipoti e viceversa.
La cosa non fu ben accolta dal Foreign Mission Board, fu anzi considerata assurda e fu molto contrastata, ma il pastore Veneziano non si fece intimorire e appoggiato fortemente dal pastore Manfredi Ronchi, allora responsabile dell’Opera battista Italiana, andò avanti con il suo progetto. La fortuna volle che fu messo in vendita un terreno confinante con il Taylor, in Via del Grano. Si trattava di un piccolo terreno in vendita a un prezzo irrisorio. Mio padre senza indugi non esitò ad acquistarlo e fu così che nei primissimi anni Cinquanta l’Opera Battista Italiana, di propria iniziativa e in disaccordo con il Foreign Mission Board, costruì in economia una palazzina dove furono ospitati i primi anziani delle chiese evangeliche battiste italiane. Nacque così la Casa di Riposo dell’Istituto G.B.Taylor.
Ogni domenica, quando gli anziani e i bambini si incontravano in chiesa per il culto domenicale e poi mangiavano insieme nel refettorio, era la festa “dei nonni e dei nipoti”. La festa “Nonni e Nipoti” ha continuato ad essere celebrata fino ai nostri giorni, anche se in altro modo e con diverse scadenze, grazie alla perseveranza degli amici del Taylor e alla benedizione del Signore.

Mirella Veneziano

GIUSEPPE CAMPENNI’ Pastore Evangelico Battista

CAMPENNI’ GIUSEPPE   –   Pastore evangelico battista dal 1913 al 1938

Giuseppe Campenni nasce a Nicotera (CT) il 19 maggio 1868. Dopo aver compiuto gli studi teologici presso un seminario cattolico, nel 1909 si converte al protestantesimo e viene battezzato nella Chiesa evangelica battista di Napoli, via Foria. Il suo ministerio pastorale si svolge, coadiuvato dalla sua consorte Angela Coco, a Boscoreale e Boscotrecase (1913-1919) e a San Gregorio Magno (1919 -1949). E’ deceduto a Napoli nel marzo 1956.

Domenico Maselli: Storia dei battisti italiani (1873-1923), pag. 115 – Claudiana

“Più antica era l’opera battista di Boscoreale e Boscotrecase guidata, nel 1913, dal pastore Campennì, capostipite di una delle più importanti famiglie del piccolo mondo evangelico italiano. I membri di chiesa erano allora 35 e funzionavano egregiamente due scuole domenicali (68 alunni a Boscotrecase e 52 a Boscoreale). Nella sua relazione alla V assemblea delle chiese battiste dell’Italia meridionale, Campennì prevedeva un’ulteriore crescita delle attività e annunciava la prossima apertura di una scuola serale.”

La figlia del pastore Campennì, Prof.ssa Mercedes Campennì-Ricci, ha condiviso nel 2007 parte della storia della sua famiglia tramandandoci un valido esempio di come, con la buona volontà ed un impegno senza limiti, una chiesa può risplendere ad opera di un pastore completamente dedicato all’evangelizzazione e coadiuvato da una consorte da ammirare ed imitare.

