VILLAGGIO EVANGELICO BATTISTA DI SANTA SEVERA

     Per non dimenticare il tempo quando i giovani battisti italiani avevano un luogo tutto loro a Santa Severa  dove annualmente si incontravano, abbiamo raccolto alcune testimonianze che partono dal 1950. Si tratta di elogi del Villaggio e proteste per la vendita inopportuna di un tesoro così grande svenduto da chi non ha voluto cercare  vie alternative lasciandolo prima ad un lento degrado fino alla sua svendita contro il volere dell’Assemblea delle chiese battiste

La vendita del villaggio di  Santa Severa ci deve servire da esempio nel caso dovessero verificarsi altri episodi di questo genere.  Sono a rischio altre storiche proprietà.  Dobbiamo combattere affinché ciò non avvenga.

Chiunque avesse  ricordi e foto da aggiungere, è pregato di farlo.

Come nacque il Villaggio della Gioventù

Il Villaggio della gioventù  di Santa Severa nacque per forte volere del pastore Manfredi Ronchi, allora Segretario dell’Opera battista italiana (oggi UCEBI). I mezzi a disposizione, dati i tempi, non c’erano, ma la volontà di stare insieme era forte. Il pastore Ronchi aveva preso la direzione dell’Opera battista, rimasta senza guida nel periodo difficile  della seconda guerra mondiale. Fu un personaggio molto importante per la storia del battismo italiano. Uomo intelligente,   colto e pronto ai sacrifici,

I primi campeggi

I primi campeggi furono organizzati  su terreni in affitto: il primo a Sant’Agostino, il secondo a San Rocco. Poi fu finalmente acquistato un terreno a Santa Severa dove  nacque il Campeggio Evangelico  della Gioventù di cui prese la direzione Guido Saccomani .

Col tempo furono costruiti alcuni edifici e il nome fu cambiato da Campeggio Giovanile a Villaggio della Gioventù.

Circa la storia del Villaggio, fa seguitio quanto scritto dal Pastore Luigi Spuri su Riforma il 9 giugno 2000 in occasione del Cinquantenario del Villaggio..

Storia del primo campeggio

Articolo (Riforma 9 giugno 2000) di Luigi Spuri, intitolato  “Cinquanta anni di Santa Severa”

Nella tarda primavera del 1950 ci  fu un incontro a casa di Luigi Spuri con Manfredi Ronchi, Carmelo Inguanti e Guido Saccomani.

“ Mi chiesero di organizzare un campeggio marino per la prossima estate. La località era Sant’Agostino, vicino a Civitavecchia. Fu il primo campo organizzato dal movimento giovanile.

Ne organizzammo un altro nel 1951.

Poi venne la “duna promessa”; il pastore Ronchi ci disse che aveva acquistato del terreno a Santa Severa proprio sul mare. Quando lo vedemmo pensammo che le tende non sarebbero bastate. Per il materiale per il primo campo Pietro Grani, Luigi Biferali e Ermanno Spuri furono indirizzati all’Istituto G.B.Taylor. Lì c’era ad attenderli il pastore Vincenzo Veneziano che aveva ricevuto per loro un gippone dell’esercito americano, del materiale di legno e grandi tende.

Ci mettemmo al lavoro, donne, uomini, giovani di Civitavecchia e di Roma, ma anche di altre parti della penisola.

A Santa Severa la prima iniziativa fu di stampare dei biglietti con la scritta “mattoni per il Villaggio di Santa Severa”.

Prima di chiudere voglio aprire una finestra sulla nostra vita di campeggio di allora. Un giorno venne al campo il pastore Ronchi e signora. Era una bella giornata, il mare era calmo e limpido, il pranzo e la cena ottimi perché il cuoco, il fratello Camponeschi di Roma ci sapeva fare. Poi a notte, tutti a letto, ma io e il fratello Otello Gagliani di Civitavecchia ci eravamo bardati per la pesca notturna.

Il pastore Ronchi mi chiese: “Luigi, dove vai?”. “Vado a pescare”. “Allora – mi disse – tutto il pesce pescato lo pulisco io”. Quando la mattina si alzarono videro tanto pesce sul tavolone dove si mangiava, i polpi si dovevano tenere a bada per non farli cadere a terra. Mia moglie si offrì di fare la zuppa di pesce e i fratelli romani il fritto con i molluschi. Ronchi e sua moglie passarono la mattinata a pulire il pesce”.

     Bianca, figlia del pastore Manfredi Ronchi, che partecipò ai primissimi campeggi, prima a Sant’Agostino, poi a San Rocco  e finalmente a Santa Severa,  ha inviato i suoi ricordi di allora e alcune  foto:

“Il nostro cuoco Camponeschi aveva l’aria del vecchio marinaio… per il mangiare ci si arrangiava, eravamo tutti di bocca buona e di normale appetito. Una volta qualcuno ha detto che il cibo era senza sapore: la sua vendetta è stata per un po’ di volte di pepare e salare in eccesso (perché non si dicesse che non cucinava saporito), Patate e pollo erano quasi immangiabili, ma li mangiavamo lo stesso

“Ricordo che il primo “campeggio” è stato fatto a S. Agostino, che si trova dopo S. Marinella. Posto bellissimo e solitario: c’erano scogli, una presenza della Guardia di Finanza ed un piccolo stabilimento sulla spiaggia, che si raggiungeva scendendo dei gradini scavati nella roccia: il campeggio era sopra.

Papà faceva di tutto, compreso cucinare: era riuscito a fare  – col latte in polvere – un latte decentissimo e soprattutto sapeva dosare il cocomalto – che dato il caldo poteva fare brutti scherzi e senza bagno… potete immaginare.

Non c’era né acqua potabile né luce. Le tende erano  forse una decina. Noi – mamma, io ed i gemelli (che avevano circa tre anni) dormivamo in una stanza di questo piccolo stabilimento. L’acqua (poca) da bere si prendeva ad una sorgente che usciva dalla roccia, i piatti si lavavano con la sabbia e si sciacquavano in mare. Questo per sommi capi. Papà era riuscito ad avere una jeep dell’esercito USA e i piatti di acciaio inossidabile (chi li aveva mai visti!) quelli con gli scomparti, che erano usati dai soldati.

Un paio d’anni dopo il campo fu montato a S. Rocco (vicino Grosseto) in una pineta e c’erano più comodità (ad esempio c’era una buca circondata da una cannucciata che serviva da gabinetto), c’era la luce e poca acqua potabile. Noi (mamma, i gemelli ed io) dormivamo a Grosseto a casa di Tullio Saccomani, – mangiati – soprattutto io, dalle zanzare. Papà ci veniva a prendere la mattina – e la sera ci riportava con la Jeep il figlio di Bruno Saccomani. C’era anche la sorella soprannominata Bambi. Era venuta Mirella Pampuri dalla chiesa di Milano, la signora Mattei dalla chiesa di Via Urbana,, la famiglia Parlanti con cane.

Mio padre ci teneva a questi incontri perché era convinto che i giovani delle nostre chiese si dovessero incontrare. Per le ragazze  che venivano – soprattutto a S. Severa – quella era la prima volta che si allontanavano da casa e che facevano un viaggio. Era una novità eccezionale soprattutto per la mentalità di quei tempi”.

Foto dei campeggi inviate da Bianca Ronchi.

Campeggio di San Rocco (GR)

Agosto 1953

Da sinistra: Lilia Mattei (Via Urbana), Tullio Saccomani, rag. Centrale, forse Ennio Saccomani (TO), Manfredi Ronchi

Seduti : figlio di Tullio, Edda Pampuri (MI)

 Mirella Pampuri con la signora ?

Da sinistra: Laura, Bianca e Sergio Ronchi con il cane dei signori Parlanti di Rovereto

1959 – Santa Severa

Da sinistra dietro: Armando Spinella, Sergio Corda, Piero Pili

Davanti: Bianca Ronchi, Ester Parodi (Rivoli), ?

1961 – Santa Severa

?, Giovanni Mica, Giulietta Guicciardi (Piazza Cavour), Bianca Ronchi, Gabriella Masini

Sullo sfondo il Castello di Santa Severa

1962 – Santa Severa

Da sinistra: Bianca Ronchi, Sergio Bianconi, il Past. P. Suman, un toscanaccio bassotto e simpatico, il nipote di Gina Bassi

1958

Visita a Roma prima della partenza dei ragazzi di Lodi e Milano

  Comunque il nostro Villaggio di S, Severa è nato con una tettoia, panche e tavoli di legno dove si facevano gli studi e si mangiava. La cucina, essenziale, fornello , bombola, era attaccata a questa tettoria. Per il pollo (a pezzi) al forno o per le patate, si portavano le teglie al “centro” dove c’era il bar che aveva un forno per il pane e la pizza bianca (squisita) e un piccolo negozio con un po’ di tutto. .A posteriori, e cioè nel duemila, si è saputo che anche i presidenti Ciampi e  Scalfaro avevano una villa li: era un posto (all’epoca nostra) tranquillo e senza alcun tipo di “vita” notturna, eccetto uno spiazzo per il cinema all’aperto, dietro l’Albergo Maremonti che era sull’Aurelia.

