Manfredi Ronchi

Manfredi Ronchi
Solofra 26 agosto 1899 – Zurigo 25 maggio 1970
Fondatore dell’UCEBI (Unione Cristiana Evangelica Battista d’Italia)
Leggendo quanto scritto dall’Ucebi in ricorrenza dei 150 anni del battismo italiano ho notato che la figura del pastore Manfredi Ronchi è stata alquanto trascurata.
Per evitare che l’ importantissimo contributo dato dal pastore Ronchi al Battismo Italiano venga sottovalutato, ho deciso di raccogliere alcune informazioni sulla sua opera e testimonianze che dimostrano quanto egli sia stato importante per il battismo italiano e per la fondazione dell’Ucebi.
Il ruolo di Manfredi Ronchi nel Battismo italiano emerge durante il fascismo, quando la missione americana a causa della Seconda Guerra Mondiale dovette lasciare l’Italia. Ludovico Paschetto, responsabile dell’Opera battista di quei tempi, si era rifugiato in Piemonte e le chiese erano rimaste allo sbaraglio per mancanza di guida ed assistenza sia da parte americana che italiana. I pastori erano rimasti senza retribuzione, ma alcuni continuarono a curare le loro chiese . Fu allora che Manfredi Ronchi, pastore a Roma della chiesa in Via del Teatro Valle, prese in mano le redini dell’Opera battista, nata come missione estera, trasformandola col tempo e con determinazione in una vera e propria Unione di chiese italiane (UCEBI 1956) di cui fu il primo Presidente. In questa veste lottò per anni contro le resistenze della missione americana, che non approvava sia il desiderio d’indipendenza dei battisti italiani sia il suo approccio teologico.
Durante la guerra, fece in modo di far continuare l’opera di assistenza agli orfani dell’Orfanotrofio G. B.Taylor fondato nel 1923, che la Missione americana aveva deciso di chiudere. Ronchi propose al Comitato dell’Opera Battista l’assegnazione della direzione al pastore Vincenzo Veneziano, membro del Comitato. Insieme riuscirono a raccogliere fondi con l’aiuto delle chiese in quel difficile periodo della nostra storia. L’Orfanotrofio rimase aperto. Fu inoltre ingrandito nel 1948 per ospitare anche le bambine.
Organizzò circoli per i giovani delle nostre chiese con campeggi al mare (vedi Villaggio per la Gioventù a Santa Severa).
Autorizzò il primo culto radio evangelico in Italia trasmesso dai pastori battisti di Roma a partire dall’estate 1944.
Riaprì la Scuola teologica battista, chiusa durante il fascismo, usando la struttura dell’Istituto G.B.Taylor a Roma-Centocelle. La scuola fu poi trasferita da Roma a Rivoli Torinese (1949) per decisione del Foreign Mission Board che in quella località aveva acquistato Villa Colla.
Nei primi anni Cinquanta, sempre contro il volere della missione americana, appoggiò il pastore Vincenzo Veneziano che fortemente volle l’apertura di una Casa di riposo per gli anziani nell’ambito dell’Istituto G. B.Taylor a Roma-Centocelle tutt’ora operante.
Incoraggiò l’organizzazione dei Ragazzi Ambasciatori con relativa apertura del Centro di Rocca di Papa (1953).
Lavorò con passione ricoprendo non solo la carica di pastore della Chiesa di Via del Teatro Valle, ma anche di rappresentate delle chiese battiste a vari Comitati nazionali e internazionali.
Nel 1956 vide la nascita da lui fortemente voluta dell’UCEBI (Unione Cristiana Evangelica Battista d’Italia della quale ricoprì per molti anni la carica di Presidente.

Il figlio del pastore Ronchi, Sergio Paolo, ha fornito il seguente curriculum vitae di suo padre
– Nato a Solofra il 26 agosto 1899 e deceduto a Zurigo il 25 maggio 1970.
– Studi in Legge (argomento della tesi che avrebbe dovuto discutere presso l’Università
degli Studi di Cagliari era Il sistema carcerario quale strumento di recupero e di reinserimento
nella società del detenuto)
– Diploma di laurea in teologia presso la Facoltà valdese di Teologia, Roma, 30 ottobre 1927, con il prof. Giovanni Luzzi (La dottrina degli apostoli; edita, notevolmente ridotta, in G. S. Hall, La Chiesa dei primi secoli, 2 voll., Claudiana, Torino 2007, vol. II Le fonti), del quale fu stretto collaboratore e del quale curò, negli anni, la pubblicazione di diversi importanti saggi.
. – Laurea honoris causa in teologia conferita dal Georgetown College (USA),1950.

– Collaboratore di «Conscientia» e, per alcuni anni, di Giuseppe Gangale.
– Membro del comitato di redazione di «Gioventù Cristiana» (1931-1935), direttore Giovanni Miegge.
– Primo, in Italia (durante il suo soggiorno di studi inglese), a condurre ricerche (e a pubblicare) sui Gruppi di Oxford e su Pier Martire Vermigli; si occupò, inoltre, di Gabriele Rossetti, Bernardino Ochino e, più in generale, della Chiesa evangelica italiana di Londra nel periodo della Riforma e del Risorgimento.

– Fondatore, negli anni di ministerio pastorale a Floridia, della ACDG; cosa che gli procurò noie con le autorità fasciste locali, tanto da essere indotto a scrivere direttamente a Mussolini denunciando, in termini scientemente ironici, la situazione. Anni in cui organizzava, con altri, piani di fuga di detenuti politici al confino nelle varie isole e isolette e, in ambiente evangelico, campi di evangelizzazione di copertura. (Negli anni della Resistenza, poi, nascondeva armi di partigiani in cantina e nella vasca battesimale.)
Tenuto d’occhio dalla questura anche negli anni cagliaritani; anni in cui, anziché pensare di far erigere un nuovo locale di culto (preoccupazione di un suo successore, che lanciò una sottoscrizione), mise a punto lo statuto di un centro evangelico di cultura e organizzava serate aperte alla cittadinanza con proiezioni di diapositive e conferenze sulla Riforma e sull’Inquisizione.
Nell’ambito del Consiglio Federale delle Chiese, non meno che in quello denominazionale, si batté per la libertà di coscienza e di religione negli anni della Costituente (1946-1948) e durante il buio periodo scelbiano: dal noto Culti ammessi. Memorandum del Consiglio Federale delle Chiese evangeliche sul problema della libertà religiosa in Italia (firmato insieme ad Achille Deodato ed Emanuele Sbaffi) – che trovò spazio nel “foglio” del Movimento di Unità Popolare, «Nuova Repubblica» (n. 8 [56], 1 maggio 1955, pp. 3-4) – a dibattiti pubblici con padre Lombardi (1948) a casi di singoli evangelici. E se ne occupò sia interloquendo con le istituzioni e con le autorità di Governo, sia recandosi laddove venivano presi a sassate e chiusi locali di culto (riuscendo, in molti casi, a farli riaprire), sia attraverso una intensa attività pubblicistica e di conferenziere, come pure con azioni di “rottura ideologica” (celebrazione civile di matrimoni di ex preti, negli anni Cinquanta, nella chiesa di Via del Teatro Valle, in giorni feriali lavorativi, di giorno e a portone aperto).
Candidato alla Camera, nel 1953 (l’anno della democristiana legge-truffa), nelle fila del Partito socialista-cristiano (in anni successivi, ciò gli procurò serie difficoltà da parte dell’Ambasciata USA per un visto, in quanto schedato come comunista, poi appianate soltanto grazie all’intervento di un alto funzionario, il figlio di D. G. Whittinghill).
Sul piano strettamente denominazionale, dell’Opera prima e dell’Unione poi è stato l’ideatore e l’organizzatore e negli anni prebellici e nel difficile periodo del dopoguerra – e per oltre un trentennio. In quei tre decenni lavorò con saggia pazienza per l’autonomia e l’indipendenza del battismo italiano dalla Missione americana, nonostante difficoltà esterne e forti resistenze interne. Inoltre, riuscì a spingere l’intero Corpo pastorale battista a liberare l’Ente missionario da responsabilità giuridiche verso i pastori, di fatto dipendenti dalla Missione (egli, l’artefice dell’operazione che fruttò una pensione Inps per i pastori battisti). E a tal proposito, una sua preoccupazione fu proprio quella di dar vita all’Associazione pastorale battista.
Ministerio pastorale
Roma, Chiesa di Via Urbana 1924-1925
Chiesa di Floridia (Siracusa) 1925-1929
Chiesa di Cagliari (e lavoro evangelistico a Capoterra) 1929-1932
[Londra e Oxford 1932-1933]
Torino, Chiesa di Via Passalacqua 1933
Roma, Chiesa di Piazza in Lucina 1934
Torino, Chiesa di Via Passalacqua 1934-1935
Roma, Chiesa di Via del Teatro Valle 1935-1970
(e agli inizi, per alcuni anni, anche della
comunità della Garbatella di nuova formazione)
Cariche nazionali
Vice Presidente dell’Opera Cristiana Battista d’Italia 1934-1938
Segretario Esecutivo dell’Opera Cristiana Battista d’Italia 1944-1956
Segretario Esecutivo dell’Ucebi 1956-1957
Presidente dell’Ucebi 1957-1967
Presidente dell’Ente Patrimoniale dell’Ucebi 1961-1967
Segretario dell’Ente Patrimoniale dell’Ucebi 1967-1969
Presidente del Consiglio Federale delle Chiese
evangeliche. Più volte in turno con Valdesi e Metodisti 1946-1969
Ideatore e primo Presidente dell’Associazione pastorale battista 1966
Professore della Scuola Teologica Battista di Rivoli di Simbolica
(corsi estivi)
Professore della Scuola Biblica Femminile “Betania” di Roma
Condirettore de “Il Testimonio” e fondatore e
direttore de “Il Messaggero Evangelico-Il Testimonio” 1935-1970
Cariche internazionali
Direttore della Libreria di Sacre Scritture in Addis Abeba 1938-1939
Vice Presidente dell’Alleanza Mondiale Battista 1950-1955
Vice Presidente della Federazione Battista Europea 1952 1954
Presidente della Federazione Battista Europea 1954-1956
Membro del Consiglio del Seminario Teologico Battista di Rüschlikon
(Zurigo)
Membro del Consiglio della Società Missionaria Battista Europea
Echi della stampa
«Nuovi Tempi», 31 maggio 1970: Un grave lutto per il protestantesimo
«Nuovi Tempi», 7 giugno 1970: testimonianze di Mario Sbaffi e Guido Mathieu
«La Luce», 5 giugno 1970: Il pastore Manfredi Ronchi (Enrico Paschetto) e nota redazionale
«L’Avanti!», 30 maggio 1970: È morto a Zurigo Manfredi Ronchi
«La Voce Repubblicana», 2-3 giugno 1970: Commemorato M. Ronchi
EBPS (Agenzia stampa battista europea): lungo comunicato stampa
«O Jornal do Brasil» [periodico del battismo brasiliano], n.31, 2 agosto 1970
Riferimenti alla sua figura nella pubblicistica scientifica e in tesi di laurea

E. R. Vincent, Gabriele Rossetti in England, Oxford University Press, Oxford 1936, pp. 145-146
«The religious ideas of Rossetti have excited some attention, particularly from Italian Protestant controversialistis who wish to claim the poet as a champion.* In reality the question is not a difficult one».
* Le idee religiose di G. R. (Giovanni Luzzi, 1903); Profili, Ricordi, Aneddoti di Protestanti illustri (Silvestri-Falconieri, 1920); Come morì Gabriele Rossetti, Manfredi Ronchi, La Luce (12, 19, 26 Luglio 1933).

D. Dalmas-A.Strumia (a cura di), Una resistenza spirituale. “Conscientia” 1922-1927,
Claudiana, Torino 2000, pp. 23-24
«Nell’immediato fu un pezzo di Manfredi Ronchi, pubblicato sul “Testimonio” del settembre 1922, la replica migliore alle accuse di Martire: il pastore battista prendeva le distanze sia dai metodi fascisti, sia da quelli della “Giordano Bruno”, ma osservava che il “Corriere d’Italia” avrebbe piuttosto dovuto considerare “che esiste una sola libertà, per lo e per noi”, anziché incoraggiare azioni violente contro gli evangelici, come quelle di cui di recente era stato vittima a S. Piero Patti (Messina) il pastore Agostino Bassi».