La famiglia Campennì e la chiesa di S .Gregorio Magno

“Per quanto riguarda papà Giuseppe Campennì, nato a Nicotera (CT) il 19 maggio 1868, non so esprimere giudizi sul suo operato che avveniva al di fuori della famiglia. Era un uomo di slancio, che riusciva a stabilire contatti con gli altri con facilità naturale. Aveva il dono della comunicazione. Proveniente dalla chiesa di Boscoreale, fu inviato a S. Gregorio nell’autunno del 1919 dopo che due persone del paese, don Carlo Troiano e Francesco Lonardo, avevano fatto richiesta all’Opera battista di un pastore, e il 4 luglio 1920, alla presenza di un membro della direzione dell’Opera inviato da Roma, fu già fondata la chiesa evangelica battista di S. Gregorio Magno, dopo che sedici persone in quel giorno dettero la loro testimonianza di fede con il battesimo. Dopo poco tempo di permanenza a S. Gregorio, conosceva già tutti e meglio degli stessi gregoriani. Nel marzo 1956, quando è finito in questa vita, è stato molto rimpianto nel paese. Ed a Napoli ai suoi funerali erano presenti molti gregoriani, e molte missive ci sono pervenute da più parti e perfino dall’America. Anche papà ha dimostrato grande attaccamento alla sua missione evangelica. Ancora negli ultimi anni della sua vita, dalle sue piccole uscite del mattino ritornava felice perché diceva: “Ho avuto occasione di testimoniare dell’Evangelo” e fino all’ultimo respiro ha dimostrato sempre di avere una fede profonda. E proprio perché egli tutto rimetteva nella mani del Signore, è stato sempre la persona più libera dalle superstizioni che io abbia mai conosciuto, anche dalle più sottili. Cosa che lo rendeva coraggioso e forte di fronte a tutte le evenienze. Se a settant’anni, all’inizio del 1938, ha chiesto il pensionamento, lo ha fatto per riunirsi alla famiglia, a Napoli. Quindici anni scolastici egli aveva trascorso accudito solo periodicamente dalle visite di mamma, nella casa deserta dai figli, nella fredda solitudine, nel clima gelido e umido di S. Gregorio. Ma egli ha continuato ad aver cura della sua chiesa di S. Gregorio con visite frequenti (fatte a sue spese) e periodi di permanenza estiva, fino alla bella età di 81 anni; fino a quando, cioè, nel 1949 non è stato inviato il suo successore, il pastore Gasbarro. Il pastore Gasbarro, naturalmente diverso per personalità e con altri doni non saprei dire come sia riuscito, ma impegnandosi anche fisicamente, e a volte lavorando con le sue stesse mani, è stato capace di erigere un tempio per la chiesa di San Gregorio, e questo con gli scarsi mezzi economici di cui poteva disporre l ’Ucebi. Tempio che nel 1956, il 3 dicembre, inaugurammo Giorgio Ricci ed io con il nostro matrimonio”. In occasione del cinquantenario della nascita del Movimento Femminile Battista Italiano, si è voluto mettere in luce il lavoro delle donne nelle nostre chiese che ha preceduto la stessa organizzazione che tanto bene ha prodotto nella testimonianza della nostra fede. Ho avuto modo allora di parlare di mia madre, Angela Campennì, nata Coco, e dall’accoglienza commossa che il mio racconto ricevette, sono stata incoraggiata ora ad annotare per iscritto, quanto più o meno dissi allora. Se chiudo gli occhi e vado indietro nella memoria ai primi anni della mia vita, vedo la sua figura esile, leggera. Le davano ancora qualche volta della signorina, quando portava per mano me, in età già scolare, ben settima figlia sua. Rivedo altresì i suoi polsi sottili, delicati. Lei ci ha sempre detto che a casa sua non le avevano mai fatto maneggiare il coltello, perché le sue mani non corressero il pericolo di un taglio, cosa che le avrebbe impedito per qualche tempo di suonare il pianoforte. Una donna delicata, cresciuta fra molte attenzioni, dedicata alla musica, nell’ultimo ventennio dell’800. Eppure poche donne ho conosciuto della sua risolutezza, della sua forza di volontà, della sua capacità di sacrificio. Ma andiamo con ordine nel nostro racconto. Nel 1919, dopo la prima guerra mondiale