Sul davanti c’era anche una costruzione a due piani che aveva due bagni e solo stanze con i letti a castello; naturalmente c’erano anche delle tende: nel 1958 il sig. Mario Girolami ne ha aveva piantata una enorme per tutta la sua famiglia!

Questa costruzione poi è diventata refettorio, cucina  e qualche camera per lo staff, che dormiva pure in una baracchetta  laterale (mi pare per tre persone max”.

1956

Lo Staff del Campeggio Giovanile di Santa Severa

 Da sinistra: Enzo Veneziano, Guido Saccomani (Direttore del Villaggio), ?, Beppe Parlanti

Guido Saccomani fu determinante per l’andamento del Villaggio fin dai suoi inizi e seppe dirigerlo in modo esemplare per vari anni. Un grazie particolare a lui e alla sua cara moglie Berta.

Estate 1956

  – Enzo Veneziano con sulle spalle Laura Carlodalatri, Seduti a sinistra Bruno Lisi, Mirella Veneziano, Paolo, In piedi il cuoco Camponeschi

Estate 1956

  In alto da sinistra:  Beppe Parlanti, Carlo Moriero, Enzo Veneziano

In basso da sinistra: Mirella Veneziano, Fausto Giannini, Guido Veneziano

Seduta sull’altalena: Laura Carlodalatri (detta Topolino)

Estate 1956

 I ragazzi del Campeggio di Santa Severa

Estate 1956

Col passare degli anni il campeggio cambio nome e divenne villaggio, data la costruzione di edifici e la successiva abolizione delle tende.

Estate 1957

 Da sinistra in piedi: ?, Luciana Evangelisti, Gioietta Zeni, Mirella Veneziano, Anna Moriero. Berta Saccomani,  ? ,?, Patrizia Saccomani

Estate 1957

 Da sinistra: Giancarlo Giammetta, Mirella Veneziano, Luciana Evangelisti

                                      Estate 1957

Il Villaggio di Santa Severa ospitò anche le Assemblee dell’Ucebi.

Assemblea Unione Cristiana Evangelica Battista d’Italia – UCEBI

Santa Severa 12-15 Settembre 1961

Prima fila da sinistra: Pastori Manfredi Ronchi, Carmelo Inguanti, Piero Bensi, Angelo Chiarelli,  Rosario Baglieri

Seconda fila:. Pastori Paolo Sanfilippo, Michele Foligno, Sergio Corda

Album Sergio Ronchi: Nuovo dormitorio maschile

Festa 50 anni del Villaggio di Santa Severa

Mariangela Fadda

Una giornata di Festa – generazioni riunite nel comune ricordo

“ Sotto  una bella giornata di sole il Villaggio della gioventù di Santa Severa ha festeggiato il suo cinquantesimo anniversario. Ha raccolto intorno a sé le generazioni che l’hanno costruito, ristrutturato e soprattutto vissuto. Ha raccolto intorno a sé nonni e nonne, padri e madri, figli e figlie e tanti nipoti che hanno condiviso insieme un culto per ricordarsi la “follia” che muove lo spirito e che guidò chi ha sognato un luogo per la riflessione e la condivisione dove c’erano solo terre paludose. E ci siamo ritrovati una generazione accanto all’altra nelle foto sul muro, divise per decenni, e la storia personale e le esperienze personali vissute al Villaggio si sono intrecciate con la storia del Villaggio, che è storia comune, storia condivisa. Abbiamo iniziato a ricordare e a raccontarci le nostre storie visssute con altri e con altre che abbiamo riconosciuto come parte del nostro percorso di esperienze, fede e vita….

Al calare del sole sul 50° anniversario del Villaggio della Gioventù di Santa Severa torno a casa convinta che tutti hanno vissuto il Villaggio, soprattutto in questa giornata, come un dono che ci passiamo di generazione in generazione e che ogni generazione arricchisce per poi donarlo alla prossima”.

Notizie sulla vendita del Villaggio della Gioventù

La vendita avvenne nel 2005  non rispettando quanto deliberato dall’ articolo n.10 dello Statuto dell’Ente Patrimoniale dell’UCEBI.

I giovani si sono trovati a doversi incontrare non più in un luogo tutto loro, ma presso località sempre diverse e a volte dover  pagare il soggiorno a centri cattolici. Cosa che loro contestarono.

Lettere apparse su Riforma che dimostrano  lo scontento generale per la vendita del Villaggio.

Paolo Landi – Roma

Riforma, 28 ottobre 2005

“Caro “Villaggio della gioventù”, nel momento triste in cui ci lasci, voglio ricordare quanto tu sia stato importante nella vita di una generazione di giovani, per gli entusiasmi che hai suscitato, per le occasioni di fede che hai creato.

Caro “Villaggio della gioventù” la vita si evolve e molto può cambiare nella nostra esistenza ma tu hai sempre rappresentato un punto fermo ben caratterizzato. Persone diverse hanno cercato, in modi differenti, di valorizzare le tue potenzialità ma sempre hai saputo mantenere la tua fisionomia di luogo di incontro, alcune volte di scontro dialettico, di partecipazione, di rispettoso reciproco riconoscimento.

Caro “Villaggio della gioventù, sei stato una creatura nata dalla volontà di giovani credenti tesi a dare visibilità alla  loro fede. Se la tua memoria potesse essere portata su un monitor, apparirebbe un lungo film di vita vissuta con i volti dei tantissimi fanciulli, ragazze e ragazzi, uomini e donne che nel tuo Centro hanno vissuto, in molti casi, la loro migliore stagione di vita. Ne hai viste delle belle! E se volessimo raccogliere i tanti episodi che si sono succeduti, una sola libreria non potrebbe contenerli.

Caro “Villaggio della gioventù, la tua non è stata una fine serena; prima una lunga agonia passata in solitudine, senza alcun conforto, senza l’illusione di una speranza. Poi, in silenzioso annuncio, hai terminato il tuo compito, sacrificato nel nome di un presunto interesse superiore.

Caro “Villaggio del la gioventù” a noi che ti sopravviviamo resta, oggi, il solo ricordo. Potremo riuscire a mantenere la tua memoria?

Per chi ti è stato vicino, sicuramente sì! Resta la tristezza di una fine immatura ma anche con questo sentimento che abbiamo nel cuore, ci corre l’obbligo di ringraziare il Signore per il dono ricevuto di averti avuto con noi”.

Sergio Ronchi – Milano

Riforma 11 novembre 2005

“Ho letto il discorso funebre di Paolo Landi sul Villaggio della Gioventù a esequie avvenute (e avvenute, ahinoi, nel più stretto riserbo. Riforma N.40). L’intera vicenda suscita perplessità e impone interrogativi all’esecutivo battista, che ha decretato la morte di un malato non terminale. Qui non si tratta di appartenenza denominazionale: la questione riguarda l’intero evangelismo storico italiano , a prescindere dal fatto che l’idea di un Centro evangelico lungo il litorale laziale venne al Segretario dell’Opera battista dell’epoca, Manfredi Ronchi, e non ad altri.

Tutto ha avuto inizio, nel 2000, con una ordinanza della Asl, per piccole irregolarità facilmente sanabili. Il Comitato esecutivo (Ce) iniziò raccolte di fondi, poi un’assemblea straordinaria rimise la questione, con fiducia assoluta, nelle mani del Ce e, infine, a una successiva assemblea fu resa nota l’operazione di permuta: terreno e palazzina Goerner  a un acquirente e il resto a questi affidato per la ristrutturazione con una data di inizio, che non hanno mai avuto luogo. Le stanze vennero svuotate, l’intero mobilio fu messo a prendere aria e io , nell’agosto 2003, ho dormito per due settimane nella foresteria della comunità battista di Cagliari proprio nei letti del Villaggio; lo stesso per i materassi  e le lampade e i comodini…E, in ultimo, da poco sono venuto a sapere che i lavori rimarranno sul progetto: anche la palazzina storia è stata venduta, dopo che l’intera proprietà era stata abbandonata, e da subito con colposo silenzio.