G. Spini, Italia liberale e protestanti, Claudiana, Torino 2002, p. 398
«[…] A dire la verità, in questa fase iniziale, aveva una sorta di anticlericalismo addirittura furente. Pochi giorni avanti, il 15 agosto 1922, aveva pubblicato su Conscientia l’annuncio della costituzione nientemeno che di “Centurie anticlericali, con ordinamento militare per la difesa dello Stato contro l’invadenza della Chiesa papale e del suo attuale organo di lotta (il P.P.I.)” e per “l’abolizione della proprietà ecclesiastica, che attualmente immobilizza ben sette miliardi di beni, tra parrocchie, congregazioni (con prestanomi) e Fondo culto”. Che una trovata così stramba come questa bastasse a fare strepitare organi di stampa e personalità del cattolicesimo filo-fascista – Civiltà cattolica, Egilberto Martire su Conquista cattolica, e il Corriere d’Italia; e lo stesso Romolo Murri sul Resto del Carlino – è un indice dell’aria che si respirava nei mesi precedenti alla marcia su Roma. E meno male che un (allora) giovane pastore battista, Manfredi Ronchi, intervenne a prendere le distanze sia dai metodi fascisti che da quelli della Giordano Bruno e a fare osservare al Corriere d’Italia “che esiste una sola libertà per loro e per noi”, di cui azioni violente come quelle contro gli evangelici a S. Piero a Patti erano la negazione”.
G. Spini, Italia di Mussolini e protestanti, Claudiana, Torino 2007, p. 224
«Si aggiunge a tutto questo un articolo fortemente critico del pastore battista Manfredi Ronchi (1899-1970) sull’ultima novità arrivata dall’America – Il Movimento dei Gruppi di Oxford – che in realtà con Oxford ha poco o nulla a che fare e solo lo ha con la trovata chiassosa del suo fondatore, Frank Nathaniel Daniel Buchman (1878-1961), di Pennsburg, Pennsylvania, cui tengono dietro le ancor più drastiche Note Marginali dello stesso Miegge.
F. Ranchetti, La Confessione Valdese. Rapporti giuridici tra Stato e Confessione Valdese dal 1532 al 1984, aa. 1991-1992, Università degli Studi di Napoli Federico II [una copia della tesi, molto consultata, è depositata presso la Biblioteca della Fondazione Centro Culturale Valdese, Torre Pellice]
«Capitolo 5 L’Italia da Stato confessionale a Stato pluriconfessionale
1. La costruzione del nuovo Stato. Il dibattito costituzionale e la posizione protestante
I laici convinti, l’estrema ideologia massimalista comunista e le chiese minoritarie ebbero amaramente a dolersi dell’inserimento dei Patti Lateranensi nella Carta Costituzionale, perché ciò si prestò a perpetuare la situazione di confessionalità cattolica dello Stato italiano.

TESTIMONIANZE IN MEMORIA di Manfredi Ronchi
Mario Sbaffi
La notizia della dipartita del caro collega e amico Manfredi Ronchi è giunta così improvvisa e inattesa che è assai difficile realizzare che egli non è più fra noi. Mentre benediciamo Iddio per il suo lungo ministerio così ricco di frutti benedetti, ricordiamo con commozione il suo eloquio facile e arguto sempre improntato da una fede sicura, i suoi scritti di carattere storico dottrinale sempre dettati da una visione cristiana degli eventi e da una conoscenza biblica fatta e proposta.
La sua mente dialettica lo portava naturalmente a non accontentarsi di quanto era solo apparenza e a non indulgere a facili entusiasmi. Amava costantemente rifarsi al passato ma per comprendere più chiaramente il presente e non avventurarsi in iniziative utopistiche per il futuro. Diceva sempre tutto quello che pensava con schiettezza evangelica senza però mai nutrire del malanimo verso chi non concordava con lui. La sua collaborazione, anche con le altre chiese evangeliche, più che nelle parole era nei fatti. Ma chi ha avuto lunga dimestichezza con lui nell’affrontare i molti problemi che la vita della chiesa pone in ogni tempo sa ce, soprattutto e innanzitutto, egli era un fedele ministro dell’Evangelo e che nella potenza della parola di Dio egli riponeva ogni speranza per tutto ciò che travaglia la vita della chiesa e degli uomini. L’evangelismo italiano perde in Manfredi Ronchi una delle figure più rappresentative degli ultimi decenni. Ma poiché egli è stato saldo, incrollabile, abbondante sempre nell’opera del Signore, la sua fatica certamente non è stata vana (! Cor.15:18).
Guido Mathieu
E’ strano come talvolta si giunga a conoscere, amare e stimare una persona in questo caso un compagno d’opera nel campo del Signore, coì quasi per gradi. Avevo sentito parlare di Manfredi Ronchi quando ancora egli era studente alla Facoltà Valdese di Teologia od era agli inizi della sua attività in Italia e all’estero. L’ho più tardi conosciuto di persona, in occasione dei nostri sinodi quando vi partecipava come rappresentante dell’Unione battista. L su partecipazione, talvolta assi fugace, quasi una apparizione per i molteplici suoi impegni, era vivamente attesa da noi pastori più giovani così come era atteso il suo messaggio sempre ricco di immagini, di acume, di sano umorismo, arguto, giammai banale o convenzionale. Del resto la sola sua presenza, di lui “battista” convinto in mezzo a noi “valdesi” era già di per sé più che eloquente! Ci siamo ritrovati a Roma ambedue impegnati nell’assorbente ministerio pastorale ed è allora che ho imparato ad amarlo e a stimarlo ancora di più. Membri ambedue del Comitato per la programmazione dei culti alla radio e del Consiglio dei pastori di Roma abbiamo avuto occasione di innumerevoli incontri nel corso dei quali gli animi si sono aperti e ne è nata una indistruttibile stima reciproca. Dotato di una facilità di parola che gli ho sempre invidiato, dotato di una notevole cultura, uomo di grande esperienza, conoscitore profondo dell’animo umano e dell’ambiente in cui esso è costretto a vivere, ,pastore, predicatore ed evangelizzatore nell’animo, polemico all’occorrenza per amore della verità, personale nei suoi atteggiamenti, franco e schietto nei suoi giudizi, anticonformista per natura svincolato da ogni formalismo nel dire o nel fare, egli è stato un prezioso compagno d’opera pronto a collaborare e a dare il suo ponderato consiglio Così sempre lo ricorderò, grato al Signore insieme con tutti coloro che hannotratto beneficio dal suo lungo e fedele ministerio.

Mercedes Ricci, figlia del pastore Giuseppe Campennì e nuora del pastore Asprino Ricci, militante battista di antica data, così ricorda Manfredi Ronchi: «Il pastore Ricci fu eletto Presidente dell’Opera, mentre Ronchi ne era il Segretario. E Segretario dell’Opera Battista in quegli anni duri il pastore Ronchi lo è stato a lungo, divenendo la colonna portante del battismo italiano. Credo che quello sia stato il periodo più fertile e più determinante della vita della nostra denominazione evangelica; periodo eroico, durante il quale i nostri pastori intraprendevano la loro missione come una specie di lotta contro ogni ostacolo che impedisse la loro testimonianza di fede».

 

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ISTITUTO G.B. TAYLOR

150 ANNI DI BATTISMO IN ITALIA

copertna

1939 Istituto G.B. Taylor- Roma Centocelle

Abitavamo a Roma in Via delle Spighe n° 2…

Arrivai al Taylor nel 1945. Fui accompagnato, in altre parole trasportato, su una canna di bicicletta guidata dal signor Veneziano. E’ nel suo ricordo, che nel 2004, in occasione della ricorrenza del centenario della sua nascita, mi è venuta l’idea di riordinare le mie memorie sulla mia permanenza all’Istituto. Mirella, alla quale accennai l’idea, ne è stata entusiasta e, d’accordo, abbiamo cercato di rintracciare più “ex” possibili per poi raccoglierne i ricordi. Così ho iniziato a fare una lunga serie di telefonate. Il primo che ho contattato è stato Filadelfo Arcidiacono che ci ha dato una mano in questa impresa, dandomi alcuni nominativi e numeri telefonici. Ho preso così il telefono e….: “pronto Mirella, pronto Filadelfo, pronto Michelina…..”, un pronto dietro l’altro, ho chiamato tanti amici di allora. Così, all’improvviso, i ricordi sono riaffiorati riportandomi…

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GASPARE ASPRINO RICCI

Pastore evangelico battista  

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Gaspare Asprino Ricci nasce a Manoppello (Pescara) il 22 maggio 1880.

Dopo aver compiuto gli studi teologici presso un seminario cattolico, si converte al protestantesimo e viene battezzato.

Il suo ministerio pastorale si svolge a Venezia, Firenze, Altamura, Napoli e Roma.

Nel 1934 viene eletto Vicepresidente  del primo direttivo italiano dell’Opera Battista  e successivamente Presidente.

Nel 1968 viene inaugurato l’Ospedale Evangelico “Villa Betania” a Napoli, una istituzione da lui ispirata e fortemente voluta.

Dopo un periodo di lunga emeritazione a causa di una malattia, è deceduto a  Roma  il 10 ottobre 1975.

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Seconda Fila: Il primo a destra Asprino Ricci. 

Durante il suo ministerio  ad  Altamura (27 luglio 1919-7 luglio 1929) fonda un Circolo di Cultura Religiosa, che aveva soprattutto lo scopo di evangelizzare i giovani.

Apre inoltre un Asilo Infantile “Italia Redenta” e una Sala di cucito per ragazze.

Trasferitosi a Napoli nel 1929 per prendere  la guida della chiesa battista di Via Foria, dà  vigore alla comunità  distribuendo opuscoli in città e si adopera  all’ evangelizzazione  predicando in pubblico e pubblicando la rivista: “La Verità Evangelica”,

Dà inoltre vita ad una casa materna e ad un ambulatorio medico.

Nell’immediato dopoguerra, vista la situazione sanitaria disperata nella città di Napoli dove molti abitavano nelle grotte e non avevano alcuna assistenza sanitaria, il pastore Ricci ebbe l’idea di aprire un ambulatorio medico nei locali della chiesa battista di Via Foria. Trovò subito un aiuto da parte del dr. Teofilo Santi  e di altri giovani medici che offrirono assistenza sanitaria in determinati orari della settimana .

Il pastore Ricci si adoperò in seguito affinché anche altri pastori evangelici di Napoli si associassero in questa impresa aprendo altri ambulatori  di assistenza medica nei locali delle proprie chiese. Partecipò inoltre attivamente alla raccolta di fondi che nel 1968 permisero l’apertura  dell’Ospedale Evangelico “Villa Betania”.

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La posa della prima pietra dell’Ospedale Evangelico “Villa Betania”

Primo a sinistra: Pastore Asprino Ricci

Purtroppo, come spesso avviene, il suo nome non viene menzionato  nella storia dell’Ospedale, ma noi non dobbiamo dimenticare l’opera del pastore Ricci , uno degli evangelizzatori più attivi nel periodo dei primi centocinquanta anni del battismo in Italia.

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Il pastore Ricci invoca la benedizione del Signore sull’Ospedale Evangelico di Napoli “Villa Betania” finalmente realizzato.

Testimonianza di Mercedes Campennì-Ricci nuora del pastore Ricci e membro della Chiesa Battista di Napoli-Via Foria, all’epoca in cui Asprino Ricci era Pastore.

(Marzo 2007)

Al pastore Prisinzano, trasferitosi a Roma, successe a Napoli il pastore Asprino Riccidi formazione e carattere assai diverso. Per quanto riservato e tranquillo il pastore Prisinzano, pur altrettanto attivo, espansivo e determinato il pastore Ricci.

Proveniva da Altamura (Bari), dove aveva lavorato con impegno nel settore che l’ambiente gli permetteva, occupando gli spazi possibili.

L’evangelizzazione infatti trovava poca rispondenza nella costituzione di quell’ambiente chiuso per pregiudizi formalistici. Pertanto operò molto nel campo sociale, dando vita ad una scuola materna evangelica, ad organizzazioni anche per adulti, senza lasciarsi fermare da nulla.

A Napoli ci faceva lui la scuola domenicale, curò personalmente il circolo dei giovani, organizzando qualche recita, qualche gita ogni anno, accompagnandoci sempre. Così noi avevamo l’opportunità di frequentarci e di stringere amicizie nello stare insieme.

Eravamo assidui nella frequenza della scuola domenicale o dei culti. E non dimenticherò mai che se per qualche malessere, mancavo qualche domenica, in quell’epoca in cui non c’era ancora il telefono nelle nostre case, il pastore il lunedì successivo era già venuto di persona a prendere notizie della mia salute.

Quando con la seconda guerra mondiale, vennero meno alla nostra opera battista i proventi americani, il pastore Ricci non esitò a trasferire la famiglia dalla comoda casa che abitavano agli scomodi locali che affiancavano la chiesa di via Foria, pur di contribuire al risparmio delle spese della nostra Opera. Ed appena a Napoli ci si sentì liberati dal giogo della dittatura, organizzò nelle piazze culti all’aperto, testimonianze ed evangelizzazioni, tanto da attirare su di sé anche reazioni violente da un pubblico che da decenni era disabituato alla libera parola, e meno che mai alla libera predicazione.

Pubblicò un giornale “La Verità Evangelica” che portò avanti a lungo.

Organizzò un ambulatorio nei locali accessori alla chiesa di Via Foria, dove il dr. Teofilo Santi offrì la sua assistenza in determinati orari della settimana – con grande generosità.  

Animò l’ambiente evangelico delle altre denominazioni di Napoli perché si erigesse un nostro ospedale nella zona. Ed ho in bella mostra una fotografia che testimonia la sua presenza e la sua partecipazione mentre eleva al Signore una preghiera di ringraziamento e di aiuto, quando fu messa la prima pietra di quell’ospedale. Ma quando, dopo tempo, l’Ospedale è stato fatto, nessuno ha più ricordato chi ne fosse stato l’ideatore ed il promotore, ed ogni merito è stato attribuito ad altri. 

Egli fu eletto presidente dell’Opera, mentre il pastore Manfredi Ronchi ne era il segretario. E segretario dell’Opera Battista in quegli anni duri il pastore. Ronchi lo è stato a lungo, divenendo la colonna portante del battismo italiano.

Credo che quello sia stato il periodo più fertile e più determinante della vita della nostra denominazione evangelica; periodo eroico, durante il quale i nostri pastori intraprendevano la loro missione come una specie di lotta contro ogni ostacolo che impedisse la loro testimonianza di fede”.