e tutte le sofferenze che c’erano state, il mondo sentiva più che mai il bisogno di un rinnovamento. E due persone di S. Gregorio Magno, un piccolo paese della provincia di Salerno, ai confini con la Basilicata, sentirono la necessità della presenza di un pastore evangelico e ne fecero richiesta all’Opera Battista a Roma. Così nel 1919 fu inviato come pastore a S. Gregorio Magno, papà Giuseppe Campennì con mamma e con ben sei figli che andavano dagli undici anni ad uno. Quelle due persone erano diverse fra loro per carattere e costituzione: Francesco Leonardo di contrada Teglia e Carlo Troiano. Francesco di contrada Teglia, forte lavoratore della sua terra, era stato emigrante negli Stati Uniti e lì era venuto a contatto con gli evangelici battisti. Don Carlo Troiano, figlio di un ciabattino e nobile di sentimenti, occhi azzurri vivaci, era autodidatta, mazziniano convinto. Gentile e generoso, fu subito commosso dalla presenza di questa famiglia con tanti bambini, e forse si sentiva un po’ responsabile del disagio cui sarebbe andata incontro in un paese che aveva poco o nulla da offrire e che aveva solo le scuole elementari. Ma fu subito un grande nostro amico. Io ricordo con commozione e con rispetto don Carlo Troiano, sulle cui ginocchia, al caldo del cui mantello hanno trovato sonno molte volte i miei fratelli più piccoli nelle fredde serate invernali di S. Gregorio. A pensarci oggi, fu un avvenimento veramente eccezionale che nel 1919 un pastore evangelico fosse reclamato lì, in quel paesino sperduto, a ridosso dell’Appennino campano lucano. Perché allora le parole “protestantesimo, evangelismo” suonavano quasi come una bestemmia alle orecchie di persone ben più introdotte nella società “bene” di quasi tutta l’Italia. San Gregorio oggi è molto diverso, e forse non lo riconosco più. Ma nel 1919 e fino alla seconda guerra mondiale, era un paese agricolo, dove costava fatica la vita stessa, e dove le donne avevano quella dignità particolare che danno la vita dura e il sacrificio. Probabilmente non avevano neanche coscienza che per le contadine normali e dabbene come loro, ci potesse essere un’esistenza diversa. Era uno spettacolo solito quello della donna che al crepuscolo tornava dal lavoro fatto in campagna accanto all’uomo, con un paio di bambini che le trotterellavano vicino, l’asino carico che lei teneva “a capezza”, qualche altro animale che chiamava alla voce, le mani occupate nello sferruzzare la calza, e magari la “cuna” con l’ultimo nato, in bilico sulla testa. Aveva un che di solenne il suo portamento eretto, lo sforzo di poggiare tutta l’andatura sul bacino, perché al collo non arrivassero movimenti bruschi, il passo ritmico e controllato, la gonna ondulante. Ma una volta a casa non le spettava il riposo, perché c’era da accendere il fuoco a legna e preparare il pasto caldo per tutta la famiglia. Una donna forte, dignitosa, che non conosceva comodità. Inoltre mancava l’acqua nelle case e nel paese stesso. E alle poche fontanelle pubbliche le donne facevano la fila, che nei frequenti periodi di siccità, si trasformava in lotta per accaparrarsi quel barile d’acqua da portare a casa per le necessità più vitali. Ricordo la grossa “giarra” che fino agli anni quaranta avevamo in casa nostra. Qualche donna ce la riempiva con diversi andare e venire dalla fontana a casa, portandoci in equilibrio sulla testa un barile di 25 litri per volta. In questo ambiente rude, fatto per persone dai muscoli di acciaio, si trovò mia madre con la sua gentilezza, la sua delicatezza fisica. Le stesse strade non erano per lei, pietrose, sdrucciolevoli, tutte salite e discese. Perciò ebbe bisogno sempre del braccio di papa. Così i miei genitori costituirono l’unica coppia del paese che si lasciasse vedere insieme e a braccetto, lì dove l’uomo si vergognava di mostrarsi tenero con le sue donne, ma, magari solo in pubblico, assumeva piuttosto il ruolo di marito e padre padrone. Mia madre perciò fu una donna diversa da tutte