A questo punto mi domando: alle comunità battiste tutto ciò sta bene? Accettano senza fiatare né interrogarsi né interrogare? Il Ce ha proprio niente da dire? E se no, può almeno, visto che bene o male, più o meno, c è di mezzo la Bibbia, l’evangelo, l‘etica protestante e quant’altro, rendere nota a mezzo stampa (sulle colonne di questo stesso settimanale, che è dei battisti, dei metodisti e dei valdesi) la “squallida” ordinanza

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    Un articolo che dà speranza a futuri incontri dei giovani evangelici battisti delle nostre chiese è apparso su Riforma il 1° settembre 2015

Ci  informa che finalmente  è stato ristrutturato il Centro di Rocca di Papa dove si spera i giovani possano incontrarsi di nuovo nello stesso spirito di Santa Severa.

Alessandre Spanu

Investire sulle persone e sulla formazione  – Riforma  01 settembre 2015   “Si riparte. Dopo la dolorosa chiusura de «Il Villaggio della gioventù» di Santa Severa (Rm) e la conseguente interruzione dell’aggregazione, della formazione e dell’elaborazione che, pur con tutti i limiti, al Villaggio si faceva, si riprende il cammino. Certo, si tratta di una prima prova ed è troppo presto per dire se le chiese battiste italiane avranno le risorse umane e finanziarie per dare continuità al salvataggio del Centro evangelico battista di Rocca di Papa (Roma). Ma è un fatto che quest’estate – dopo la festa di riapertura del 25 aprile scorso – sono stati organizzati due campi: uno per bambini e l’altro per adolescenti. Dal 26 luglio al 2 agosto 21 tra ragazzi e ragazze, compresi tra i 13 e 16 anni, provenienti da varie parti d’Italia (più due dalla Svizzera), hanno preso parte al campo organizzato da un gruppo staff composto da cinque persone che aveva come tema «L’alterità» e un percorso biblico su Giona. Il tutto condito da attività ludiche e sportive, e incorniciato da riunioni di preghiera che aprivano e chiudevano ogni giornata. Franca e Dora hanno curato con affetto e competenza la preparazione dei pasti  e la gestione della cucina. 
Quello che non si può organizzare, ed è accaduto, è l’impasto tra le persone, l’intreccio delle relazioni che fa di un campo estivo un’esperienza formidabile e un’occasione per testimoniare una fede esistenzialmente rilevante e la consistenza di una comunità evangelica più grande della
chiesa locale. Il Centro di Rocca di Papa si presenta come un luogo sobrio, ma dignitoso, e ben tenuto da Fabrizio Li Puma. Un ruolo di primo piano lo gioca il giardino che nella bella stagione non è soltanto il luogo dove svolgere le attività ludiche e sportive, ma anche lo spazio da impiegare per i gruppi di lavoro e le riunioni di preghiera. Inoltre il giardino, generosamente mantenuto da alcuni fratelli della Chiesa di Trastevere, è il biglietto da visita del Centro. Si può ben dire che Rocca di Papa rispecchi quello che le nostre chiese sono e devono fare: un centro sobrio per delle chiese che devono imparare a vivere sobriamente e dignitosamente. Per il futuro è prioritario investire sulle persone. Investire su una direzione che durante i campi assicuri ai gruppi di lavoro di potere svolgere il proprio compito senza doversi preoccupare delle urgenze legate alla struttura del Centro. Inoltre, investire sulla formazione dei gruppi che gestiscono i campi. È necessario organizzare al più presto un campo di formazione dei gruppi di staff dei campi estivi: un campo formazione che dia gli strumenti per pensare un campo, ma anche per gestire le relazioni tra le persone. Un campo formazione che sia il luogo di elaborazione e di confronto sul progetto formativo che vogliamo svolgere a Rocca di Papa. Infine, è necessario da subito legare il lavoro di Rocca di Papa agli altri centri, quelli ad Agape (Prali) e ad Ecumene (Velletri) primi fra tutti. Detto con uno slogan: ripartire da dove è stato interrotto il lavoro di Emanuele Troiani, ultimo direttore di Santa Severa”.

Nicola Myckaniuk: Ricordi di guerra all’orfanotrofio G.B. Taylor

A grande richiesta, in occasione della celebrazione della liberazione d’Italia dalla dittatura e dall’occupazione, Nicola ha condiviso alcuni suoi ricordi di quanto accadde all’ Orfanotrofio G. B. Taylor durante il fascismo e allo scoppio della Seconda Guerra Mondiale.

L’orfanotrofio dell’Istituto G.B.Taylor fu fondato nel 1923 dall’Opera Battista Italiana  per ospitare gli orfani della Prima Guerra Mondiale.  Era ubicato in una villa a Monte Mario, in via della Camilluccia. Nel 1937 la villa fu espropriata per ordine di Mussolini con la motivazione di volerne fare un Centro per i Balilla.

I ragazzi e la loro direttrice Adelaide Fasulo dovettero trasferirsi  temporaneamente in un villino in affitto nella stessa via. E’ da sottolineare l’ignobile fatto che in realtà la villa non fu assegnata  ai Balilla, ma  all’amante di Mussolini, Claretta Petacci. Ci sono testimonianze dei ragazzi di allora che  ricordano d’aver visto lì la Petacci. 

Anche la Provincia Orionina “Madre della Divina Provvidenza”, che attualmente la occupa, narrando la storia della “Villetta Rossa”, come è adesso chiamata, afferma che nel passato oltre ad essere occupata da un orfanotrofio battista la villa fu anche residenza di Claretta Petacci.

Allo  scoppio della guerra, l’orfanotrofio, sotto il rischio di chiusura definitiva per difficoltà economiche, fu trasferito a Centocelle, in Via delle Spighe, 2. Per fortuna, nel 1942, in piena guerra, quando ne era ormai stata decisa la chiusura lasciando allo sbaraglio i sei orfani rimasti, il pastore Vincenzo Veneziano assunse la direzione dell’orfanotrofio e si prese cura personalmente in tutti i modi evitandone la chiusura.

Durante la guerra, il quartiere di Roma-Centocelle fu bersagliato da bombardamenti essendo molto vicino  all’Aeroporto Militare, primo aeroporto in Italia, che prese poi il nome di Francesco Baracca. Centocelle fu anche bombardata a causa di una forte lotta partigiana ricordata nel 2018 con il conferiremento  della medaglia d’oro per la lotta antifascista.

Fanno seguito i preziosi ricordi di Nicola Myckaniuk, a quei tempi bambino ospite dell’Orfanotrofio G. B. Taylor, prima  a Monte Mario, in Via della Camilluccia e successivamente a Centocelle, in Via delle Spighe.

Un grazie particolare a Nicola.

​“Dopo il trasferimento dell’Orfanotrofio nel villino in affitto,  ricordo con precisione che qualcuno dei ragazzi più grandi o la signora Adelaide Fasulo (allora Direttrice) raccontava che  prima abitavano nella stessa via al N. 8. Era una bella villa con un bel parco. Mussolini aveva bisogno di un posto tranquillo per la Petacci e fece in modo che l’Istituto si trasferisse a N. 35 per consentire una bella sistemazione all’amata. E’ probabile che in qualche libro dello storico Petacco si trovino queste indicazioni.

Nel giugno del 1940, il primo giorno della II Guerra Mondiale ci trasferimmo (in tram) a Centocelle. A me fu assegnato l’incarico  di portare un orologio a pendolo che penso si trovi ancora in qualche posto.

La vita con la guerra fu terribile.

Amelio Giannetta, che era più grande, si arruolò nella finanza. Un giorno, dai contadini che venivano a Roma per fare la “borsa nera” aveva avuto un pezzo di lardo che la sera portò in collegio. Lo mangiammo a fettine piccole con quel cattivo pane che esisteva. E’ stato il panino più buono che ricordi.

Per quanto riguarda la Bella Villa, che si trovava di fronte all’orfanotrofio, ricordo che fu occupata dai tedeschi o meglio dalle SS. Erano venuti prima da noi con l’intenzione di requisire la nostra sede, ma la signora Fasulo spiegò loro che si trattava di un istituto protestante e allora andarono via.

Ricordo perfettamente che con gli scarponi picchiavano alle finestre del refettorio.

Io avevo il compito di andare a fare la spesa in via dell’Edera con le tessere e passando davanti al cancello della Bella Villa, spesso la guardia tedesca  mi chiamava e mi regalava un’ arancia o qualcos’altro  da mangiare. Presi uno alla volta non erano cattivi, forse io bambino ricordavo loro i figli o i fratelli più piccoli.