Il pastore Ricci nel 1953 viene trasferito a Roma  per guidare la chiesa battista di Roma – Via Urbana.                                           

Testimonianza di Samuele Berio

Chiesa Battista di Roma – Via Urbana – Cenni storici

Al Pastore Veneziano, chiamato a Rivoli nel 1953 come Rettore della Scuola Teologica, subentrò il Pastore A.G. Ricci, uomo di fede ed efficace evangelizzatore. Di lui ricordiamo “la stima che si era guadagnato per l’entusiasmo col quale affrontava l’opera di evangelizzazione mediante prediche in pubblico, con opuscoli e col giornale “La Verità Evangelica”, specie nel dopoguerra.

Si dedicò con ammirevole zelo alla cura della Comunità di Via Urbana raccogliendo copiosi frutti con una messe di battesimi. La fratellanza che aveva saputo apprezzare il suo valore spirituale ed intellettuale non poté godere a lungo del suo ministerio. Per sopraggiunte infermità fisiche fu collocato a riposo”.

 

 

 

 

Festa dei “Nonni e Nipoti” all’Istituto G.B.Taylor

Festa dei “Nonni e Nipoti” all’Istituto G.B.Taylor
(In occasione della Festa del 19 dicembre 2015)
Forse non tutti conoscono come e quando siano iniziatate le feste dei “Nonni e Nipoti” che tuttora si celebrano presso l’Istituto G.B.Taylor di Roma.
Tutto iniziò quando nel 1949 un vecchietto di nome Michele bussò alle porte del Taylor, in via delle Spighe.
Avevamo conosciuto Michele qualche anno prima, durante la guerra, un giorno che bussò alla nostra abitazione in Piazza in Lucina per offrirci un grosso sacco pieno di pane raffermo, avanzi ottenuti dai soldati tedeschi. Fu un miracolo perché in quel periodo della guerra eravamo rimasti veramente senza cibo. Mia mamma cucinò questo pane, facendolo bollire a lungo per disinfettarlo, pane benedetto che sfamò Michele, noi e anche i sei bambini che allora erano gli unici ospiti dell’Orfanotrofio G.B.Taylor, di cui mio padre, il pastore Vincenzo Veneziano, era direttore. Michele tornò più volte con il suo sacco pieno di pane e sempre nei momenti in cui ne avevamo più bisogno, ma forse in quel periodo il bisogno era continuo. In vista di questi “miracoli” fu da noi soprannominato “Arcangelo Michele”. Finita la guerra, Michele non si fece più vivo.
Era passato molto tempo dall’ultima volta che l’avevamo visto. Forse non ci aveva più trovati in Piazza in Lucina, giacché non abitavamo più lì essendoci trasferiti all’orfanotrofio, che nel frattempo si era ingrandito fino ad ospitare una sessantina di bambini. Ma come già detto, nel 1949 ci venne a trovare. Questa volta era a mani vuote, molto affamato ed infreddolito. Chiese di essere ospitato. Aveva bisogno di un posto dove riposare.
Dapprima mio padre gli disse che non poteva ospitarlo in un istituto per bambini. Michele rispose che invece di stare nell’edificio dove c’erano i bambini, sarebbe stato felicissimo di poter dormire nella chiesa. E perché no! Michele fu accolto al Taylor e fatto dormire nell’interno della chiesa e lui scelse di sistemarsi in un piccolo vano sotto il campanile. La cosa interessò molto i bambini che cominciarono e vedere in lui un nonno bisognoso di aiuto e il mistero di Michele che viveva in un campanile era davvero affascinante. D’altra parte Michele aveva sempre una parola buona e un sorriso per loro.
Possiamo definire Michele il primo anziano ospite dell’Istituto G.B.Taylor. Fu ospitato per un breve periodo perché presto morì, ma fu questo commovente episodio a spingere mio padre a cominciare ad assistere anche gli anziani e a fondare la Casa di Riposo. A quei tempi, come conseguenza della sciagurata guerra da poco terminata, molti anziani vivevano in condizioni disperate e aiutare almeno alcuni di loro era un atto dovuto, anche se i mezzi per farlo non erano facili da trovare. L’idea di mio padre, molto innovativa per i tempi, era di affiancare ai bambini del Taylor dei nonni che li avrebbero trattati come nipoti e viceversa.
La cosa non fu ben accolta dal Foreign Mission Board, fu anzi considerata assurda e fu molto contrastata, ma il pastore Veneziano non si fece intimorire e appoggiato fortemente dal pastore Manfredi Ronchi, allora responsabile dell’Opera battista Italiana, andò avanti con il suo progetto. La fortuna volle che fu messo in vendita un terreno confinante con il Taylor, in Via del Grano. Si trattava di un piccolo terreno in vendita a un prezzo irrisorio. Mio padre senza indugi non esitò ad acquistarlo e fu così che nei primissimi anni Cinquanta l’Opera Battista Italiana, di propria iniziativa e in disaccordo con il Foreign Mission Board, costruì in economia una palazzina dove furono ospitati i primi anziani delle chiese evangeliche battiste italiane. Nacque così la Casa di Riposo dell’Istituto G.B.Taylor.
Ogni domenica, quando gli anziani e i bambini si incontravano in chiesa per il culto domenicale e poi mangiavano insieme nel refettorio, era la festa “dei nonni e dei nipoti”. La festa “Nonni e Nipoti” ha continuato ad essere celebrata fino ai nostri giorni, anche se in altro modo e con diverse scadenze, grazie alla perseveranza degli amici del Taylor e alla benedizione del Signore.

Mirella Veneziano

GIUSEPPE CAMPENNI’ Pastore Evangelico Battista

CAMPENNI’ GIUSEPPE   –   Pastore evangelico battista dal 1913 al 1938

Giuseppe Campenni nasce a Nicotera (CT) il 19 maggio 1868. Dopo aver compiuto gli studi teologici presso un seminario cattolico, nel 1909 si converte al protestantesimo e viene battezzato nella Chiesa evangelica battista di Napoli, via Foria. Il suo ministerio pastorale si svolge, coadiuvato dalla sua consorte Angela Coco, a Boscoreale e Boscotrecase (1913-1919) e a San Gregorio Magno (1919 -1949). E’ deceduto a Napoli nel marzo 1956.

Domenico Maselli: Storia dei battisti italiani (1873-1923), pag. 115 – Claudiana

“Più antica era l’opera battista di Boscoreale e Boscotrecase guidata, nel 1913, dal pastore Campennì, capostipite di una delle più importanti famiglie del piccolo mondo evangelico italiano. I membri di chiesa erano allora 35 e funzionavano egregiamente due scuole domenicali (68 alunni a Boscotrecase e 52 a Boscoreale). Nella sua relazione alla V assemblea delle chiese battiste dell’Italia meridionale, Campennì prevedeva un’ulteriore crescita delle attività e annunciava la prossima apertura di una scuola serale.”

La figlia del pastore Campennì, Prof.ssa Mercedes Campennì-Ricci, ha condiviso nel 2007 parte della storia della sua famiglia tramandandoci un valido esempio di come, con la buona volontà ed un impegno senza limiti, una chiesa può risplendere ad opera di un pastore completamente dedicato all’evangelizzazione e coadiuvato da una consorte da ammirare ed imitare.