subito e fu per tutti “la signora”. Mostrandosi così com’era con semplicità, fisicamente fragile, ma di severa compostezza, in ogni atteggiamento, e di grande dignità morale, si guadagnò il rispetto e l’ammirazione di tutti. Non è di molto tempo fa, che trovandosi a Roma, al culto della chiesa di via Urbana, Ciccio Adesso, quello che era stato uno dei ragazzi più fedeli della scuola domenica di S. Gregorio e che a suo tempo aveva molto frequentato la nostra casa, figlio di un muratore e muratore egli stesso, ora padre e nonno di professionisti e ingegneri, si esprimeva in termini di grande devozione nei confronti dei miei genitori e di mia madre, addirittura attribuendo con gratitudine a loro il merito del suo successo; ed affermava a me: “i vostri genitori a S.Gregorio hanno portato la civiltà”, frase questa ricorrente sulla bocca dei gregoriani. Ero ancora una ragazza, quando un giorno a S. Gregorio, mettendo ordine nella nostra modesta sala che fungeva da salotto-studio, scoprii un pacco di quaderni di chi comincia a imparare a scrivere, intestati a più persone. Allora venni a sapere che al loro arrivo i miei genitori avevano tenuto una specie di scuola serale: era il tempo allora della grande emigrazione della nostra gente negli Stati Uniti, dove non si era accettati se analfabeti. E mia madre, dopo una giornata faticosa trascorsa nella cura dei suoi sei bambini, senza aiuto, aveva allora accolto in casa quelle persone, mezze distrutte dalla stanchezza e dalla durezza del lavoro, per aiutarle insieme con papà ad apprendere i primi elementi dello scrivere, cosa che doveva riuscire molto difficile alle mani di quella gente, callose e quasi anchilosate dalla fatica. L’arrivo dei miei genitori evangelici e protestanti, non era riuscito certamente gradito alla parte clericale e bigotta del paese che cercava in tutti i modi di ostacolare il loro inserimento nell’ambiente. E come allora era in uso, si approfittava dell’ignoranza della gente per denigrarli ai loro occhi. –“Si trattava di scomunicati con i quali erano proibite le amicizie e gli stessi contatti”, dicevano, “anzi nell’incontrarli era meglio voltare la faccia dall’altra parte”. Ma bisogna dire che i gregoriani non sono stati mai dei fanatici e tanto meno gente soggetta alla volontà altrui, ed anche in quella circostanza, ad eccezione di pochi, si lasciarono guidare dal loro buon senso piuttosto che dalle parole degli altri. Papà del resto aveva il dono della comunicazione e della testimonianza continua e non solo finì col conoscere tutti, ma era in grado anche di fare la storia della loro famiglia, meglio di quelli che erano nati e cresciuti nel paese, cosicché quando è finito l’hanno rimpianto tutti come persona familiare. Un altro motivo di discredito messo in giro dalla parte clericale, fu il dubitare della professionalità di mia madre, che non avendo nemmeno il pianoforte, nel nostro salotto esibiva il suo diploma di pianista. In realtà lei lo aveva ottenuto al Conservatorio di S. Pietro a Maiella di Napoli, dopo un severo concorso di ammissione che aveva sostenuto all’età di dieci anni, e la frequenza di ben otto anni nella classe del bravissimo maestro Romaniello. Ma dopo due anni di permanenza a S. Gregorio, dopo che ero nata io e proprio in occasione della mia presentazione al Signore, fu invitato a S. Gregorio il pastore Asprino Ricci, e per quel periodo, credo per opera del dr. Whittinghill, allora rappresentante in Italia del Foreign Mission Board, a mamma arrivò un bel pianoforte tedesco, un Pleyel, verticale. Le bastarono poche settimane di studio di esercizio per riprendere la padronanza dello strumento. Così dopo l’adunanza speciale in chiesa, che aveva destato l’attenzione del paese ed era riuscita particolarmente edificante, ci fu la sera a casa un’audizione di molti pezzi musicali, in cui si poté vedere alla prova quanto invece fosse stato meritato quel diploma di mamma appeso nel salotto. Per comprendere al giusto peso il valore di quella