Nel 1940  c’era solo la parte principale del villino. Ancora oggi, guardando dal davanti in alto si vede una finestra tonda che dà su una stanza che noi chiamavamo la soffitta. In quella soffitta ospitammo degli ufficiali americani per un paio di giorni in attesa dell’abbandono da Roma dei tedeschi. Chiesero di essere ospitati e  si misero li in alto perché ”sulla Via Casilina, a Torpignattara, c’era un cannone tedesco che ogni tanto sparava e loro aspettavano che andasse via per entrare a Roma, cosa che accadde qualche  giorno dopo. Assaggiamo i primi formaggini e le prime gomme americane.

Quando gli americani bombardarono Roma io non stavo tanto bene ed ero a letto in camerata. Al suono delle sirene tutti andarono giù nel refettorio che per la costruzione particolare e le mura spesse dava una

certa protezione. Quando capii dal rumore che le bombe si avvicinavano dalle nostre parti, presi i vestiti che erano sulla sedia e scesi giù per le scale per raggiungere gli altri. Proprio mentre passavo davanti alla finestra arrivò una bomba in fondo al terreno dove c’era un vecchio fico. Fui sbattuto giù per le scale dallo spostamento dell’aria, per fortuna senza gravi danni.

Raggiunsi gli altri nel refettorio e la paura fu forte. Il bombardamento continuò fino a San Lorenzo dove si recò il Papa e la storia ricorda il suo  bianco vestito sporco di sangue. La bomba fece una buca enorme nel nostro giardino che non ricordo chi la ricopri.  

In quei tempi noi pochi ragazzi andavamo alla Torraccia a raccogliere la cicoria nel campo per portarla a casa dove veniva cucinata.  Tutto ad un tratto dei caccia inglesi cominciarono a mitragliare scendendo a bassa quota. Con Armando Puppio e gli altri ci buttammo in un canale o fossato e ricordo perfettamente che qualcuno aveva fatto lì i suoi bisogni ed io mi sporcai. Però nessuno di noi fu ferito.

Alla Torraccia c’era il campo molto grande della milizia del Duce che una volta andò a far visita e noi ragazzi andammo da fuori campo a vederlo.

Quando ci fu l’armistizio, i militi scapparono e qualcuno venne anche da noi a cercare dei vestiti civili per non farsi prendere o dai partigiani o dai tedeschi. Noi ragazzi andammo nel campo a prendere quello che i grandi di età avevano già preso, come generi alimentari e piano piano il rimanente. Noi prendemmo vestiti che tingemmo di blu per fare dei vestiti adatti a noi ragazzi. Infine nel campo rimase poco. Io e Armando Puppio prendemmo anche due alberi di larice o abeti che piantammo nel nostro giardino e credo che forse uno c’è ancora. Prendemmo anche dei fucili (di nascosto dalla  Fasulo) e proiettili. Con i proiettili smontati facemmo delle bombe e il divertimento fu grande  a farle esplodere. I fucili non avevano il caricatore, quindi non erano pericolosi. Con quelli andavamo nei campi della Torraccia per divertimento. Una volta i tedeschi ci fermarono ma noi riuscimmo a far capire loro che non erano usabili perché mancanti dell’otturatore. Ci lasciarono andare, ma la paura fu tanta”.

Nicola Myckaniuk – 25 aprile 2022

PASQUALE  LO RE

Per non dimenticare

Pasquale Lo Re

Mi piace includere nella storia dei primi 150 anni del Battismo in Italia alcune notizie sull’Avvocato  Pasquale Lo Re.

Tutte le foto e la biografia sono state fornite dalla  nipote di Pasquale Lo Re, Renata Siano. Grazie a lei possiamo venire a conoscenza di un vero cristiano che  si è sempre prodigato per il bene altrui. Ringraziamo Renata per averci fatto rivivere un’epoca a noi poco conosciuta.

Pasquale Lo Re nacque  ad Altamura il 21 febbraio 1877 e morì a Bari  il 17 ottobre 1931.

Nel 1901 sposò Annina Mariani discendente dalla famiglia nobile fiorentina Capponi.

Pasquale Lo Re e Annina Mariani

Il matrimonio venne celebrato nella Chiesa Valdese di Bari il 27 agosto 1901 con il seguente messaggio tratto dalla Bibbia (Giosuè:1:8) :

“Questo libro della legge non si diparta mai dalla tua bocca, ma meditalo,  giorno e notte, cercando di agire secondo tutto ciò  che vi è scritto, perché allora riuscirai in tutte le tue imprese, allora prospererai “.

Proveniente  da una famiglia poverissima,  che l’aveva indirizzato al lavoro, ha saputo sin dall’infanzia trovare il modo di frequentare le scuole fino al raggiungimento del titolo di Pastore evangelico presso la Facoltà valdese di teologia a Firenze e di Avvocato presso l’Università di Napoli.

Come riportato nei suoi  cenni biografici del 1921: “Il Commendator Matteo Roche, in quell’epoca della Chiesa Evangelica Valdese, permise che il Lo Re si iscrivesse alla Facoltà di Legge dell’Università di Napoli, per cui il Lo Re nel 1905 – pur esercitando nel contempo il pastorato evangelico,  laureavasi  con punti 100 su 110, riscuotendo il plauso, in modo speciale, dell’Onorevole Nitti , allora Preside della Facoltà, e del Prof. Scaduto, che gli aveva dato per tesi ”La condizione giuridica della Chiesa Evangelica Valdese in Italia”. La Commissione esaminatrice di  laurea decretò seduta stante la stampa  della tesi a spese dello Stato purché il Lo Re avesse purgato il suo lavoro da un certo ché di “partigianeria” che lo invadeva, dati i principi evangelici apertamente professati dal Lo Re. A ciò il Lo Re non volle addivenire e preferì di pubblicare il suo lavoro a spese dell’Associazione Cristiana della Gioventù, di Roma, dipendente dalla mondiale YMCA di America”.

Biglietto da visita dell’Avv. Lo Re

Impegno di Lo Re per la Chiesa battista di Altamura e per i bisognosi

Convertitosi al protestantesimo, nel 1894, dopo aver frequentato la Chiesa Libera di Bari, ritornato ad Altamura, cominciò a frequentare la Chiesa battista, unica presenza protestante in quella cittadina e successivamente sentì il bisogno di battezzarsi per immersione nel 1916.

Avendo detta chiesa seri  problemi nel trovare un locale di culto, perché i preti cercavano sempre di farli sfrattare da quelli  presi in affitto, l’Avvocato Lo Re diede loro possibilità  di costruire una cappella nel giardino del villino di sua proprietà. Il locale di culto, dopo tante opposizioni,  fu costruito nel 1908.

Giardino del Villino Lo Re

Nel 1920, sempre nel suo villino, ospitò un Giardino d’Infanzia “Italia Redenta” per aiutare gli orfani della prima guerra mondiale e  una sala di cucito.

E allora egli riusciva a fondare per i bambini poveri e specialmente per gli orfani di guerra  un asilo infantile  sotto il nome di  “Italia Redenta” in cui da due anni in qua  circa 100 figli del popolo ogni giorno ricevono una abbondante refezione calda e il pane morale e spirituale che li allontana dalla strada”.

Bambini del Giardino d’Infanzia “Italia Redenta”
Prima fila da sinistra: Pasquale Lo Re e Annina Mariani
Lo Re è il primo a destra
Lo Re con bambola seduto per terra in mezzo ai bambini

Per far sì che i bambini potessero andare al mare, s’impegnò personalmente ad aprire una Colonia marina ad Abbatiscianni in provincia di Bari.

Direzione: Cav. Avv. Pasquale Lo Re
Bambini della Colonia marina ad Abbatiscianni
sopra: Foto della Colonia marina ad Abbatiscianni
        sotto: Cartolina Postale  con il seguente testo;
“Questa fotografia è stata fatta il 27 Agosto del 1931 e ci sono parecchi della Chiesa di Bari. Fra questi c’è Vittorio Laurora; Teresina Spedicati con la sua famiglia; Ines col  marito; Giuliani con la numerosa famiglia. Fu l’ultimo discorso che tenne Pasquale e il 1° Ottobre terminò i suoi giorni. Vi prego perciò di non perdermela  perché  non ne ho più”.

La dipartita dell’Avvocato Lo Re lasciò un gran vuoto sia nella chiesa che nella cittadina di Altamura dove molte volte si prodigò per assistere gratuitamente quelli che non potevano permettersi un avvocato. Sua nipote Renata ricorda i racconti in famiglia e la causa vinta dal giovane  Lo Re in cui la controparte era patrocinata  dall’Avvocato De Nicola, che in seguito divenne il primo presidente della Repubblica Italiana.