La famiglia Campennì e la chiesa di S .Gregorio Magno

“Per quanto riguarda papà Giuseppe Campennì, nato a Nicotera (CT) il 19 maggio 1868, non so esprimere giudizi sul suo operato che avveniva al di fuori della famiglia. Era un uomo di slancio, che riusciva a stabilire contatti con gli altri con facilità naturale. Aveva il dono della comunicazione. Proveniente dalla chiesa di Boscoreale, fu inviato a S. Gregorio nell’autunno del 1919 dopo che due persone del paese, don Carlo Troiano e Francesco Lonardo, avevano fatto richiesta all’Opera battista di un pastore, e il 4 luglio 1920, alla presenza di un membro della direzione dell’Opera inviato da Roma, fu già fondata la chiesa evangelica battista di S. Gregorio Magno, dopo che sedici persone in quel giorno dettero la loro testimonianza di fede con il battesimo. Dopo poco tempo di permanenza a S. Gregorio, conosceva già tutti e meglio degli stessi gregoriani. Nel marzo 1956, quando è finito in questa vita, è stato molto rimpianto nel paese. Ed a Napoli ai suoi funerali erano presenti molti gregoriani, e molte missive ci sono pervenute da più parti e perfino dall’America. Anche papà ha dimostrato grande attaccamento alla sua missione evangelica. Ancora negli ultimi anni della sua vita, dalle sue piccole uscite del mattino ritornava felice perché diceva: “Ho avuto occasione di testimoniare dell’Evangelo” e fino all’ultimo respiro ha dimostrato sempre di avere una fede profonda. E proprio perché egli tutto rimetteva nella mani del Signore, è stato sempre la persona più libera dalle superstizioni che io abbia mai conosciuto, anche dalle più sottili. Cosa che lo rendeva coraggioso e forte di fronte a tutte le evenienze. Se a settant’anni, all’inizio del 1938, ha chiesto il pensionamento, lo ha fatto per riunirsi alla famiglia, a Napoli. Quindici anni scolastici egli aveva trascorso accudito solo periodicamente dalle visite di mamma, nella casa deserta dai figli, nella fredda solitudine, nel clima gelido e umido di S. Gregorio. Ma egli ha continuato ad aver cura della sua chiesa di S. Gregorio con visite frequenti (fatte a sue spese) e periodi di permanenza estiva, fino alla bella età di 81 anni; fino a quando, cioè, nel 1949 non è stato inviato il suo successore, il pastore Gasbarro. Il pastore Gasbarro, naturalmente diverso per personalità e con altri doni non saprei dire come sia riuscito, ma impegnandosi anche fisicamente, e a volte lavorando con le sue stesse mani, è stato capace di erigere un tempio per la chiesa di San Gregorio, e questo con gli scarsi mezzi economici di cui poteva disporre l ’Ucebi. Tempio che nel 1956, il 3 dicembre, inaugurammo Giorgio Ricci ed io con il nostro matrimonio”. In occasione del cinquantenario della nascita del Movimento Femminile Battista Italiano, si è voluto mettere in luce il lavoro delle donne nelle nostre chiese che ha preceduto la stessa organizzazione che tanto bene ha prodotto nella testimonianza della nostra fede. Ho avuto modo allora di parlare di mia madre, Angela Campennì, nata Coco, e dall’accoglienza commossa che il mio racconto ricevette, sono stata incoraggiata ora ad annotare per iscritto, quanto più o meno dissi allora. Se chiudo gli occhi e vado indietro nella memoria ai primi anni della mia vita, vedo la sua figura esile, leggera. Le davano ancora qualche volta della signorina, quando portava per mano me, in età già scolare, ben settima figlia sua. Rivedo altresì i suoi polsi sottili, delicati. Lei ci ha sempre detto che a casa sua non le avevano mai fatto maneggiare il coltello, perché le sue mani non corressero il pericolo di un taglio, cosa che le avrebbe impedito per qualche tempo di suonare il pianoforte. Una donna delicata, cresciuta fra molte attenzioni, dedicata alla musica, nell’ultimo ventennio dell’800. Eppure poche donne ho conosciuto della sua risolutezza, della sua forza di volontà, della sua capacità di sacrificio. Ma andiamo con ordine nel nostro racconto. Nel 1919, dopo la prima guerra mondiale e tutte le sofferenze che c’erano state, il mondo sentiva più che mai il bisogno di un rinnovamento. E due persone di S. Gregorio Magno, un piccolo paese della provincia di Salerno, ai confini con la Basilicata, sentirono la necessità della presenza di un pastore evangelico e ne fecero richiesta all’Opera Battista a Roma. Così nel 1919 fu inviato come pastore a S. Gregorio Magno, papà Giuseppe Campennì con mamma e con ben sei figli che andavano dagli undici anni ad uno. Quelle due persone erano diverse fra loro per carattere e costituzione: Francesco Leonardo di contrada Teglia e Carlo Troiano. Francesco di contrada Teglia, forte lavoratore della sua terra, era stato emigrante negli Stati Uniti e lì era venuto a contatto con gli evangelici battisti. Don Carlo Troiano, figlio di un ciabattino e nobile di sentimenti, occhi azzurri vivaci, era autodidatta, mazziniano convinto. Gentile e generoso, fu subito commosso dalla presenza di questa famiglia con tanti bambini, e forse si sentiva un po’ responsabile del disagio cui sarebbe andata incontro in un paese che aveva poco o nulla da offrire e che aveva solo le scuole elementari. Ma fu subito un grande nostro amico. Io ricordo con commozione e con rispetto don Carlo Troiano, sulle cui ginocchia, al caldo del cui mantello hanno trovato sonno molte volte i miei fratelli più piccoli nelle fredde serate invernali di S. Gregorio. A pensarci oggi, fu un avvenimento veramente eccezionale che nel 1919 un pastore evangelico fosse reclamato lì, in quel paesino sperduto, a ridosso dell’Appennino campano lucano. Perché allora le parole “protestantesimo, evangelismo” suonavano quasi come una bestemmia alle orecchie di persone ben più introdotte nella società “bene” di quasi tutta l’Italia. San Gregorio oggi è molto diverso, e forse non lo riconosco più. Ma nel 1919 e fino alla seconda guerra mondiale, era un paese agricolo, dove costava fatica la vita stessa, e dove le donne avevano quella dignità particolare che danno la vita dura e il sacrificio. Probabilmente non avevano neanche coscienza che per le contadine normali e dabbene come loro, ci potesse essere un’esistenza diversa. Era uno spettacolo solito quello della donna che al crepuscolo tornava dal lavoro fatto in campagna accanto all’uomo, con un paio di bambini che le trotterellavano vicino, l’asino carico che lei teneva “a capezza”, qualche altro animale che chiamava alla voce, le mani occupate nello sferruzzare la calza, e magari la “cuna” con l’ultimo nato, in bilico sulla testa. Aveva un che di solenne il suo portamento eretto, lo sforzo di poggiare tutta l’andatura sul bacino, perché al collo non arrivassero movimenti bruschi, il passo ritmico e controllato, la gonna ondulante. Ma una volta a casa non le spettava il riposo, perché c’era da accendere il fuoco a legna e preparare il pasto caldo per tutta la famiglia. Una donna forte, dignitosa, che non conosceva comodità. Inoltre mancava l’acqua nelle case e nel paese stesso. E alle poche fontanelle pubbliche le donne facevano la fila, che nei frequenti periodi di siccità, si trasformava in lotta per accaparrarsi quel barile d’acqua da portare a casa per le necessità più vitali. Ricordo la grossa “giarra” che fino agli anni quaranta avevamo in casa nostra. Qualche donna ce la riempiva con diversi andare e venire dalla fontana a casa, portandoci in equilibrio sulla testa un barile di 25 litri per volta. In questo ambiente rude, fatto per persone dai muscoli di acciaio, si trovò mia madre con la sua gentilezza, la sua delicatezza fisica. Le stesse strade non erano per lei, pietrose, sdrucciolevoli, tutte salite e discese. Perciò ebbe bisogno sempre del braccio di papa. Così i miei genitori costituirono l’unica coppia del paese che si lasciasse vedere insieme e a braccetto, lì dove l’uomo si vergognava di mostrarsi tenero con le sue donne, ma, magari solo in pubblico, assumeva piuttosto il ruolo di marito e padre padrone. Mia madre perciò fu una donna diversa da tutte subito e fu per tutti “la signora”. Mostrandosi così com’era con semplicità, fisicamente fragile, ma di severa compostezza, in ogni atteggiamento, e di grande dignità morale, si guadagnò il rispetto e l’ammirazione di tutti. Non è di molto tempo fa, che trovandosi a Roma, al culto della chiesa di via Urbana, Ciccio Adesso, quello che era stato uno dei ragazzi più fedeli della scuola domenica di S. Gregorio e che a suo tempo aveva molto frequentato la nostra casa, figlio di un muratore e muratore egli stesso, ora padre e nonno di professionisti e ingegneri, si esprimeva in termini di grande devozione nei confronti dei miei genitori e di mia madre, addirittura attribuendo con gratitudine a loro il merito del suo successo; ed affermava a me: “i vostri genitori a S.Gregorio hanno portato la civiltà”, frase questa ricorrente sulla bocca dei gregoriani. Ero ancora una ragazza, quando un giorno a S. Gregorio, mettendo ordine nella nostra modesta sala che fungeva da salotto-studio, scoprii un pacco di quaderni di chi comincia a imparare a scrivere, intestati a più persone. Allora venni a sapere che al loro arrivo i miei genitori avevano tenuto una specie di scuola serale: era il tempo allora della grande emigrazione della nostra gente negli Stati Uniti, dove non si era accettati se analfabeti. E mia madre, dopo una giornata faticosa trascorsa nella cura dei suoi sei bambini, senza aiuto, aveva allora accolto in casa quelle persone, mezze distrutte dalla stanchezza e dalla durezza del lavoro, per aiutarle insieme con papà ad apprendere i primi elementi dello scrivere, cosa che doveva riuscire molto difficile alle mani di quella gente, callose e quasi anchilosate dalla fatica. L’arrivo dei miei genitori evangelici e protestanti, non era riuscito certamente gradito alla parte clericale e bigotta del paese che cercava in tutti i modi di ostacolare il loro inserimento nell’ambiente. E come allora era in uso, si approfittava dell’ignoranza della gente per denigrarli ai loro occhi. –“Si trattava di scomunicati con i quali erano proibite le amicizie e gli stessi contatti”, dicevano, “anzi nell’incontrarli era meglio voltare la faccia dall’altra parte”. Ma bisogna dire che i gregoriani non sono stati mai dei fanatici e tanto meno gente soggetta alla volontà altrui, ed anche in quella circostanza, ad eccezione di pochi, si lasciarono guidare dal loro buon senso piuttosto che dalle parole degli altri. Papà del resto aveva il dono della comunicazione e della testimonianza continua e non solo finì col conoscere tutti, ma era in grado anche di fare la storia della loro famiglia, meglio di quelli che erano nati e cresciuti nel paese, cosicché quando è finito l’hanno rimpianto tutti come persona familiare. Un altro motivo di discredito messo in giro dalla parte clericale, fu il dubitare della professionalità di mia madre, che non avendo nemmeno il pianoforte, nel nostro salotto esibiva il suo diploma di pianista. In realtà lei lo aveva ottenuto al Conservatorio di S. Pietro a Maiella di Napoli, dopo un severo concorso di ammissione che aveva sostenuto all’età di dieci anni, e la frequenza di ben otto anni nella classe del bravissimo maestro Romaniello. Ma dopo due anni di permanenza a S. Gregorio, dopo che ero nata io e proprio in occasione della mia presentazione al Signore, fu invitato a S. Gregorio il pastore Asprino Ricci, e per quel periodo, credo per opera del dr. Whittinghill, allora rappresentante in Italia del Foreign Mission Board, a mamma arrivò un bel pianoforte tedesco, un Pleyel, verticale. Le bastarono poche settimane di studio di esercizio per riprendere la padronanza dello strumento. Così dopo l’adunanza speciale in chiesa, che aveva destato l’attenzione del paese ed era riuscita particolarmente edificante, ci fu la sera a casa un’audizione di molti pezzi musicali, in cui si poté vedere alla prova quanto invece fosse stato meritato quel diploma di mamma appeso nel salotto. Per comprendere al giusto peso il valore di quella serata musicale, desidero ricordare che nell’autunno del 1921, Guglielmo Marconi era ancora agli esperimenti radio telegrafonici sulla sua nave Elettra e se l’invenzione della radio era fatta, ancora Marconi doveva molto lavorare perché ne avvenisse la diffusione commerciale. Inoltre in quel paesino non era arrivato ancora mai un professionista qualificato in grado di suonare qualche cosa in più di qualche ballabile strimpellato. La musica perciò che mamma era in grado di offrire, era un vero dono per il paese, che la parte bene, civile e istruita apprezzò con entusiasmo. Ci sono stati sempre bravi professionisti a cui S. Gregorio ha dato i natali: medici, chirurghi, direttori di ospedali a Napoli, alcuni professori universitari, avvocati e militari arrivati ai più alti gradi, medaglie d’oro al merito nella seconda guerra mondiale, una medaglia d’oro fu data anche al generale Lordi vittima con gli altri della Fosse Ardeatine. Così a dispetto di tutti i pronostici fatti, i primi anni quasi tutte le sere la nostra casa si riempì di persone che venivano ad ascoltare mamma che suonava per loro, divennero tutti nostri cari amici e mandarono le loro figliole da mia madre, perché prendessero lezione. E ci fu anche qualche signora anziana che divenne amica carissima di mamma, come la maestra Rosinella che volle iniziarsi allo studio del pianoforte. E siccome in paese non esistevano strumenti, se non in due o tre famiglie di antica tradizione, vecchi pianoforti a coda divenuti ormai striduli e legnosi, tutte le signorine di S. Gregorio venivano a studiare il pianoforte a casa con turni che andavano dalla mattina alla sera. Molte di quelle alunne hanno imparato a suonare bene, qualcuna ha insegnato nella scuola di Stato, altre hanno avuta una loro scuola privata, attenendosi fedelmente agli insegnamenti di mia madre. L’ultimo della giornata a studiare sul nostro pianoforte, ne ho un nitido ricordo, anche se ero bambina, era un giovane impacciato, di mestiere stagnino, che suonava nella banda del paese. Era in età di leva e faceva progetto di entrare nella banda militare. Si chiamava Orlando Pinto. La mano perciò era indurita dall’età e dal mestiere. Ma fu così tenace, così serio, che nonostante le difficoltà incontrate, riuscì a superare l’esame di pianoforte supplementare al Conservatorio di Napoli, abbandonò per sempre il mestiere, entrò nella banda di Napoli e la diresse fino al suo pensionamento. Mamma ha manifestato sempre ammirazione per le qualità e la serietà dei gregoriani, e le ho sentito più volte affermare che lei aveva trovato maggiori disposizioni allo studio del pianoforte nei gregoriani che non negli alunni di Napoli, nonostante i napoletani godessero fama di una particolare attitudine per la musica. Ma col racconto bisogna tornare indietro nel tempo, perché è importante riferire che il 4 luglio 1920, alla presenza di un pastore inviato da Roma dall’Opera battista, Chiminelli, fu fondata la Chiesa evangelica battista di S. Gregorio Magno. In quel giorno furono sedici persone che dettero la loro testimonianza battesimale. E la cerimonia e il culto ebbero luogo nella campagna di uno dei catecumeni – certo seguì un lauto pranzo, perché l’allegria, la festa, a S. Gregorio s’è sempre manifestata con un banchetto. A ricordo di quel giorno memorabile c’è una fotografia (cosa rara a quei tempi) in cui sono ritratti i componenti la chiesa ed i miei genitori, in prima fila seduti per terra, mia sorella ed i miei fratelli che andavano allora dai dodici ai quattro anni, rimasti in cinque perché non c’era la più piccola, la prima Mercedes della famiglia. Per quanto me ne possa ricordare, i culti in chiesa si tenevano sempre di sera, perché i contadini non si concedevano riposo ed era al di là della loro stessa volontà, in tempo di raccolto o di un altro lavoro, trascurare la campagna. E di domenica, in anticipo sull’orario del culto, papà e mamma uscivano insieme da casa e si dirigevano a casa Troiano. Di là prendevano strade diverse. Papà proseguiva verso la chiesa che era un locale abbastanza largo a pianoterra, che apriva ed illuminava. Gli uomini vi andavano dal canto loro. Alcuni fedelissimi, non ricordo che siano mai mancati. Primi fra tutti i numerosi componenti delle famiglie Padula e Perna, il giovane Vito Trimarco. Mamma invece si appoggiava al braccio della signora Troiano e con lei bussava alla porta di tutte le sorelle di chiesa, quelle care devote contadine, e insieme con loro si recava al culto. Gli uomini sedevano nella fila delle sedie a sinistra e le donne a destra. Ricordo che le loro figlie, ragazze, cercavano posto le une accanto alle altre per comunicare e magari ridere fra loro chissà di che. E per non farsi scoprire, si sforzavano di mantenere un contegno serio, ma il sussulto delle loro spalle le tradiva a loro insaputa. A guidare la comunità nel canto, all’armonium, naturalmente mamma si trovava nel suo elemento. E a S. Gregorio, gli inni si cantavano a tempo giusto, cosa difficilissima a sentirsi allora nelle nostre chiese. E ancora mi risuonano nella orecchie e quasi distinguo le voci di quei contadini, e gli inni che papà faceva cantare e che ho appreso sin da bambina, mi commuovono ancora oggi come allora. Per la scuola domenicale poi, mamma riusciva a preparare delle recitazioni e delle scenette che rallegravano non solo i ragazzi e gli adulti della chiesa,, ma molti altri del paese, che ad ingresso libero la sera dello spettacolo intervenivano numerosi. Le prove duravano a lungo, si facevano di sera a casa nostra e spesso avevano qualche spettatore, come alcune amiche di mamma, che erano ben felici di completare la giornata con un diversivo dalla monotonia solita. La partecipazione che dovevano mettere i ragazzi per acquistare quel poco di disinvoltura per muoversi sulla scena era già una grande conquista per loro. Mamma ne curava i gesti, l’accento, l’interpretazione e molto spesso otteneva buoni risultati. Ma qualche volta la loro foga era eccessiva, l’interpretazione stessa delle parole travisata, e l’effetto per chi era in grado di afferrare il senso giusto, esilarante. Ma lo spettacolo andava bene e gli spettatori uscivano dalla sala entusiasti. C’è un piccolo articoletto pubblicato in un numero del “Testimonio” che deve essere del 1922, che conferma quello che ho appena detto, e c’è una fotografia che ha immortalato i ragazzi della scuola dominicale. I ragazzi si sentivano assai gratificati e facevano progressi di apprendimento perché avevano opportunità nuove, speciali, mai avute prima. Fra quelli della fotografia alcuni hanno seguito strade diverse, ma altri sono stati fedelissimi, oltre ad aver frequentato la scuola domenicale, erano anche molto presenti in casa nostra. Fra questi, oltre Ciccio Addesso, di cui ho parlato prima, c’è stato anche Pietro Menza, di mestiere ciabattino, emigrato poi negli Stati Uniti. Ottimo giovane, fedele all’evangelo, s’è fatto così stimare nell’ambiente nuovo d’adozione, da diventare notaio. Sappiamo infatti che almeno allora, fino a cinquant’anni fa, la carica di notaio negli Stati Uniti non era legata al titolo di studio ed a forme di concorso, ma alla stima di onestà e di virtù conquistata e quindi elettiva. E lui pertanto se l’era meritata, Pietro Menza ha mantenuto rapporti affettivi con il suo paese e quando mamma è venuta a mancare il 30 novembre 1965, mi scrisse una lettera traboccante stima, gratitudine e affetto per lei, la cui influenza, affermava, aveva determinato le sue scelte sempre e il cui insegnamento ed il cui esempio non aveva mai dimenticati. Per quanto riguarda la vita di mia madre in famiglia, al di fuori della chiesa, non è argomento di interesse di quanto qui dobbiamo riferire. Dirò solo che suo fratello, Nicola Coco, uomo di cultura e giurista apprezzato, per professione allenato alla ponderatezza, all’equilibrio, all’obiettività, più di una volta, ha ripetuto a noi figli con molta convinzione: “Vostra madre è un’eroina”.