serata musicale, desidero ricordare che nell’autunno del 1921, Guglielmo Marconi era ancora agli esperimenti radio telegrafonici sulla sua nave Elettra e se l’invenzione della radio era fatta, ancora Marconi doveva molto lavorare perché ne avvenisse la diffusione commerciale. Inoltre in quel paesino non era arrivato ancora mai un professionista qualificato in grado di suonare qualche cosa in più di qualche ballabile strimpellato. La musica perciò che mamma era in grado di offrire, era un vero dono per il paese, che la parte bene, civile e istruita apprezzò con entusiasmo. Ci sono stati sempre bravi professionisti a cui S. Gregorio ha dato i natali: medici, chirurghi, direttori di ospedali a Napoli, alcuni professori universitari, avvocati e militari arrivati ai più alti gradi, medaglie d’oro al merito nella seconda guerra mondiale, una medaglia d’oro fu data anche al generale Lordi vittima con gli altri della Fosse Ardeatine. Così a dispetto di tutti i pronostici fatti, i primi anni quasi tutte le sere la nostra casa si riempì di persone che venivano ad ascoltare mamma che suonava per loro, divennero tutti nostri cari amici e mandarono le loro figliole da mia madre, perché prendessero lezione. E ci fu anche qualche signora anziana che divenne amica carissima di mamma, come la maestra Rosinella che volle iniziarsi allo studio del pianoforte. E siccome in paese non esistevano strumenti, se non in due o tre famiglie di antica tradizione, vecchi pianoforti a coda divenuti ormai striduli e legnosi, tutte le signorine di S. Gregorio venivano a studiare il pianoforte a casa con turni che andavano dalla mattina alla sera. Molte di quelle alunne hanno imparato a suonare bene, qualcuna ha insegnato nella scuola di Stato, altre hanno avuta una loro scuola privata, attenendosi fedelmente agli insegnamenti di mia madre. L’ultimo della giornata a studiare sul nostro pianoforte, ne ho un nitido ricordo, anche se ero bambina, era un giovane impacciato, di mestiere stagnino, che suonava nella banda del paese. Era in età di leva e faceva progetto di entrare nella banda militare. Si chiamava Orlando Pinto. La mano perciò era indurita dall’età e dal mestiere. Ma fu così tenace, così serio, che nonostante le difficoltà incontrate, riuscì a superare l’esame di pianoforte supplementare al Conservatorio di Napoli, abbandonò per sempre il mestiere, entrò nella banda di Napoli e la diresse fino al suo pensionamento. Mamma ha manifestato sempre ammirazione per le qualità e la serietà dei gregoriani, e le ho sentito più volte affermare che lei aveva trovato maggiori disposizioni allo studio del pianoforte nei gregoriani che non negli alunni di Napoli, nonostante i napoletani godessero fama di una particolare attitudine per la musica. Ma col racconto bisogna tornare indietro nel tempo, perché è importante riferire che il 4 luglio 1920, alla presenza di un pastore inviato da Roma dall’Opera battista, Chiminelli, fu fondata la Chiesa evangelica battista di S. Gregorio Magno. In quel giorno furono sedici persone che dettero la loro testimonianza battesimale. E la cerimonia e il culto ebbero luogo nella campagna di uno dei catecumeni – certo seguì un lauto pranzo, perché l’allegria, la festa, a S. Gregorio s’è sempre manifestata con un banchetto. A ricordo di quel giorno memorabile c’è una fotografia (cosa rara a quei tempi) in cui sono ritratti i componenti la chiesa ed i miei genitori, in prima fila seduti per terra, mia sorella ed i miei fratelli che andavano allora dai dodici ai quattro anni, rimasti in cinque perché non c’era la più piccola, la prima Mercedes della famiglia. Per quanto me ne possa ricordare, i culti in chiesa si tenevano sempre di sera, perché i contadini non si concedevano riposo ed era al di là della loro stessa volontà, in tempo di raccolto o di un altro lavoro, trascurare la campagna. E di domenica, in anticipo sull’orario del culto, papà e mamma uscivano insieme da casa e si dirigevano a casa Troiano. Di là prendevano