Ottobre 1931- Funerale di Pasquale Lo Re

Il suo funerale fu celebrato in modo solenne dal pastore valdese Girolamo Moggia.

Nel libro: ”La Chiesa Cristiana Evangelica Battista di Altamura” Storia di una minoranza religiosa protestante nel Mezzogiorno: 1892-1995  Martin Ibarra Y  Pérez, ricordando l’ avvocato Lo Re, scrive:

Con lui scompariva  un protagonista delle prime fasi. La sua generosità verso la chiesa fu esemplare.. Temprato in cento battaglie visse con entusiasmo la sua fede. Non fu in nessun momento settario. Era valdese e battista allo stesso tempo. Precedette momenti successivi quando le due chiese sorelle cominciarono a stringere legami di intensa collaborazione”.

Notizie su Pasquale Lo Re trascritte da un documento del 14 febbraio 1921

Infanzia

Pasquale Lo Re era figlio di contadino. Guardiano di tacchini. Nato da uno dei più poveri, ma più onesti contadini di Altamura. Frequentò le prime tre classi elementari, riuscendo sempre il primo fra i suoi compagni.

Il padre, avendo parecchi figli da mantenere e mancando di ogni mezzo di fortuna, quando il ragazzo raggiunse il 9° anno di età, lo collocò al lavoro presso un massaro, col misero salario di un sol chilo di pane al giorno. Per la sua tenera età egli fu adibito a condurre al pascolo una cinquantina di tacchini. Egli accettò questo lavoro col patto che riapertesi le scuole ad ottobre egli avrebbe dovuto tornare a scuola per frequentare la 4 elementare.

Giunta tal’epoca, il padre e il padrone della masseria si rifiutarono di accontentarlo. Allora il ragazzo fuggì varie volte dalla masseria, ma il padrone riuscì sempre a riafferrarlo. Somministrando fortissime battiture, tanto da lasciarlo tramortito e pieno di lividure.

Le guardie campestri (Angelastri e Giustino) edotte alle grida del ragazzo di quanto gli accadeva, minacciarono di arresto il padrone e condussero il ragazzo dal proprio padre, diffidandolo a non maltrattarlo e pregando di mandarlo a scuola. Il padre in quell’anno era nella più squallida miseria, mentre il suo primogenito era al servizio militare , e per una settimana non potè dare a suo figlio Pasquale se non poche fave arrostite, per  cui il ragazzo andava a scuola a digiuno, malvestito e stremato di forze.

Il suo maestro di 4a elementare (Caiati Giuseppe) lo cacciò di scuola perché era malvestito. Un condiscepolo (il defunto Chierici Luigi) lo rivestì con un suo abito usato e il Lo Re poté tornare a scuola.   In breve il maestro prese ad amarlo e quell’anno un solo, il Lo Re fu promosso a luglio alla 5a elementare mentre tutti gli altri furono rimandati ad Ottobre. Il Lo Re riportò il massimo dei punti e quell’anno fu premiato dal Municipio di Altamura con la Medaglia di Argento di 1° grado.

Studente di Ginnasio e Garzone di Farmacia

Ma quando il Lo Re giunse a prendere la licenza elementare – a 11 anni – l’avvenire si presentava pieno di incertezze per l’assoluta mancanza di mezzi finanziari per continuare gli studi classici. Allora il professore di 1a ginnasiale, Emanuele Preife, ancora oggi vivente –  e che era stato l’esaminatore del ragazzo negli esami di licenza elementare –  si interessò di collocare il ragazzo come garzone nella farmacia di Massimo Franco – purché avesse frequentato le scuole nella prima metà della giornata. Il Lo Re accettò volentieri e così dall’età di 11 anni egli visse indipendentemente dalla famiglia – andando a scuola nel mattino, lavorando in farmacia nel pomeriggio fino alla sera, e compiendo i suoi studi quasi sempre di notte alla fioca luce di una lucerna di creta, a cui molte volte mancava il provvidenziale olio. Il Lo Re frequentò tutte le classi ginnasiali, riuscendo sempre ed ininterrottamente il  primo della classe e sempre premiato dal municipio con medaglia di Argento e esenzione dalle tasse.

Alla Licenza Ginnasiale  – per la quale il Ministero della’Istruzione aveva mandato in Altamura il Commissario Regio nella persona del Prof. Francesco D’Ovidio – il Lo Re fu il solo premiato col primo premio stabilito dal Comune di Altamura, mentre nessuno dei suoi condiscepoli meritò né il 2° né il 3° premio.

Studente in Teologia Evangelica a Firenze e poscia Pastore Evangelico

Ma i sacrifici del giovanetto e la poca nutrizione e il gran lavoro minarono la sua salute e perciò egli nelle vacanze del 1894 si ammalò gravemente per 5 mesi e fu in pericolo di vita.

Ricominciato il nuovo anno scolastico, egli non poté frequentare il primo liceo per la lunga malattia dalla quale si riebbe soltanto nel marzo. Rimase così nella desolazione e nell’abbandono quando egli, avendo aderito ai principi della religione evangelica, fu assunto quale studente di teologia evangelica in Firenze, ove ottenne il diploma di “Candidato in Teologia” nel 1898 ed una borsa di studio nella Università di Lipsia concessa ogni anno dall’Imperatore Guglielmo a due evangelici italiani. Ma il Lo Re non credette di avvalersi di tale borsa e preferì di accettare un posto di ministro evangelico a Bari, per essere vicino ai suoi genitori, ormai vecchi e aiutarli con parte del suo stipendio,

Torna agli studi classici

Non perdette il suo tempo in Bari perché si preparò agli esami di ammissione alla 3° liceale e così poté frequentare nel 1899 la 3° classe del Liceo Cirillo di Bari conseguendo la licenza liceale senza esami in tutte le materie. Il Commendator Matteo Roche, in quell’epoca della Chiesa Evangelica Valdese, permise che il Lo Re si iscrivesse alla Facoltà di Legge dell’Università di Napoli, per cui il Lo Re nel 1905 – pur esercitando nel contempo il pastorato evangelico – laureavasi  con punti 100 su 110, riscuotendo il plauso, in modi speciale, dell’Onorevole Nitti, allora Preside della Facoltà, e del Prof. Scaduto, che gli aveva dato per tesi ”La condizione giuridica della Chiesa Evangelica Valdese in Italia”. La Commissione esaminatrice di  laurea decretò seduta stante la stampa  della tesi a spese dello Stato purché il Lo Re avesse purgato il suo lavoro da un certo ché di “partigianeria” che lo invadeva, dati i principi evangelici apertamente professati dal Lo Re. A ciò il Lo Re non volle addivenire e preferì di pubblicare il suo lavoro a spese dell’Associazione Cristiana della Gioventù, di Roma, dipendente dalla mondiale YMCA di America.

Ottenuta così la sua Laurea in Legge, il Lo Re tornò nel suo paese natio per esercitare la professione legale e vivere dai proventi della medesima, ma la Chiesa Valdese ebbe bisogno di lui in Bari,  in Genesio (provincia di Lecce) e in provincia di Campobasso, finché il Lo Re nel 1916, scoppiata la guerra otteneva di tornare in Altamura e di fissarvi definitivamente la sua residenza.

Torna al suo paese natio per occuparsi di opere patriottiche e di istruzione

Appartenendo egli alla milizia territoriale e alla 3a categoria, ottenne l’esenzione del servizio militare in qualità di pastore evangelico, ma dedicava tutto il suo tempo a conferenze patriottiche in Bari, Altamura, Miglionico, Gioia del Colle e in vari paesi degli Abruzzi  e del Molise. Oltre a ciò, con fervido concorso di vari suoi correligionari e del Professor Pugliese, altro pastore  (della Missione Battista Italo Americana) egli apriva in Altamura  una Sala del soldato per tutto il tempo che in Altamura fu accampato il 12° bersaglieri ed un segretariato del Soldato e Popolo” redigendo così i suoi correligionari    …. i prigionieri  per pensione, sussidi ecc. ecc. il tutto gratuitamente e con sommo vantaggio della popolazione di Altamura. Nel contempo egli istituiva un Comitato femminile accanto alla Regia Scuola Normale di Altamura, di recente fondazione e per tale Convitto in cui regnava e regna la più completa libertà di coscienza, egli profondeva tutti i modesti guadagni e tutte le sue economie. Ma questo Convitto risultava di vantaggio alla Regione Pugliese, non ai suoi concittadini in ispecie. E allora egli riusciva a fondare per i bambini poveri e specialmente per gli orfani di guerra  un asilo infantile  sotto il nome di  “Italia Redenta” in cui da due anni in qua  circa 100 figli del popolo ogni giorno ricevono una abbondante refezione calda e il pane morale e spirituale che li allontana dalla strada; anche nell’asilo regna la più completa libertà di coscienza e qualunque famiglia può mandarvi i propri figliuoli, senza preoccupazioni religiose.