                                                                                                   Mercedes Campennì, Roma, 2007

P.S.

S. Gregorio Magno, il paesino che pareva non avesse nulla da offrire, per noi tutti è stato una benedizione, Per noi figli è stato meraviglioso. Lì la nostra infanzia e la nostra giovinezza hanno trovato la gioia dei giochi e delle amicizie innocenti, l’allegria delle intese maliziose. E’ stato un ambiente sano, come sana era l’aria, il cibo, l’impostazione della vita, dove noi giovani trovavamo giusto sfogo alla nostra vivacità. Anche se giovanissimi, eravamo coscienti di quello che la nostra famiglia rappresentava nel paese che ci guardava. E forse per questo, ma soprattutto per l’educazione all’evangelo che ricevevano e per l’esempio che avevamo in famiglia, siamo stati sempre responsabili ed abbiamo risposto con entusiasmo a tutto quello che i nostri genitori desideravano da noi, superando le loro stesse aspettative. Di questo i nostri genitori hanno sempre apertamente ringraziato e lodato il Signore, perché da Lui erano stati ampiamente benedetti. Quando io mi sono laureata, il Pastore Ricci della chiesa di Napoli, che con la scuola domenicale e i suoi sermoni per oltre vent’anni ha molto contribuito alla nostra formazione religiosa, facendo a me le congratulazioni com’è d’uso nella familiarità delle nostre chiese, dal pulpito dichiarò che la nostra era l’unica famiglia che egli aveva mai conosciuto, dove fra i sei figli che la componevano si aveva una pianista e cinque laureati. Eppure eravamo partiti da S. Gregorio, dove non c’erano state che le elementari: il miracolo, lo riconoscevano i miei genitori, per grazia di Dio era avvenuto!

CULTO RADIO EVANGELICO IN ITALIA

Anche se non è stato possibile reperire per il momento né i documenti scritti, né le registrazioni, dati i tempi della confusione postbellica, abbiamo però raccolto testimonianze dei membri anziani delle nostre chiese che hanno permesso di confermare che il primo Culto radio evangelico in Italia fu trasmesso nell’estate del 1944, da Roma, subito dopo l’arrivo degli alleati americani. Una cosa certa è il fatto che ciò fu possibile grazie all’interessamento del Cappellano battista americano G. Lair.
Samuele Berio, nel suo libro Chiesa Battista di Roma – Via Urbana – Cenni storici 1881-1981, (Coop. Litotipografia Filadelfia S.r.l.) scrive: “Tra i ricordi di quei cari fratelli americani parlerò di fatti che non vanno trascurati: il culto radio-trasmesso ottenuto per la prima volta in Italia da un Pastore battista attraverso l’interessamento del Cappellano battista americano G. Lair”.
Per raccontare come avvenne che nell’Italia cattolica di allora, dove a malapena si poteva predicare l’evangelo nei nostri locali di culto, venne concesso uno spazio radiofonico alla predicazione evangelica, bisogna risalire all’arrivo degli americani a Roma nel giugno 1944. Subito dopo la liberazione, Vincenzo Veneziano, pastore della storica Chiesa battista di Roma-Via Urbana, si mise in contatto col cappellano americano G.Lair che trasmetteva un culto in inglese per i soldati americani e gli chiese di intercedere presso le autorità alleate affinché anche gli italiani potessero trasmettere un culto evangelico.
Il cappellano G.Lair gli fece ottenere il permesso e fu così che da Roma venne trasmesso il primo culto radio evangelico. Il testo scelto fu sul Salmo 121: “ Io alzo gli occhi ai monti, donde mi verrà l’aiuto?”.
Il Culto Radio veniva trasmesso all’alba della domenica e, per necessità di palinsesto, doveva essere brevissimo. Molti evangelici, specialmente quelli che abitavano in località senza guida pastorale, ebbero la gioia di poter sentire una voce protestante e sentirsi vicini agli altri evangelici. Ci furono anche conversioni di persone che seguirono l’invito che veniva dato a mettersi in contatto con le chiese evangeliche di Roma.
I pastori che curarono i primissimi Culti Radio furono: Beniamino Federà (Chiesa battista di Roma-Trastevere), Manfredi Ronchi (Chiesa battista di Roma-Via del Teatro Valle), Vincenzo Veneziano (Chiesa battista di Roma-Via Urbana). Successivamente, il pastore Manfredi Ronchi, responsabile dell’Opera evangelica battista italiana, chiese anche la collaborazione dei pastori delle altre denominazioni evangeliche della capitale.
Nell’autunno del 1944 il Culto Radio venne esteso a tutte le denominazioni evangeliche e non più curato solamente dai pastori battisti. Un coro, a cui parteciparono le migliori voci delle chiese evangeliche di Roma, registrò gli inni che venivano trasmessi.
Di questi Culti radio ci rimane solamente una raccolta dei testi delle meditazioni a partire dal 12 novembre 1944 fino al 30 settembre 1945. (vedi Claudiana: “Sulle ali della radio”)

150 ANNI DI BATTISMO IN ITALIA

Pastore Giovanni Berio (Sanremo 28 Settembre 1873 – Lentini 9 Giugno 1938)

Il presente opuscolo è stato scritto dal figlio Samuele Berio e donato alle Chiese Battiste Italiane.  Roma, 1979.

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PREFAZIONE

     Ho accettato di buon grado l’invito a descrivere – sia pure a grandi tratti – il lavoro missionario di GIOVANNI BERIO e gli atti del suo ministero.

Una narrazione ricavata da testimonianze, dal consulto di documenti ufficiali e da lettere del tempo. Ho evitato di romanzare i vari episodi, lasciando parlare i fatti, come furono nella realtà. Alcuni episodi della sua vita non é stato  possibile narrarli; chi avrebbe potuto fornire notizie non è più tra noi. In queste pagine sono raccolti dei preziosi  ricordi a molti sconosciuti. Una lunga storia di fede. Non conobbe altro desiderio e dovere che servire il Signore, in ogni tempo: nella giovinezza, nelle afflizioni, nel dolore, nelle persecuzioni, nella malattia, sempre con lo stesso ardore contro varie difficoltà e pericoli.

Nel  mettere mano al controllo dei  vari documenti, mi sono trovato di fronte a decisioni che, pur considerando giuste le sue legittime richieste più volte avanzate, fu costretto a rinunziare al desiderio manifestato. L’unico dovere che mi spetta e trasmetto ai posteri è: continuare ad amare la Comunità di Lentini – come un debito della mia fede – perché viva unita  e compatta, a testimoniare la verità di Gesù Cristo.

A coloro che l’hanno amato offro il ricordo di un uomo di preghiera, di lealtà a tutta prova, di retto sentire che, accomunava a ciò doti eccellenti di Pastore coerente, disciplinato, preciso, solerte la cui vita è stata tutto un tessuto di lavoro e di abnegazione. Di carattere leale, di cuore generoso, di costume semplice, viveva per l’opera del Signore e ad essa consacrava le sue migliori energie, sacrificando se stesso al servizio di Dio e del prossimo.

Lentini fu l’ultimo campo di lavoro. Il suo ministero nella Parola, la sua umiltà, la sua fede, la sua pietà e il dono che fece della vita furono di grande benedizione alla Chiesa e da essa il Signore suscitò, dopo, un ardente discepolo: Filadelfo Maci. Mediante la collaborazione dei fedelissimi, tra i quali spiccano le figure dell’Anziano Giuseppe Arcidiacono e del fratello Salvatore, la Comunità progredì mirabilmente nella fede e nella testimonianza (1).

Prima di chiudere questi cenni biografici desidero ricordare che fin dal 1934 vagheggiava il pensiero di far erigere a Lentini un decoroso edificio per il culto. Era un bisogno spirituale che sentiva, ma non poté realizzare a causa della povertà materiale. Questa la sua preghiera:

     “Venga il giorno benedetto che anche Lentini, storica e gloriosa città, abbia il suo tempio evangelico per far meglio irradiare la luce dell’Evangelo su quanti ancora non ne gustano il benefico effetto”. Quel pio desiderio divenne, il 29-5-1960, una consolante realtà.

Formulo l’augurio che il suo esempio susciti nell’animo dei lettori, nuova fiamma alla lampada della loro fede in Cristo e nuovo coraggio di fronte alla prova e alla morte.

Un vivo ringraziamento a quanti, parenti e amici, mi hanno fornito preziose notizie e la loro affettuosa collaborazione.

Nello scrivere questi ricordi ho colto l’occasione per rendere un tributo di riconoscenza a Dio e, per consacrare parole di lode e di affetto a colui che fu per me padre e pastore.

Roma, 1979                                                                                                                 Samuele Berio

 

 

1) Di prossima pubblicazione: Storia dell’irresistibile progresso della Comunità di Lentini – Periodo benedetto e felicissimo che comprende il pastorato di: P. Varone – P. Sanfilippo – F. Maci – V. Barreca – L.Matta – G. Pistone.

Sulla storia recente dedicheremo particolari note e riflessioni.


GIOVANNI BERIO

 

     Nacque a SANREMO il 28-9-1873 da una famiglia benestante. Si convertì alla fede evangelica a sedici anni, per mezzo di Ugo Janni.

Fece studi classici. Fin dall’inizio non ebbe a suo favore il padre circa la nuova via che aveva scelto, ma fu sempre sorretto e guidato dal Signore.

A poco a poco, dal consiglio e dall’esempio che riceveva da parte di coloro che predicavano l’Evangelo, si formò in lui un profondo convincimento degli ideali Evangelici, ricercando nelle cose dello spirito, il bene supremo.

In seguito ebbe la ventura di conoscere il Missionario G.B.Taylor che in lui vedeva “l’apostolo, l’amico, il padre”.

La benigna inclinazione allo studio, unita a uno squisito senso della rettitudine e per la vocazione ricevuta, decise di mettere da parte i suoi personali proponimenti e studiò per tre anni a Sanremo, Oneglia, Alessandria: Teologia–sistematica, apologetica, omiletica, storia geografica ed ecclesiastica.

LAVORO DI EVANGELIZZAZIONE

(895-900)

     Il 20-9-1870 era da pochi anni trascorso e in Italia si andava formando una nuova coscienza intorno alla libertà di culto quando il giovanissimo, con instancabile zelo, arricchito da Dio della conoscenza della sua Grazia, iniziò l’operosa vita del Missionario cristiano.

Sotto la guida del Missionario Dr. G.B.Taylor, in molti paesi della Liguria, del Piemonte, del Lazio e della Campania: Rivalta, Bormida, Acqui, Cartosio, Stauri, Montaldo, Castelnuovo, Sezze, Cavatore, Malvicino ed altri, andò predicando il glorioso Vangelo della Salute.

A Sanremo, sua città natale, ad Alessandria, a Oneglia e Torino andava tenendo (con un fratello in fede e suo caro amico, certo Giacomo Bando) pubbliche conferenze intorno all’opera redentrice di Gesù Cristo.

UNA VOCE A FAVORE DELLA VERITA’ DI CRISTO

     Si dimostrò anche valente scrittore e nel luglio del 1898, all’età di venticinque anni, diede vita al suo primo libro: “I PROTESTANTI” che dedicò al Missionario G.B.Taylor.

Nell’ambiente evangelico e della stampa di quel tempo fu molto apprezzato. Ebbero parole di lode per l’autore che aveva saputo colmare una lacuna nella letteratura, da tutti vivamente sentita e lungamente deplorata. Fecero seguito altre pubblicazioni: “GLI ERRORI DEL PAPISMO” ed altre ancora. Nel suo sconfinato amore per la verità e la giustizia, tra gli anni 1894-1937 pubblicò centinaia di articoli su vari giornali evangelici tra i quali figurano in primo piano: ”Il Testimonio” e Il Seminatore”.

Fu questo un altro mezzo del quale si servì per sacri richiami; offrendo una preziosa testimonianza sulla storia della sua fede e della lotta che sostenne.

MINISTERO PASTORALE

Fede e persecuzione

Minturno – Tufo (1901-907) – Ultimati gli studi di teologia decise, nel luglio del 1901, di entrare nel Ministero come Pastore della Convenzione Battista del Sud, e fu assegnato dalla Missione a continuare l’Opera del Signore a Minturno e Tufo, con visite a Formia.

Fin dall’inizio del suo Ministero a Minturno e in special modo a Tufo, sua residenza, subì le prime persecuzioni per rendergli impossibile la dimora in quel luogo e per potere coltivare l’opera del Signore. Trovò un campo pieno di difficoltà di ogni sorta. A causa della sua missione di predicatore del Vangelo ricevette dalla popolazione un’accoglienza ostile. Dapprima fu preso più volte a sassate, poi cercarono di impedirgli la libera circolazione per le strade.