strade diverse. Papà proseguiva verso la chiesa che era un locale abbastanza largo a pianoterra, che apriva ed illuminava. Gli uomini vi andavano dal canto loro. Alcuni fedelissimi, non ricordo che siano mai mancati. Primi fra tutti i numerosi componenti delle famiglie Padula e Perna, il giovane Vito Trimarco. Mamma invece si appoggiava al braccio della signora Troiano e con lei bussava alla porta di tutte le sorelle di chiesa, quelle care devote contadine, e insieme con loro si recava al culto. Gli uomini sedevano nella fila delle sedie a sinistra e le donne a destra. Ricordo che le loro figlie, ragazze, cercavano posto le une accanto alle altre per comunicare e magari ridere fra loro chissà di che. E per non farsi scoprire, si sforzavano di mantenere un contegno serio, ma il sussulto delle loro spalle le tradiva a loro insaputa. A guidare la comunità nel canto, all’armonium, naturalmente mamma si trovava nel suo elemento. E a S. Gregorio, gli inni si cantavano a tempo giusto, cosa difficilissima a sentirsi allora nelle nostre chiese. E ancora mi risuonano nella orecchie e quasi distinguo le voci di quei contadini, e gli inni che papà faceva cantare e che ho appreso sin da bambina, mi commuovono ancora oggi come allora. Per la scuola domenicale poi, mamma riusciva a preparare delle recitazioni e delle scenette che rallegravano non solo i ragazzi e gli adulti della chiesa,, ma molti altri del paese, che ad ingresso libero la sera dello spettacolo intervenivano numerosi. Le prove duravano a lungo, si facevano di sera a casa nostra e spesso avevano qualche spettatore, come alcune amiche di mamma, che erano ben felici di completare la giornata con un diversivo dalla monotonia solita. La partecipazione che dovevano mettere i ragazzi per acquistare quel poco di disinvoltura per muoversi sulla scena era già una grande conquista per loro. Mamma ne curava i gesti, l’accento, l’interpretazione e molto spesso otteneva buoni risultati. Ma qualche volta la loro foga era eccessiva, l’interpretazione stessa delle parole travisata, e l’effetto per chi era in grado di afferrare il senso giusto, esilarante. Ma lo spettacolo andava bene e gli spettatori uscivano dalla sala entusiasti. C’è un piccolo articoletto pubblicato in un numero del “Testimonio” che deve essere del 1922, che conferma quello che ho appena detto, e c’è una fotografia che ha immortalato i ragazzi della scuola dominicale. I ragazzi si sentivano assai gratificati e facevano progressi di apprendimento perché avevano opportunità nuove, speciali, mai avute prima. Fra quelli della fotografia alcuni hanno seguito strade diverse, ma altri sono stati fedelissimi, oltre ad aver frequentato la scuola domenicale, erano anche molto presenti in casa nostra. Fra questi, oltre Ciccio Addesso, di cui ho parlato prima, c’è stato anche Pietro Menza, di mestiere ciabattino, emigrato poi negli Stati Uniti. Ottimo giovane, fedele all’evangelo, s’è fatto così stimare nell’ambiente nuovo d’adozione, da diventare notaio. Sappiamo infatti che almeno allora, fino a cinquant’anni fa, la carica di notaio negli Stati Uniti non era legata al titolo di studio ed a forme di concorso, ma alla stima di onestà e di virtù conquistata e quindi elettiva. E lui pertanto se l’era meritata, Pietro Menza ha mantenuto rapporti affettivi con il suo paese e quando mamma è venuta a mancare il 30 novembre 1965, mi scrisse una lettera traboccante stima, gratitudine e affetto per lei, la cui influenza, affermava, aveva determinato le sue scelte sempre e il cui insegnamento ed il cui esempio non aveva mai dimenticati. Per quanto riguarda la vita di mia madre in famiglia, al di fuori della chiesa, non è argomento di interesse di quanto qui dobbiamo riferire. Dirò solo che suo fratello, Nicola Coco, uomo di cultura e giurista apprezzato, per professione allenato alla ponderatezza, all’equilibrio, all’obiettività, più di una volta, ha ripetuto a noi figli con molta convinzione: “Vostra madre è un’eroina”.