Altamura 14 febbraio 1921

Istituto G.B. Taylor: “Abitavamo in Via delle Spighe 2…”

APPENDICE
Assunta Bonomo e Gemma Di Ioia

Marzia Morucci, figlia di Gemma Di Ioia e nipote di Assunta Bonomo, avendo letto il nostro Album-Ricordi, ci ha contattato e si è offerta di condividere alcune foto appartenute a sua nonna e sua madre, scattate durante il loro soggiorno al Taylor. Troverete qui di seguito foto risalenti agli anni Quaranta-Cinquanta e alcune notizie che riguardano Assunta e sua figlia Gemma.

ASSUNTA BONOMO

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Assunta Bonomo nel giardino del Taylor

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Assunta Bonomo alla finestra del guardaroba del Reparto Maschile

Marzia ha scritto quanto segue:

“Nonna, con mamma e zio Antonio scappò dal suo paese, Ripabottoni (CB), subito dopo la guerra, lasciando un marito violento e ubriacone che fra le altre cose non sopportava il fatto che fosse diventata protestante e frequentasse la chiesa battista di Ripabottoni”.

Mia nonna si era sposata a 17 anni con Antonio Di Ioia, A Ripabottoni vivevano nella casa cantoniera del paese che ancora c’è e soffrirono il freddo, la fame e la violenza del marito. Mia madre difese sempre nonna dal padre e fu picchiata molte volte.
Un suo lontano parente, Giuseppe Colucci (detto Giosino), era l’anziano della comunità evangelica di Ripabottoni (si battezzò nel 1932). Nonna andava da lui e si confidava. La frase che diceva più spesso era “ ho letto tanti libri, ma tra tutti il libro più bello è la Bibbia”.
Assunta chiese a Giosino aiuto per scappare e Giosino scrisse al pastore Vincenzo Veneziano, Direttore dell’Istituto G.B.Taylor, che la aiutò pagandole il biglietto e facendo in modo che avesse un lavoro di guardarobiera nella sezione maschile dell’Istituto. Nonna riuscì a scappare con soli 2 figli, Gemma di 12 anni e Antonio il più piccolo. Il secondo, Giambattista, rimase con il padre fino a che nonna non riuscì a portarlo via.
Mia nonna ha sempre amato tutti i suoi bambini del Taylor che considerava come se fossero stati suoi figli. Li ricordava tutti e mi raccontava le loro storie. Tutti i bambini del Taylor le hanno mostrato riconoscenza. L’ho visto dalle dediche scritte dietro le foto.
In età avanzata fu ospite della Casa di Riposo che fu costretta a lasciare all’inizio degli anni 90 per l’aumento della retta (quando l’amministrazione divenne solo italiana).
Morì il 31/8/2005 a novanta anni ricordando sempre i suoi bambini con un amore profondo. Donò la decima fino alla fine, inclusi i suoi risparmi, per aiutare altre persone come lei sofferenti nella vita.
Assunta è morta, come mia mamma Gemma, a San Martino al Cimino, frazione di Viterbo, paese di origine di papà Luigi. Sono nel cimitero del paesino.
È stata un esempio per me, come mia mamma, per la sua generosità e capacità di donare amore senza pretendere nulla in cambio”.

Assunta è stata una donna coraggiosa, pronta ad affrontare l’ignoto, buon esempio per tutte le donne che ancora oggi non riescono a ribellarsi ad una sorte ingiusta che le priva della loro libertà.
Ci rattrista sapere che alla soglia della vecchiaia non abbia potuto continuare a rimanere ospite della Casa di Riposo del Taylor che invece di aiutarla ed accoglierla, come era nei principi della sua fondazione, le ha chiesto una retta che Assunta non poteva permettersi e di fatto costringendola a lasciare il Taylor.

GEMMA DI IOIA

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1948 – Da destra: Gemma Di Ioia con Elisa e Matilde Avellino nel giardino del Taylor

Lettera di Marzia (Settembre 2017)

Ciao a tutti,
sono Marzia. Il mio vero nome è Marsilia, come quello di nonna era Domenica e quello di mamma Antonia. È una tradizione un po’ strana. Sono una delle due figlie di Gemma e Luigi. Non so se avete conosciuto il mio papà. Anche lui lavorava alla Mila. Ora che mamma non c’è più ho iniziato a riguardare le foto e a cercare di recuperare tutti i ricordi di mamma e nonna. Posso dirvi che nonna Assunta vi ha amato tutti ed ha conservato tutte le vostre foto, credo anche quella di Gennaro quando è entrato in marina, ma non sono sicura. Il problema è che la maggior parte di queste foto riguarda tanti bambini che non conosco. Ho già chiesto a Mirella di aiutarmi inviandole delle foto via email, ma potreste farlo anche voi? Io vivo e lavoro a Firenze ma potrei venire a Roma all’Istituto per incontrarvi, parlare di nonna e mamma, di voi e vedere insieme le foto per condividere i ricordi e pubblicarli come una piccola parte della storia dell’Istituto. Anche io ho passato tanti anni lì con nonna che viveva nella Casa di Riposo, alla Scuola Domenicale, con Michelle, la figlia di Betsy e Debora, la figlia del pastore Pavoni. Entravo dalla porticina di Via del Grano dietro il mercato, urlavo “ciao Rocco!!!”, che era sempre in falegnameria, e correvo da nonna aspettando mamma.
Allora ci vediamo se abitate a Roma come detto da te Gennaro? Organizziamo? Rimaniamo in contatto? Io spero veramente di si!
Mirella, Elisa, Gennaro grazie! Mi fate sentire meno triste.

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Gemma Di Ioia

Elisa Avellino: Ciao Marzia. Mi dispiace molto per la perdita della tua cara mamma. Per noi bambine più piccole Gemma era la sorella maggiore . Io sono Elisa la bambina vicino a tua madre accanto c’è mia sorella Matilde . Ho di tua madre un bellissimo ricordo di grande affetto perché eravamo in famiglia una grande famiglia . Ti stringo in un grande abbraccio affettuoso Elisa ❤⚘

Gennaro Gelao: Ciao Gemma… Hai voluto seguire Rocco che è partito poco prima di te. Sei stata sempre viva nel mio cuore e la cosa che ricordo di più, perché per me è stata molto bella e ne fui felice perché ti volevo molto bene, quando seppi che Nicola Myckaniuk ti fece entrare alla MILA. E te andasti ed anch’io poco dopo, settembre 1953, mi arruolai nella Marina Militare come fece anche Armando Puppio mentre Tullio Malarby lo fu per leva. Ora saluto Marzia che avrei piacere di conoscerla per vedere se mi ricorda la mamma. Sapevo di Assunta Bonomo, una grande lavoratrice e quante scale mi ha fatto lavare, ma lei sempre insieme, ma non sapevo di Antonio, il piccolo che ha preso la via dove un giorno tutti ci incontreremo….ciao Marzia. Non so dove abiti, ma se sei dalle parti di Roma penso che tornerò di nuovo al Taylor cosa che ogni tanto faccio. Amo il Taylor, amo gli amici del Taylor. Grazie. ❤️ 🌺Gennaro Gelao
· 29 settembre alle ore 16:17

ANTONIO DI IOIA

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COLLABORATORI DEL TAYLOR

Angelo Santamaria e il trenino di Centocelleass8

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1947 a destra Nicola Myckaniuk saluta Angelo Santamaria e lascia il Taylor per andare a lavorare alla Mila

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L’istitutore Angelo Santamaria

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Da sinistra Rocco Natale, (?), Giuseppina Panis

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Fiore Puppio
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L’istitutore Marcello Pitta

 

 

Giochi all’aperto

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Gemma Di Ioia

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Gemma Di Ioia e Rocco Natale

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Da sinistra: Angelo Santamaria, Assunta Bonomo, Ignazia

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A destra Gemma Di Ioia

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Rocco Natale e Angelo Santamaria giocano a bocce

1948 – BAMBINI ACCOLTI AL TAYLOR DOPO LA GUERRA
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Pasquale Danzi col cane Spot