Per difendere l’opera del Signore e se stesso da coloro che erano la causa di persecuzioni, di calunnie e di ostacoli al lavoro di evangelizzazione, dovette lottare a mezzo della stampa: “Il Testimonio” e con fogli che faceva stampare privatamente, allo scopo di chiarire la mente dell’opinione pubblica e di far comprendere che la sua missione aveva uno scopo di bene, quello di far conoscere la Parola di Dio.

Nonostante le dure lotte e privazioni di varia natura, riuscì a organizzare una Scuola serale e per mezzo di essa poté evangelizzare parecchie anime. In seguito, dopo non lievi difficoltà, poté aprire a Tufo nell’Agosto del 1902 una piccola Sala di evangelizzazione a spese dei fratelli.

Purtroppo l’apertura di quella sala mise in orgasmo gli abitanti della sacrestia i quali tentarono (scrive il Berio) tantissime volte di impedire la libera riunione nel locale di culto.  Ma in seguito a tante sue proteste poté durante l’ora del culto essere assistito per un anno dai carabinieri di Minturno. Ciò gli permise di svolge il culto in un clima di libertà, ed ebbe l’occasione di annunziare  a molte persone la Parola della vita.

La sua giovinezza e il suo grande ardore per il Signore lo spronavano sempre più, nonostante le molteplici persecuzioni a cui fu sottoposto in quel luogo  (“Il Testimonio” N- 15 – 1-8-907).

Lavorò fedelmente e coraggiosamente, senza indietreggiare, diffondendo con attività e insistenza l’Evangelo, senza tenere conto della sofferenza, poiché conosceva che  il soffrire era una parte dell’educazione cristiana.

Tutti coloro che vorranno vivere pienamente in Cristo Gesù, saranno perseguitati (2 Timoteo 3:12).

Coloro che lo videro operare in quel campo così scrivevano:

Il nostro fratello Giovanni Berio lotta energicamente mediante la stampa contro gli errori che i preti di quel paese si sforzano di conservare. E’ la lotta della luce contro le tenebre. Iddio gli conceda vittoria”  (“Il Testimonio” 1°-1-1907)

 

AMORE PER L’ITALIA

     Il suo grande ideale era Cristo, ma non trascurò di amare anche l’Italia, verso la quale nutriva idee d’affetto. Amava l’Italia e desiderava ardentemente che fosse liberata da ogni schiavitù.

Il suo lavoro ebbe in quel periodo qualche risultato, cioè ebbero fine le persecuzioni. Così scriveva:

Le persecuzioni sono cessate, siamo tollerati, lavoriamo, ma con poco frutto. Un po’ più di speranza contiamo per l’opera nei dintorni. A Cellole abbiamo qualche fratello, a Spigno Saturnia qualche buon amico, a Corte Onorato possiamo predicare all’aperto, a S. Maria Infante abbiamo una scuola serale ben frequentata”.

E qualche tempo dopo, visitando quel luogo che era stato affidato dalla Missione ad altro Pastore, così scriveva alla signorina Anna Creanza che poi divenne sua moglie il 31-8-908.

     “Minturno, 3-6-908

     Cara signorina e sorella nel Signore, sono giunto qui festosamente accolto dai fratelli. Essi sono assai dolenti che io non posso fermarmi presso di loro più giorni. L’opera è sempre la stessa, come la lasciai io. Il terreno, essendo assai duro a dissodarsi”.

     L’esperienza e il coraggioso lavoro fatti in quel luogo, e l’ultimo  giudizio in proposito, stanno a dimostrare la stranezza dell’ambiente dove era difficile trovare anime che prendevano sul serio la religione, perché schiave della superstizione e dell’errore.

Desiderio di progresso

      Fin dall’inizio del Ministero ebbe per principio una meta da raggiungere, quella del progresso morale  e spirituale dell’Opera Evangelica e, nella prima Assemblea dell’Unione Battista tenuta a Napoli il 19-21 Novembre 1907, quale segretario dell’Assemblea,  fece una lunga relazione sul lavoro svolto e quello che era  necessario svolgere se si desiderava progredire.     Dopo aver esaminato gli scarsi  raccolti nell’attività evangelica e pastorale, spiegò che le cause andavano ricercate nel fatto “che ci mancò nel  passato come tuttora , l’aiuto che viene dalle donne devote al Salvatore e alla causa. Senza il loro fedele e quotidiano lavoro nelle piccole come nelle grandi cose la nostra Opera Evangelica in Italia non potrà progredire seriamente”.   Egli vedeva attraverso l’esercizio attivo della preghiera e mediante la conoscenza che gli veniva dallo studio della Scrittura che le donne non dovevano rimanere estranee al lavoro del Signore. “Tutto il lavoro che a quel tempo veniva espletato, e non era poco, a ben poca cosa serviva. Occorreva la cooperazione delle donne per completare e consolidare il lavoro missionario. Come poteva essere utile l’opera delle donne?  Egli spiegò:  per mezzo della Scuola domenicale ; per mezzo delle riunioni di preghiera  e studio biblico; per mezzo della Scuola serale delle giovinette;  per mezzo della Scuola diurna per lavori femminili.

Un’opera di abnegazione

La donna cristiana dovrebbe avere una sufficiente conoscenza di quelle cose che dovrebbe insegnare agli altri; mantenersi in una posizione di umiltà, quale si addice ad una donna che fa la professione di servire il Signore; essere veramente disposta a servire il Salvatore da donna credente.     Con una donna siffatta in ogni Chiesa l’Opera Evangelica in Italia riceverebbe aiuto, e in un non lontano avvenire noi non avremo più, come ora, a combattere contro tanti pregiudizi e viete superstizioni non susciteranno più tante paure ed apprensione fra il popolino.

Le proposte presentate dal  Berio furono approvate dall’Assemblea e l’Opera ebbe gradatamente un nuovo sviluppo.

TESTIMONI DI CRISTO

Nell’Italia a quel tempo vi erano dei ferventi propagatori dell’evangelo che testimoniavano con la vita, e con l’aiuto del Signore riuscivano sempre ad ottenere vittoria. In molte località della penisola portarono il benefico messaggio della Parola di Dio.     Fra i molti campi dove l’evangelo era annunziato, ricorderemo il paese di Bisaccia dove per la prima volta l’Evangelo fu annunziato il 3-10-901 da un uomo umile, semplice, remissivo, pieno di fede e di zelo per la causa di Cristo: il Pastore Michele Creanza , che poi divenne suocero del Berio.     La missione che diligentemente vigilava sull’attività e sugli sviluppi dei vari campi di lavoro, accettò la proposta fatta dal Pastore Creanza, il 14-4-1905, che giudicò promettente il campo di Bisaccia, dove il 3-10-1901 iniziò l’opera di evangelizzazione la quale, sotto il suo impulso, con visite regolari e spesso prolungate, progredì mirabilmente, nonostante le insidie e alcune dimostrazioni di ostilità contro il gruppo evangelico. Era necessaria la presenza di un evangelista.   Dopo un breve periodo di permanenza del Pastore Piacentini durato circa un anno, la Missione assegnò nel Dicembre 1907 quel campo promettente  sì, ma difficile e ostile, al Pastore Berio, dove il Signore permise che fosse esposto ad una dolorosa prova.

Lotte e persecuzioni per la causa di Cristo

Bisaccia (1907-910)

     A Bisaccia trovò un discreto gruppo di fratelli zelanti e pieni di fervore. Nonostante le insidie dei clericali del luogo che cercavano di soffocare lo zelo e la fede degli evangelici, l’opera d’evangelizzazione procedeva in modo rallegrante. Educato fin da giovane ad una disciplina di vita civile e coerente, e dall’insegnamento che riceveva dal Vangelo, sentiva il grande dovere di dare al paese fede in Cristo e progresso civile, Il suo ardente desiderio era quello di predicare l’Evangelo a tutti (non solo nella Chiesa). Spinto dall’amore della verità e della giustizia non trascurò di difendere anche i diritti della Comunità Evangelica che spesso venivano violati  e calpestati, il ministero che svolgeva a Bisaccia era guidato e sorretto dallo Spirito del Signore e nulla poté fermarlo. Per l’attiva propaganda sia orale che scritta, per lo sviluppo dell’Opera e per alcuni articoli apparsi sul Testimonio tendenti a stigmatizzare le offese ad evangelici del luogo. La mattina del 5-5-910 una massa di popolo tumultuante (”Il Testimonio” 1910 –N. 10) – capitanata da facinorosi – si recò all’abitazione del Pastore Berio minacciando la vita sua. Ma il Signore aveva disposto le cose diversamente. Proprio nel giorno della dimostrazione il Pastore con la famiglia si trovava a Bisaccia, in un luogo sicuro, e non si ebbero a deplorare incidenti. Per i suddetti eventi diversi telegrammi di simpatia e di plauso furono inviati alla Comunità di Bisaccia dalle Chiese consorelle. L’ostilità di piazza durò diversi giorni quando, dietro sollecitazione del Dott. Whittinghill, che ne informò direttamente S.E. il Ministro Luzzatti, il governo provvide ad inviare a Bisaccia il 14 Maggio un centinaio di soldati, per ristabilire l’ordine pubblico. Grazie ad una intesa avvenuta tra il Berio e il delegato Colitti di Avellino, il primo ad entrare nel paese con la scorta dei soldati e a prendere contatto con l’autorità locale, fu il Pastore Michele Creanza il quale raccontò l’odissea in un articolo apparso il 1-6-910. Per non tessere di nuovo la vergognosa storia (“Il Testimonio- 1909  – N. 16-19-24 N. 1-11-12-14) ricorderemo soltanto che i fatti di Bisaccia nati sotto un clima d’intolleranza religiosa, stanno a dimostrare in quale ambiente egli si trovava. La causa che sosteneva era una causa santa, quella di predicare l’Evangelo in ogni modo, dal pulpito, nel paese, per mezzo della stampa e recandosi in varie località: Andretta, Pescopagano, Lioni, Guardia Lombardi, Calitri, predicando l’Evangelo e denunciando i soprusi e la violazione della legge pubblica. Nel suo lavoro missionario sentiva la necessità ed il dovere di difendere e di diffondere con attività l’Evangelo, atto  questo logico e giusto, consentito a tutti dalle leggi che governano i popoli civili. Per avere un’idea chiara e giusta non va dimenticato qual’ era l’atmosfera all’inizio del secolo XX- Né va dimenticato anche che egli predicò l’Evangelo in  un ambiente dove trovò avversari che non sopportavano la presenza di evangelici in Bisaccia.

Perché l’Evangelo fosse predicato com’era suo intento e dovere, era necessario avere coraggio e spirito battagliero se si voleva ottenere rispetto, e i frutti che egli raccolse e che oggi vediamo a Bisaccia lo testimoniano. Quella gloriosa Comunità continua oggi a esercitare la sua grande influenza per il bene (1)

Gli articoli che scrisse in difesa e reclamando all’uopo il rispetto delle leggi, non furono ispirati da nessun sentimento di odio verso chicchessia, ma solamente dall’amore della verità e della giustizia. Quale predicatore del Vangelo e  pastore di anime, non poteva avere odio verso i suoi avversari.

Mentre ci sono uomini vanitosi, cattivi, superbi, egli si professò sinceramente amico, e fu sempre il primo a porgere la mano cercando di creare un’atmosfera di buona convivenza civile nel rispetto

(1 )Nel Tempio inaugurato il 13-10-1912 a ricordo della persecuzione fu posta una lapide in marmo:

 “La persecuzione del 1910 – gesuiticamente organizzata – ferocemente svoltosi – eroicamente sostenuta – meritò – dalla munificenza dei fedeli Americani – questo Tempio – sacro al PRINCIPE della PACE – la chiesa di Bisaccia – al Signor J.P. Dottor Stuart – che tanta parte prese – riconoscente“).

 

reciproco, che è la base di ogni rapporto con il prossimo.     Il Signore lo sostenne sempre; specie nei momenti più difficili e quando per ragioni contingenti, dalla Missione fu mandato nel Giugno 1910 provvisoriamente a Calitri – S. Vito.     Lo ritroviamo poi nell’Ottobre 19110 a Barletta, più forte di prima e con un nuovo entusiasmo, teso sempre nello spirito verso il trionfo dell’ideale per cui Cristo lo aveva chiamato: PREDICARE L’EVANGELO AL POPOLO.