                                                                                                   Mercedes Campennì, Roma, 2007

P.S.

S. Gregorio Magno, il paesino che pareva non avesse nulla da offrire, per noi tutti è stato una benedizione, Per noi figli è stato meraviglioso. Lì la nostra infanzia e la nostra giovinezza hanno trovato la gioia dei giochi e delle amicizie innocenti, l’allegria delle intese maliziose. E’ stato un ambiente sano, come sana era l’aria, il cibo, l’impostazione della vita, dove noi giovani trovavamo giusto sfogo alla nostra vivacità. Anche se giovanissimi, eravamo coscienti di quello che la nostra famiglia rappresentava nel paese che ci guardava. E forse per questo, ma soprattutto per l’educazione all’evangelo che ricevevano e per l’esempio che avevamo in famiglia, siamo stati sempre responsabili ed abbiamo risposto con entusiasmo a tutto quello che i nostri genitori desideravano da noi, superando le loro stesse aspettative. Di questo i nostri genitori hanno sempre apertamente ringraziato e lodato il Signore, perché da Lui erano stati ampiamente benedetti. Quando io mi sono laureata, il Pastore Ricci della chiesa di Napoli, che con la scuola domenicale e i suoi sermoni per oltre vent’anni ha molto contribuito alla nostra formazione religiosa, facendo a me le congratulazioni com’è d’uso nella familiarità delle nostre chiese, dal pulpito dichiarò che la nostra era l’unica famiglia che egli aveva mai conosciuto, dove fra i sei figli che la componevano si aveva una pianista e cinque laureati. Eppure eravamo partiti da S. Gregorio, dove non c’erano state che le elementari: il miracolo, lo riconoscevano i miei genitori, per grazia di Dio era avvenuto!

CULTO RADIO EVANGELICO IN ITALIA

Anche se non è stato possibile reperire per il momento né i documenti scritti, né le registrazioni, dati i tempi della confusione postbellica, abbiamo però raccolto testimonianze dei membri anziani delle nostre chiese che hanno permesso di confermare che il primo Culto radio evangelico in Italia fu trasmesso nell’estate del 1944, da Roma, subito dopo l’arrivo degli alleati americani. Una cosa certa è il fatto che ciò fu possibile grazie all’interessamento del Cappellano battista americano G. Lair.
Samuele Berio, nel suo libro Chiesa Battista di Roma – Via Urbana – Cenni storici 1881-1981, (Coop. Litotipografia Filadelfia S.r.l.) scrive: “Tra i ricordi di quei cari fratelli americani parlerò di fatti che non vanno trascurati: il culto radio-trasmesso ottenuto per la prima volta in Italia da un Pastore battista attraverso l’interessamento del Cappellano battista americano G. Lair”.
Per raccontare come avvenne che nell’Italia cattolica di allora, dove a malapena si poteva predicare l’evangelo nei nostri locali di culto, venne concesso uno spazio radiofonico alla predicazione evangelica, bisogna risalire all’arrivo degli americani a Roma nel giugno 1944. Subito dopo la liberazione, Vincenzo Veneziano, pastore della storica Chiesa battista di Roma-Via Urbana, si mise in contatto col cappellano americano G.Lair che trasmetteva un culto in inglese per i soldati americani e gli chiese di intercedere presso le autorità alleate affinché anche gli italiani potessero trasmettere un culto evangelico.
Il cappellano G.Lair gli fece ottenere il permesso e fu così che da Roma venne trasmesso il primo culto radio evangelico. Il testo scelto fu sul Salmo 121: “ Io alzo gli occhi ai monti, donde mi verrà l’aiuto?”.
Il Culto Radio veniva trasmesso all’alba della domenica e, per necessità di palinsesto, doveva essere brevissimo. Molti evangelici, specialmente quelli che abitavano in località senza guida pastorale, ebbero la gioia di poter sentire una voce protestante e sentirsi vicini agli altri evangelici. Ci furono anche conversioni di persone che seguirono l’invito che veniva dato a mettersi in contatto con le chiese evangeliche di Roma.
I pastori che curarono i primissimi Culti Radio furono: Beniamino Federà (Chiesa battista di Roma-Trastevere), Manfredi Ronchi (Chiesa battista di Roma-Via del Teatro Valle), Vincenzo Veneziano (Chiesa battista di Roma-Via Urbana). Successivamente, il pastore Manfredi Ronchi, responsabile dell’Opera evangelica battista italiana, chiese anche la collaborazione dei pastori delle altre denominazioni evangeliche della capitale.
Nell’autunno del 1944 il Culto Radio venne esteso a tutte le denominazioni evangeliche e non più curato solamente dai pastori battisti. Un coro, a cui parteciparono le migliori voci delle chiese evangeliche di Roma, registrò gli inni che venivano trasmessi.
Di questi Culti radio ci rimane solamente una raccolta dei testi delle meditazioni a partire dal 12 novembre 1944 fino al 30 settembre 1945. (vedi Claudiana: “Sulle ali della radio”)