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Manfredi Ronchi

Manfredi Ronchi
Solofra 26 agosto 1899 – Zurigo 25 maggio 1970
Fondatore dell’UCEBI (Unione Cristiana Evangelica Battista d’Italia)
Leggendo quanto scritto dall’Ucebi in ricorrenza dei 150 anni del battismo italiano ho notato che la figura del pastore Manfredi Ronchi è stata alquanto trascurata.
Per evitare che l’ importantissimo contributo dato dal pastore Ronchi al Battismo Italiano venga sottovalutato, ho deciso di raccogliere alcune informazioni sulla sua opera e testimonianze che dimostrano quanto egli sia stato importante per il battismo italiano e per la fondazione dell’Ucebi.
Il ruolo di Manfredi Ronchi nel Battismo italiano emerge durante il fascismo, quando la missione americana a causa della Seconda Guerra Mondiale dovette lasciare l’Italia. Ludovico Paschetto, responsabile dell’Opera battista di quei tempi, si era rifugiato in Piemonte e le chiese erano rimaste allo sbaraglio per mancanza di guida ed assistenza sia da parte americana che italiana. I pastori erano rimasti senza retribuzione, ma alcuni continuarono a curare le loro chiese . Fu allora che Manfredi Ronchi, pastore a Roma della chiesa in Via del Teatro Valle, prese in mano le redini dell’Opera battista, nata come missione estera, trasformandola col tempo e con determinazione in una vera e propria Unione di chiese italiane (UCEBI 1956) di cui fu il primo Presidente. In questa veste lottò per anni contro le resistenze della missione americana, che non approvava sia il desiderio d’indipendenza dei battisti italiani sia il suo approccio teologico.
Durante la guerra, fece in modo di far continuare l’opera di assistenza agli orfani dell’Orfanotrofio G. B.Taylor fondato nel 1923, che la Missione americana aveva deciso di chiudere. Ronchi propose al Comitato dell’Opera Battista l’assegnazione della direzione al pastore Vincenzo Veneziano, membro del Comitato. Insieme riuscirono a raccogliere fondi con l’aiuto delle chiese in quel difficile periodo della nostra storia. L’Orfanotrofio rimase aperto. Fu inoltre ingrandito nel 1948 per ospitare anche le bambine.
Organizzò circoli per i giovani delle nostre chiese con campeggi al mare (vedi Villaggio per la Gioventù a Santa Severa).
Autorizzò il primo culto radio evangelico in Italia trasmesso dai pastori battisti di Roma a partire dall’estate 1944.
Riaprì la Scuola teologica battista, chiusa durante il fascismo, usando la struttura dell’Istituto G.B.Taylor a Roma-Centocelle. La scuola fu poi trasferita da Roma a Rivoli Torinese (1949) per decisione del Foreign Mission Board che in quella località aveva acquistato Villa Colla.
Nei primi anni Cinquanta, sempre contro il volere della missione americana, appoggiò il pastore Vincenzo Veneziano che fortemente volle l’apertura di una Casa di riposo per gli anziani nell’ambito dell’Istituto G. B.Taylor a Roma-Centocelle tutt’ora operante.
Incoraggiò l’organizzazione dei Ragazzi Ambasciatori con relativa apertura del Centro di Rocca di Papa (1953).
Lavorò con passione ricoprendo non solo la carica di pastore della Chiesa di Via del Teatro Valle, ma anche di rappresentate delle chiese battiste a vari Comitati nazionali e internazionali.
Nel 1956 vide la nascita da lui fortemente voluta dell’UCEBI (Unione Cristiana Evangelica Battista d’Italia della quale ricoprì per molti anni la carica di Presidente.

Il figlio del pastore Ronchi, Sergio Paolo, ha fornito il seguente curriculum vitae di suo padre
– Nato a Solofra il 26 agosto 1899 e deceduto a Zurigo il 25 maggio 1970.
– Studi in Legge (argomento della tesi che avrebbe dovuto discutere presso l’Università
degli Studi di Cagliari era Il sistema carcerario quale strumento di recupero e di reinserimento
nella società del detenuto)
– Diploma di laurea in teologia presso la Facoltà valdese di Teologia, Roma, 30 ottobre 1927, con il prof. Giovanni Luzzi (La dottrina degli apostoli; edita, notevolmente ridotta, in G. S. Hall, La Chiesa dei primi secoli, 2 voll., Claudiana, Torino 2007, vol. II Le fonti), del quale fu stretto collaboratore e del quale curò, negli anni, la pubblicazione di diversi importanti saggi.
. – Laurea honoris causa in teologia conferita dal Georgetown College (USA),1950.

– Collaboratore di «Conscientia» e, per alcuni anni, di Giuseppe Gangale.
– Membro del comitato di redazione di «Gioventù Cristiana» (1931-1935), direttore Giovanni Miegge.
– Primo, in Italia (durante il suo soggiorno di studi inglese), a condurre ricerche (e a pubblicare) sui Gruppi di Oxford e su Pier Martire Vermigli; si occupò, inoltre, di Gabriele Rossetti, Bernardino Ochino e, più in generale, della Chiesa evangelica italiana di Londra nel periodo della Riforma e del Risorgimento.

– Fondatore, negli anni di ministerio pastorale a Floridia, della ACDG; cosa che gli procurò noie con le autorità fasciste locali, tanto da essere indotto a scrivere direttamente a Mussolini denunciando, in termini scientemente ironici, la situazione. Anni in cui organizzava, con altri, piani di fuga di detenuti politici al confino nelle varie isole e isolette e, in ambiente evangelico, campi di evangelizzazione di copertura. (Negli anni della Resistenza, poi, nascondeva armi di partigiani in cantina e nella vasca battesimale.)
Tenuto d’occhio dalla questura anche negli anni cagliaritani; anni in cui, anziché pensare di far erigere un nuovo locale di culto (preoccupazione di un suo successore, che lanciò una sottoscrizione), mise a punto lo statuto di un centro evangelico di cultura e organizzava serate aperte alla cittadinanza con proiezioni di diapositive e conferenze sulla Riforma e sull’Inquisizione.
Nell’ambito del Consiglio Federale delle Chiese, non meno che in quello denominazionale, si batté per la libertà di coscienza e di religione negli anni della Costituente (1946-1948) e durante il buio periodo scelbiano: dal noto Culti ammessi. Memorandum del Consiglio Federale delle Chiese evangeliche sul problema della libertà religiosa in Italia (firmato insieme ad Achille Deodato ed Emanuele Sbaffi) – che trovò spazio nel “foglio” del Movimento di Unità Popolare, «Nuova Repubblica» (n. 8 [56], 1 maggio 1955, pp. 3-4) – a dibattiti pubblici con padre Lombardi (1948) a casi di singoli evangelici. E se ne occupò sia interloquendo con le istituzioni e con le autorità di Governo, sia recandosi laddove venivano presi a sassate e chiusi locali di culto (riuscendo, in molti casi, a farli riaprire), sia attraverso una intensa attività pubblicistica e di conferenziere, come pure con azioni di “rottura ideologica” (celebrazione civile di matrimoni di ex preti, negli anni Cinquanta, nella chiesa di Via del Teatro Valle, in giorni feriali lavorativi, di giorno e a portone aperto).
Candidato alla Camera, nel 1953 (l’anno della democristiana legge-truffa), nelle fila del Partito socialista-cristiano (in anni successivi, ciò gli procurò serie difficoltà da parte dell’Ambasciata USA per un visto, in quanto schedato come comunista, poi appianate soltanto grazie all’intervento di un alto funzionario, il figlio di D. G. Whittinghill).
Sul piano strettamente denominazionale, dell’Opera prima e dell’Unione poi è stato l’ideatore e l’organizzatore e negli anni prebellici e nel difficile periodo del dopoguerra – e per oltre un trentennio. In quei tre decenni lavorò con saggia pazienza per l’autonomia e l’indipendenza del battismo italiano dalla Missione americana, nonostante difficoltà esterne e forti resistenze interne. Inoltre, riuscì a spingere l’intero Corpo pastorale battista a liberare l’Ente missionario da responsabilità giuridiche verso i pastori, di fatto dipendenti dalla Missione (egli, l’artefice dell’operazione che fruttò una pensione Inps per i pastori battisti). E a tal proposito, una sua preoccupazione fu proprio quella di dar vita all’Associazione pastorale battista.
Ministerio pastorale
Roma, Chiesa di Via Urbana 1924-1925
Chiesa di Floridia (Siracusa) 1925-1929
Chiesa di Cagliari (e lavoro evangelistico a Capoterra) 1929-1932
[Londra e Oxford 1932-1933]
Torino, Chiesa di Via Passalacqua 1933
Roma, Chiesa di Piazza in Lucina 1934
Torino, Chiesa di Via Passalacqua 1934-1935
Roma, Chiesa di Via del Teatro Valle 1935-1970
(e agli inizi, per alcuni anni, anche della
comunità della Garbatella di nuova formazione)
Cariche nazionali
Vice Presidente dell’Opera Cristiana Battista d’Italia 1934-1938
Segretario Esecutivo dell’Opera Cristiana Battista d’Italia 1944-1956
Segretario Esecutivo dell’Ucebi 1956-1957
Presidente dell’Ucebi 1957-1967
Presidente dell’Ente Patrimoniale dell’Ucebi 1961-1967
Segretario dell’Ente Patrimoniale dell’Ucebi 1967-1969
Presidente del Consiglio Federale delle Chiese
evangeliche. Più volte in turno con Valdesi e Metodisti 1946-1969
Ideatore e primo Presidente dell’Associazione pastorale battista 1966
Professore della Scuola Teologica Battista di Rivoli di Simbolica
(corsi estivi)
Professore della Scuola Biblica Femminile “Betania” di Roma
Condirettore de “Il Testimonio” e fondatore e
direttore de “Il Messaggero Evangelico-Il Testimonio” 1935-1970
Cariche internazionali
Direttore della Libreria di Sacre Scritture in Addis Abeba 1938-1939
Vice Presidente dell’Alleanza Mondiale Battista 1950-1955
Vice Presidente della Federazione Battista Europea 1952 1954
Presidente della Federazione Battista Europea 1954-1956
Membro del Consiglio del Seminario Teologico Battista di Rüschlikon
(Zurigo)
Membro del Consiglio della Società Missionaria Battista Europea
Echi della stampa
«Nuovi Tempi», 31 maggio 1970: Un grave lutto per il protestantesimo
«Nuovi Tempi», 7 giugno 1970: testimonianze di Mario Sbaffi e Guido Mathieu
«La Luce», 5 giugno 1970: Il pastore Manfredi Ronchi (Enrico Paschetto) e nota redazionale
«L’Avanti!», 30 maggio 1970: È morto a Zurigo Manfredi Ronchi
«La Voce Repubblicana», 2-3 giugno 1970: Commemorato M. Ronchi
EBPS (Agenzia stampa battista europea): lungo comunicato stampa
«O Jornal do Brasil» [periodico del battismo brasiliano], n.31, 2 agosto 1970
Riferimenti alla sua figura nella pubblicistica scientifica e in tesi di laurea