LAVORO  –  ALLEGREZZA  –  AFFLIZIONI

Barletta  1910-1919

Dopo la persecuzione nel Marzo 1866, la comunità di Barletta, causa l’ostilità della popolazione, fu per lungo tempo abbandonata a se stessa. Ci vollero anni di paziente lavoro e di preghiere perché fosse ripreso il lavoro di evangelizzazione. Tale stato di fatto durò fino all’Ottobre 1910 allorché il Pastore Berio entrò in Barletta e ivi, contro molteplici difficoltà, ebbe dal Signore la forza di combattere l’errore con la spada dello Spirito.     Riunì quei pochi fratelli rimasti sulla breccia, svolgendo il culto in una casa privata. In seguito, dopo varie peripezie e lotte sostenute con vigore e fermezza, riuscì nel Gennaio 1913 ad aprire un locale in Via Gerolamo Discanno, 16 e dedicato con grande solennità al culto il 27 Agosto 1913. Da qui, sotto la sua cura pastorale, ebbe inizio la nuova opera di evangelizzazione e di culto in un clima di rispetto e di libertà.     L’attività, sorta da umili principi, gli dava un prezioso contributo per lo sviluppo della Chiesa. Lo stesso era della Scuola Domenicale e della Scuola serale. La Comunità andava crescendo di numero e di fede.      Conoscitore  della storia e, da profondo studioso qual era, diede alla Comunità risorta a vita novella, un maggior prestigio e onore. Dopo lungo paziente lavoro di ricerche, durato alcuni anni, riuscì a ricostruire i fatti storici avvenuti in Barletta il 19-3-1866, e a redigere la storia in ogni suo minuto particolare (storia in parte inedita). Giorno fatale quello del 19-3-1866 in cui dei fratelli che avevano il solo torto di amare e di seguire Cristo, furono fatti segno all’odio più violento (“Il Testimonio” 1936, N. 5). E nella ricorrenza del cinquantenario volle preparare qualcosa di grande e di popolare per la storia  della Chiesa Evangelica di Barletta. Ecco come:     A ricordare quel tragico avvenimento, domenica 19-3-1916, ore 19, gli evangelici di Barletta erano riuniti nell’oratorio della Chiesa Battista. Ivi, in forma sobria ma solenne, come lo richiedeva l’ora e l’argomento, vennero commemorate le vittime, ed a perenne ricordo dell’eccidio fu consacrata una lapide:

 

AI FRATELLI  IN CRISTO

CROSCIOLICCHIO DOMENICO

D’AGOSTINO RUGGERO

DELCURATOLO GIUSEPPE

SALMINCI ANNIBALE

VERDE MICHELE

VITTIME

DELLA SOMMOSSA POPOLARE

DEL 19-3-1866

SELVAGGIAMENTE

PREPARATA ED ORGANIZZATA DAL CLERO PAPISTA

NEL CINQUANTESIMO ANNO

LA CHIESA EVANGELICA IN BARLETTA

DEDICA E CONSACRA

19-3-1916

     Erano presenti alla cerimonia due superstiti venuti appositamente da Torre Pellice e da Torino: la signora GIULIA GAJ D’AGOSTINO e suo fratello GIUSEPPE D’AGOSTINO oltre al Pastore CIAMBELLOTTI di Bari e  al Pastore ENRICO TRON quale rappresentante della Chiesa Valdese di Corato.“

Per il rispetto dovuto alla storia, do notizia di due atti. Il primo, che nel 1949 fu rimossa la lapide considerata di “tono anticlericale”. Il secondo, che nel 1954, per riparare al grave errore del precedente governo, fu rimessa la lapide in marmo, però, si commise altro errore, cancellando la data del “cinquantesimo anno” la parola “selvaggiamente” sostituita  con “salvaggiamente” e facendo scomparire del tutto la data del “19 Marzo 1916”.

Nel centenario celebrato il 19 marzo 1966 tra le scarse notizie apparse sul Testimonio nel maggio 1966, nessun cenno alla lapide se è stata sistemata nel dovuto modo, né al Pastore G. Berio che dedicò anni di ricerche per riportare alla luce la storia dei fatti di Barletta sopita e sepolta da tempo. Eppure sarebbe stata l’occasione più propizia per ricordare il prezioso lavoro svolto in quella città e far conoscere la sua paziente ricerca nei vari archivi.    Il 19-3-916 è una data memorabile che non può essere cancellata. Essa rappresenta un ricordo per la storia di quella Comunità e una memoria del Pastore Giovanni  Berio che, con tanto zelo lavorò nella città della Disfida.

Altra attività degna di nota, oltre al lavoro pastorale: nell’Aprile del 1913 organizzò tra i componenti la Comunità una cooperativa per la compravendita di farina e di altri generi alimentari “onde avviarci (come lui scriveva) verso la pratica dei principi cristiani da cui ci promettiamo un maggior sviluppo per la nostra opera in questa città”. Inoltre, durante la guerra 1915-918, volle portare il suo contributo anche a favore dei soldati. All’uopo, a scopo di bene, di assistenza e di evangelizzazione aprì a sue spese nei pressi del Distretto Militare un grande locale chiamato “Sala del Soldato”. Ivi, i soldati entravano numerosi e trovavano le comodità di avere gratuitamente carta da lettere e altro. L’autorità locale di quel tempo apprezzò molto la generosa iniziativa del Berio.     All’inizio del lavoro così scriveva: “Con l’apertura della nostra Sala del Soldato unica nel suo genere a Barletta, abbiamo ricevuto  subito l’approvazione di tutti i soldati che l’hanno frequentata, e siamo anche cresciuti in maggiore considerazione fra la cittadinanza, ove contiamo molti simpatizzanti”.    Il lavoro compiuto nella città della Disfida fu un lavoro molto benedetto dal Signore. Egli vide diverse anime convertirsi a Cristo e la sua allegrezza fu grande.     La sua permanenza a Barletta durò fino all’Agosto del 1919, quando dalla Missione fu assegnato a Miglionico. Nel frattempo durante il trasloco, subì un’altra prova, e quella volta più dolorosa: la perdita della propria adorata consorte Anna Creanza di anni 31, che morì dopo aver dato alla luce una bambina.     Fu questo un periodo molto duro per la sua anima sensibile. Perdeva così la compagna della sua vita, piena di amorevolezza, che aveva saputo validamente collaborare per la causa del Signore e con la quale sperava di vivere fino alla fine dei suoi giorni, poiché grande e immacolato era l’amore  che le portava.     Il Signore permise anche quella prova e rimase solo, affranto, con quattro figli in tenera età. Passò un periodo molto triste della sua vita. La morte della moglie aveva colpito il più vivo dei suoi affetti. Si fece forza per sopportare l’angoscia, e prima di recarsi a Miglionico fu necessario sistemare i bambini. Maria e Sara presso una zia di Gravina, la piccola Lidia fu data a balia. Quest’ultima morì il 26-10-920. L’altro, il primogenito Samuele, fu ospitato per breve tempo in casa del Pastore Loperfido di Matera, anima generosa e profondamente cristiana.     Nel dolore, la sua fede nel Signore gli fece osservare che nel cammino della vita non vi sono sempre delle rose, si trovano anche delle spine, e spine pungenti afflizioni. E seppe trovare nella preghiera che è fonte inesauribile di ogni conforto la consolazione e la sopportazione del grande dolore.

SPERANZA NEL SIGNORE

Miglionico (1919-1921)

Quelli che sperano nel Signore acquistano del continuo nuove forze”.

Sapeva che il suo mandato non era dato dagli uomini, ma dalle mani del Signore, e sul carro che portava il suo mobilio, si recò a Miglionico e ivi, nonostante che quella Comunità fosse divisa da dissidi interni, riunì i volenterosi, i fedeli all’osservanza dei doveri e della disciplina cristiana e amministrò così, solo, con il suo dolore ancora vivo nel cuore, poiché il primo e grande amore era Cristo, servire Cristo.     Non è cosa agevole descrivere le varie traversie che dovette sopportare in quel luogo disagiatissimo. La mano di Dio fu sopra di lui e con umiltà e serenità oltre all’attività pastorale, compì vari servizi curando la casa e il figlio Samuele il quale, nella sua tenera età, non gli permetteva d’apprezzare pienamente il valore del suo sacrificio.     Oggi il passato si affaccia alla mente in tutta la sua realtà, rivedendo il volto di quest’uomo pio che prostrato dal dolore, sopportava con mansuetudine la grande prova, sperando nel Signore.     A Miglionico rimase  fino all’Aprile del 1921 quando, dovendo provvedere alla sua sistemazione e a quella dei figli, fu assegnato ad Altamura alternandosi col Pastore Ricci.

Altamura (1921-1923)

    Anche in questo campo adoperò il suo talento, fu esempio di umiltà e diede la migliore energia per l’evangelizzazione, aprendo nella propria abitazione gratuitamente una Scuola serale per analfabeti. Altamura non fu per lui un luogo sconosciuto; ripetute volte, era stato a visitare quella Comunità ed aveva avuto il privilegio di predicare la Parola della Vita.    La penultima visita fu in occasione dell’inaugurazione della Cappella avvenuta il giorno 8-6-1919. Il Signore che tutto vede, il 23-7-1921, gli assegnò una nuova compagna ripiena di santo zelo, di fede e di sincera pietà cristiana, che fu buona sposa, madre esemplare e ottima collaboratrice: Ester Paoloni, dalla quale ebbe una figlia  cui impose il nome di Lidia, che amò teneramente.     Con Ester Paoloni, iniziò un nuovo ciclo di lavoro Missionario.

Reggio Calabria (1923-1925)

Nel Luglio del 1923 fu assegnato dalla Missione a Reggio Calabria col Pastore Pugliese, alternandosi nelle varie attività pastorali e di evangelizzazione. Anche in quel campo, si prodigò in diversi modi, con umiltà.  Ma ancora una volta, conosciuto dal Signore per fedele servitore, essendo necessario portare l’Evangelo in altro luogo dove vi era più bisogno, fu inviato dalla Missione nel Settembre 1925 in un paese della Sicilia: LENTINI, luogo estremamente difficile per l’Evangelizzazione e inoltre, a quel tempo, luogo delle sue aspirazioni naturali, gettando allo sbaraglio, come aveva fatto sin dall’inizio del suo Ministero, ogni interesse personale, e sempre, per servire il Signore e predicare l’Evangelo con coerenza, disciplina questa, molto dura e difficile.

FIDUCIA NEL SIGNORE

Lentini (1925-1938)

Quando giunse a Lentini per curare quella Comunità nata tra gli anni 1909-1911, ma poi trascurata nel 1920 per evidenti difficoltà dell’ambiente, trovò un solo evangelico. Dalla corrispondenza Aprile 1926 il Berio scrive: – Un campo che risorge – “Quando un anno e mezzo fa, si riprese l’opera di testimonianza cristiana in questo paese, da molto tempo sospesa per ragioni varie, si ebbe a lottare fin dai primi momenti contro le più sfavorevoli circostanze; culti deserti, perché coloro che avevano già dichiarato di aderire alla chiesa evangelica s’erano poi, chi prima chi dopo, ad eccezione di uno, allontanati naufragando nel mare grande dell’indifferenza”.   I vecchi battezzati, disertando i culti, avevano trascurato anche la cultura dei loro piccoli; un locale per i culti divenuto disadorno, da servire più per uso di una qualsiasi società di contadini che per il servizio religioso; e dintorno indifferenza, scetticismo largamente diffuso tra la popolazione, sia in alto che in basso… Era dunque solo con la compagna e il locale di culto vuoto. Perché quel campo deserto con poca vegetazione desse dei frutti, gli ci vollero anni di ansie, di sacrifici, di rinunzie e di preghiere. Con molta pazienza e costanza riuscì a ricostruire e organizzare una Comunità regolare composta di uomini, donne e bambini. La più grande difficoltà in Lentini era l’evangelizzazione delle donne che, a causa delle restrizioni  cui erano sottoposte dalle antiche tradizioni dell’ambiente, non era facile convincerle a uscire dalla loro clausura.     Il Berio, fidando nel Signore e con il fondamentale buon senso e tatto che possedeva si fece degli amici, li evangelizzò, poi aprì nella propria abitazione una scuola serale gratuitamente, e nel mentre compiva il suo ministero. Numerose anime furono convertite al Vangelo di cristo. E man mano che la predicazione dell’Evangelo schiariva un po’ la mente dell’opinione pubblica sul conto dei protestanti, diverse donne del popolo furono condotte dallo Spirito del Signore a frequentare i culti. Successivamente,  nel 1931, aprì una nuova scuola – sempre gratuita – diretta dalla figlia Maria, con  l’ardente assistenza della sua compagna Ester Paoloni. Si trattava di una Scuola di avviamento ai lavori femminili, e al lavoro le ragazze si dedicavano con vera passione. Dietro lo sguardo del Signore e con la preghiera del Pastore di anime, le ragazze venivano nel  mentre, ammaestrate alle  cose del Regno di Dio, frequentando la Scuola Domenicale.    Il Dr. Whittinghill che aveva appreso del notevole progresso dell’opera a Lentini e che oltre alla Comunità vi  erano 50 catecumeni, scrisse:

“Roma, 10-1-1931  Caro fratello, sono assai grato al Signore perché Egli ha voluto benedire grandemente l’opera che Ella sta compiendo a Lentini. Le faccio i miei sinceri rallegramenti per il progresso dell’opera del Signore affidata nelle sue mani”.

E in occasione di una visita fatta nel Maggio dallo stesso Missionario con la sua consorte, così si espresse: “Siamo stati consolati nel constatare il lavoro che il Signore ha dato a fare in codesto campo.  Certamente la gioventù costì promette assai e spero che Iddio voglia guidarla nei suoi passi. Spero di sentire fra breve che Ella avrà già ingrandito il battistero e che servirà per battezzare un bel numero dei suoi promettenti catecumeni. Veramente la sua Chiesa è per me una grande consolazione e vorrei che tutte le chiese fossero piene di speranza come la sua”.

Per estendere la cerchia del lavoro di evangelizzazione in Lentini e nella diaspora Carlentini, e per la cura di anime disseminate ad Augusta e Siracusa, andava predicando l’Evangelo in ogni punto del paese, portando con sé opuscoli che distribuiva mediante la perseveranza e la tenacia della sua fede e con l’ardente fervore di predicatore.  Non si fermò di fronte alle persecuzioni  cui spesso andava incontro, ma fidando nel Signore   andava avanti seminando a piene mani e riunì intorno alla tavola del Signore numerose anime.  Un grande successo!  L’Opera del Signore andava avanti di bene in meglio ed egli si sentiva grandemente consolato per i segni dell’assistenza Divina.   Era l’anno di grazia del 1936. Lentini aveva una bella ed organizzata Comunità Evangelica.

Il Missionario Dr. Whittinghill espresse il suo compiacimento in data 20-10-1936: “La sua Chiesa è una delle migliori dell’opera nostra in Italia e se tutti facessero così bene come l’Opera sua , la nostra Missione potrebbe presentarsi in modo migliore davanti al mondo”.

 

LA PREGHIERA ESAUDITA 

        Nella pienezza del suo Ministero, nel Gennaio del 1937, improvvisamente (oltre a disturbi viscerali che già aveva, causati dalla malaria) fu colpito da un male al cuore e con grande dolore dovette sospendere l’attività pastorale. Era grave.   Coloro che lo videro notarono che era freddo e le sue carni erano divenute nere. Un torpore mortale era sceso su di lui. Il medico di casa aveva già dichiarato che non vi era più nulla da sperare, e mentre i famigliari erano affranti dal dolore, dai presenti che lo assistevano furono innalzate delle preghiere molto sentite, specie quelle del diacono Giuseppe Arcidiacono che implorò al Signore di concedergli ancora vita, affinché la Comunità non rimanesse senza guida.   Con grande sorpresa e stupore (era la mezzanotte), mentre erano ancora con il capo chino in segno di preghiera, sentirono l’Amen dalla voce del Pastore e seguì poi una breve preghiera di ringraziamento fatta dallo stesso. Guardarono l’ammalato e meravigliati e sbigottiti, notarono che sul viso gli era sceso un colore roseo.   Fu per tutti una grande allegrezza. Lo stesso medico dichiarò il giorno dopo che si trattava di un portento operato dal Signore.

Al figlio che si trovava a Roma, scrisse:   “ Lentini, 3-2-1937 Caro Samuele,  ho ricevuto nei giorni scorsi la tua lettera con tanto piacere. Grazie a Dio ora vado sempre più migliorando. Da diversi giorni mi alzo e fra poco spero di riprendere il mio servizio. Il colpo è stato forte: ho attraversato un brutto periodo di lotta con la morte, ma il Signore è stato con me e mi ha tratto fuori pericolo”.   Difatti, dopo alcuni giorni di convalescenza, con somma allegrezza, riprese il suo lavoro e unitamente alla moglie, come aveva fatto per il passato, fu sempre presente ovunque vi era la malattia, il lutto, il dolore, il bisogno, portando aiuto, parole di consolazione, di conforto e di speranza cristiana. Fu prodigo senza ostentazione, dando lezioni di francese, italiano, latino, matematica, aiutando i bisognosi con i propri mezzi, vestendo coloro che erano privi dei mezzi indispensabili.   Tutti ebbero da lui il conforto di un amichevole consiglio e di un pronto aiuto. Donando agli altri, aprendosi agli altri, vivendo per gli altri, acquisì nel paese una grande stima e la Comunità, con le relative attività sussidiarie: Unione Femminile, Circolo Giovanile, si andava del continuo arricchendo di nuove anime.

SOFFERENZE ED ABNEGAZIONE

     A cagione del clima insopportabile e malarico, sin dal 1929 fu afflitto da infermità fisiche. Poi, gradatamente, negli anni successivi, le sue condizioni di salute andarono viepiù peggiorando. A tal uopo, e anche per alcune esigenze di famiglia, chiese più volte al Comitato degli anni 929-932-9334-936 il trasferimento in un luogo più salubre.   Preferiva una località dove vi fosse il mare, poiché ne sentiva un grande bisogno per la sua salute, ma il Comitato, pur considerando benignamente il suo stato e le sue richieste, prevedendo che un suo trasloco poteva compromettere seriamente l’attuale stato di floridezza dell’Opera a Lentini, e non trovando elementi capaci da inviare in quel campo, rispose in definitiva

     Roma, 28-4-1937  Caro fratello, Il Comitato dei Direttori nella sua recente Sessione si è di nuovo interessato della di Lei domanda di essere trasferito da Lentini.     Il Comitato non è indifferente di fronte alle ragioni di quella sua domanda e vorrebbe poter darle soddisfazioni; ma, a parte la solita e persistente mancanza di mezzi destinati per le spese di traslochi, v’è un serio motivo che lo trattiene dal prendere una simile deliberazione; e come le è già stato comunicato precedentemente, il motivo è questo; che l’Opera a Lentini affidata alle di Lei mani, con l’aiuto di Dio è andata e va avanti  bene, e il Comitato teme assai che un cambiamento di Pastore potrebbe essere molto dannoso. Ritiene perciò di doverle chiedere di rinunciare al desiderio di essere mandato altrove e di continuare a credere che la volontà di Dio è ch’Ella coi suoi rimanga a lavorare per Lui in quel campo in cui Egli ha dato la prova evidente della sua benedizione”.

E così fu e, nonostante che tre mesi prima di quella lettera stesse per morire, rimase sulla breccia continuando la sua perseveranza attiva di cui aveva dato prova.     Ubbidì, e malgrado soffriva del male fisico, non si oppose, non si ribellò, ma sacrificò il suo corpo e  le esigenze di famiglia per l’Opera del Signore e per il bene dei fratelli. E mentre il male fisico s’ingigantiva dentro di lui, nonostante avesse bisogno di riposo e di clima più salubre, sentiva il dovere che un Pastore di anime non doveva contendere né si doveva mai fermare, e continuò con abnegazione e con amore a servire i fratelli. 

 

IL TENTATORE SCONFITTO

     A distanza di circa un anno, nel dicembre del 1937, causa l’acutizzarsi delle sofferenze fisiche, fu costretto a compiere il ministero in casa e, nel gennaio poi, soggetto a rimanere a letto.     Satana che fin dall’inizio del suo servizio lo aveva perseguitato, cercò per l’ultima volta, nell’Aprile del 1938, approfittando dello stato di salute del Pastore di anime di aver vittoria su di lui.     Mise nell’anima  di elementi introdottosi nella Comunità con reconditi scopi, un’idea malsana.  Riuscirono a travolgere la mente di alcuni membri. Si recarono al domicilio del Pastore giacente a letto pretendendo la rinunzia al servizio pastorale.     E’ facile immaginare quale fosse in quel momento il suo stato d’animo.     L’uomo di Dio si raccolse certamente in preghiera avendo l’anima oppressa di amarezze e d’inquietudini, mettendo nelle mani  del Signore ogni cosa.     Fu questo un periodo di grande travaglio per la sua anima.     Dagli intimi ebbe assistenza e conforto e nella preghiera ricevé dal Signore: doppia sapienza, doppia prudenza, doppia sopportazione e pazienza.

LA MANO DI DIO

     Un mese dopo il grave episodio, precisamente la domenica del 26-5-938, quando nessuno se lo aspettava e molti erano in apprensione sulla sua salute, avvenne qualcosa di miracoloso per la storia di quella Comunità. Il Signore restituì al Pastore Berio le forze e le energie. Si recò in Chiesa per mettere  ordine nelle  menti confuse dal diavolo facendo osservare che era ancora il Pastore della Comunità per volere di Dio.     L’adunanza che tenne quella domenica fu un giorno indimenticabile. Dalla sua bocca uscirono parole ripiene di Spirito Santo. Le sue energie e le sue facoltà si erano centuplicate. Ad eccezione dei ribelli, che mai più si videro nella Comunità. Coloro che furono trascinati dal maligno e osarono mancargli di rispetto nel momento di grave infermità, quando invece aveva più bisogno di essere curato e amato, furono presi da rimorso e, pentiti, ad uno ad uno sfilarono davanti a lui. L’uomo santo aveva vinto, riuscendo per mezzo della carità a perdonare senza riserve o norme statutarie.     Dalla fratellanza che gli rimase fedele ebbe manifestazioni di riverenza e di affetto, specie dalle famiglie: Arcidiacono e Maci.

L’ORA DELLA DIPARTITA

     La sua fibra non poté più a lungo resistere. Si appressava l’ultima prova. Quale fosse la forza spirituale e l’elevatezza delle sue convinzioni è dimostrata dalla viva fede in Cristo che seppe mantenere inalterata in tutta la sua esistenza tra molteplici affanni, contrasti, sofferenze, dolori, persecuzioni.  Aveva ricevuto da Dio la grazia e la sapienza per vincere il maligno e la vanità del modo. Non dimenticò mai qual’ era la sua missione né il suo dovere. Il suo pensiero d’affetto e di attaccamento al servizio della Chiesa è eloquente.     L’energia operosa consacrata tutta in beneficio dei fratelli desta ammirazione e devozione.

Ed ecco ora il suo ultimo pensiero. Nei giorni 7-8-9-10 Giugno del 1938, dovendosi riunire a Roma l’Assemblea Generale, impedito dalla malattia a parteciparvi poiché aggravatosi, si alzò dal letto e vergò le seguenti parole:

   Lentini, 6-6-1938

     “Venerabili fratelli dell’Assemblea Generale dell’unione delle nostre Chiese Battiste d’Italia – Roma. Per la prima volta mi succede di non poter partecipare ai fecondi lavori dell’Assemblea, a causa di una grave malattia con complicazioni varie durata con alterne vicende cinque mesi!”.     Purtroppo però non poté continuare la lettera e inoltrarla com’era suo desiderio, poiché le forze gli vennero meno e fu costretto a ritornare a letto.     E avvenne che tre giorni dopo,  il 9-6-1938, alle ore 18, il Signore lo chiamò nella Patria Celeste.  Negli ultimi giorni non trascurò di interessarsi della Comunità, della famiglia e del figlio Samuele verso il quale aveva una predilezione speciale. Molto sperava da lui, ma per varie avversità, gli costò pensieri.  La perdita della mamma influì molto sul suo spirito, però, col tempo, il padre ebbe vittoria su di lui.

Quando ebbe il presentimento che i suoi giorni si stessero per chiudere, innalzò la sua preghiera e concluse: “Signore, è arrivata l’ora della mia dipartita, accogli l’anima mia”.    Fu udito  cantare una dolce melodia sconosciuta e, sorridendo con la placida rassegnazione del credente, fiducioso di un migliore avvenire, passò da questa vita per unirsi con il Signore che con tanto ardore e fervore aveva amato e servito. Morì sulla breccia da vero soldato di Cristo.     Presso la tomba, cosparsa di fiori, Il Pastore Balma pregò il Signore e invocò su tutti la benedizione divina,  mentre s’intonavano le note dell’inno: “Oh, beati sul nel cielo…”

Addio, caro e indimenticabile PASTORE Berio! Benedetta sia la tua memoria! Le sue spoglie mortali riposano il sonno dei giusti nel cimitero di Lentini. Non mancò il ricordo e l’affetto del Missionario Whittinghill che da anni aveva apprezzato il suo valore intellettuale e spirituale. Così si espresse in una lettera il 15-6-1938:   “L’opera che egli ha compiuto a Lentini è il suo monumento migliore e sono sicuro che tutta la chiesa sentirà la sua mancanza. Sarà difficile trovare un suo successore”.

PENSIERI

di G.Berio

       *   La fede genera energia; essa riempie i credenti di pace e di forza capaci a vincere le vanità del mondo.

       *  Il desiderio e il bisogno di una vera concezione religiosa conducono l’uomo alla Religione del Cristo, dove egli può trovare tutto quello che inutilmente può aver cercato sempre nelle religioni umane.

       *   La legge morale è un’autorità assoluta e sovrana la quale si impone al volere dell’uomo per dominare le sue tendenze egoistiche e peccaminose. Essa ha per legislatore Dio.

       *  Le scienze umane variano, perché sono suscettibili di progresso, ma la Religione non varia, perché è la somma delle realtà.

       *  Il Regno di Cristo non si può estendere che a prezzo di molte sofferenze; ma il Signore è fedele e ci consola sempre e ovunque, dandoci la forza di fede necessaria per resistere. Nelle sofferenze per la causa di Cristo impariamo a conoscere la nostra debolezza, la grandezza dell’amore di Dio e la consapevolezza del Suo Santo Spirito ed a simpatizzare verso gli altri.      Quanti sono stati chiamati da Dio debbono vivere in modo di essere degni di questa divina vocazione, praticando l’umiltà, la mansuetudine e la longanimità, lavorando per la mutua edificazione mediante il vincolo della pace.

      *  Il corpo unico della chiesa di Cristo è basato sull’unità della Persona di Cristo stesso, sull’unità della fede e sull’unità del battesimo, lottando contro le avverse forze per il trionfo della fede.

      *   Ogni Chiesa Cristiana deve essere una lettera aperta di Cristo, letta da tutti, poiché per mezzo di essa il mondo viene ad avere conoscenza intorno all’Evangelo e alla sua salutare efficacia.

      *   Il Cristo è la pietra angolare sopra la quale la Chiesa, sparsa nel mondo, poggia la sua fede e la sua speranza.

      *   Solo la fede in Cristo, vivamente sentita rende ogni chiesa Cristiana, al par di quella dei Colossesi, ordinata e compatta e quindi ben preparata per la resistenza contro gli assalti dei nemici, ed atta alla vittoria.