E. R. Vincent, Gabriele Rossetti in England, Oxford University Press, Oxford 1936, pp. 145-146
«The religious ideas of Rossetti have excited some attention, particularly from Italian Protestant controversialistis who wish to claim the poet as a champion.* In reality the question is not a difficult one».
* Le idee religiose di G. R. (Giovanni Luzzi, 1903); Profili, Ricordi, Aneddoti di Protestanti illustri (Silvestri-Falconieri, 1920); Come morì Gabriele Rossetti, Manfredi Ronchi, La Luce (12, 19, 26 Luglio 1933).

D. Dalmas-A.Strumia (a cura di), Una resistenza spirituale. “Conscientia” 1922-1927,
Claudiana, Torino 2000, pp. 23-24
«Nell’immediato fu un pezzo di Manfredi Ronchi, pubblicato sul “Testimonio” del settembre 1922, la replica migliore alle accuse di Martire: il pastore battista prendeva le distanze sia dai metodi fascisti, sia da quelli della “Giordano Bruno”, ma osservava che il “Corriere d’Italia” avrebbe piuttosto dovuto considerare “che esiste una sola libertà, per lo e per noi”, anziché incoraggiare azioni violente contro gli evangelici, come quelle di cui di recente era stato vittima a S. Piero Patti (Messina) il pastore Agostino Bassi».

G. Spini, Italia liberale e protestanti, Claudiana, Torino 2002, p. 398
«[…] A dire la verità, in questa fase iniziale, aveva una sorta di anticlericalismo addirittura furente. Pochi giorni avanti, il 15 agosto 1922, aveva pubblicato su Conscientia l’annuncio della costituzione nientemeno che di “Centurie anticlericali, con ordinamento militare per la difesa dello Stato contro l’invadenza della Chiesa papale e del suo attuale organo di lotta (il P.P.I.)” e per “l’abolizione della proprietà ecclesiastica, che attualmente immobilizza ben sette miliardi di beni, tra parrocchie, congregazioni (con prestanomi) e Fondo culto”. Che una trovata così stramba come questa bastasse a fare strepitare organi di stampa e personalità del cattolicesimo filo-fascista – Civiltà cattolica, Egilberto Martire su Conquista cattolica, e il Corriere d’Italia; e lo stesso Romolo Murri sul Resto del Carlino – è un indice dell’aria che si respirava nei mesi precedenti alla marcia su Roma. E meno male che un (allora) giovane pastore battista, Manfredi Ronchi, intervenne a prendere le distanze sia dai metodi fascisti che da quelli della Giordano Bruno e a fare osservare al Corriere d’Italia “che esiste una sola libertà per loro e per noi”, di cui azioni violente come quelle contro gli evangelici a S. Piero a Patti erano la negazione”.
G. Spini, Italia di Mussolini e protestanti, Claudiana, Torino 2007, p. 224
«Si aggiunge a tutto questo un articolo fortemente critico del pastore battista Manfredi Ronchi (1899-1970) sull’ultima novità arrivata dall’America – Il Movimento dei Gruppi di Oxford – che in realtà con Oxford ha poco o nulla a che fare e solo lo ha con la trovata chiassosa del suo fondatore, Frank Nathaniel Daniel Buchman (1878-1961), di Pennsburg, Pennsylvania, cui tengono dietro le ancor più drastiche Note Marginali dello stesso Miegge.
F. Ranchetti, La Confessione Valdese. Rapporti giuridici tra Stato e Confessione Valdese dal 1532 al 1984, aa. 1991-1992, Università degli Studi di Napoli Federico II [una copia della tesi, molto consultata, è depositata presso la Biblioteca della Fondazione Centro Culturale Valdese, Torre Pellice]
«Capitolo 5 L’Italia da Stato confessionale a Stato pluriconfessionale
1. La costruzione del nuovo Stato. Il dibattito costituzionale e la posizione protestante
I laici convinti, l’estrema ideologia massimalista comunista e le chiese minoritarie ebbero amaramente a dolersi dell’inserimento dei Patti Lateranensi nella Carta Costituzionale, perché ciò si prestò a perpetuare la situazione di confessionalità cattolica dello Stato italiano.

TESTIMONIANZE IN MEMORIA di Manfredi Ronchi
Mario Sbaffi
La notizia della dipartita del caro collega e amico Manfredi Ronchi è giunta così improvvisa e inattesa che è assai difficile realizzare che egli non è più fra noi. Mentre benediciamo Iddio per il suo lungo ministerio così ricco di frutti benedetti, ricordiamo con commozione il suo eloquio facile e arguto sempre improntato da una fede sicura, i suoi scritti di carattere storico dottrinale sempre dettati da una visione cristiana degli eventi e da una conoscenza biblica fatta e proposta.
La sua mente dialettica lo portava naturalmente a non accontentarsi di quanto era solo apparenza e a non indulgere a facili entusiasmi. Amava costantemente rifarsi al passato ma per comprendere più chiaramente il presente e non avventurarsi in iniziative utopistiche per il futuro. Diceva sempre tutto quello che pensava con schiettezza evangelica senza però mai nutrire del malanimo verso chi non concordava con lui. La sua collaborazione, anche con le altre chiese evangeliche, più che nelle parole era nei fatti. Ma chi ha avuto lunga dimestichezza con lui nell’affrontare i molti problemi che la vita della chiesa pone in ogni tempo sa ce, soprattutto e innanzitutto, egli era un fedele ministro dell’Evangelo e che nella potenza della parola di Dio egli riponeva ogni speranza per tutto ciò che travaglia la vita della chiesa e degli uomini. L’evangelismo italiano perde in Manfredi Ronchi una delle figure più rappresentative degli ultimi decenni. Ma poiché egli è stato saldo, incrollabile, abbondante sempre nell’opera del Signore, la sua fatica certamente non è stata vana (! Cor.15:18).
Guido Mathieu
E’ strano come talvolta si giunga a conoscere, amare e stimare una persona in questo caso un compagno d’opera nel campo del Signore, coì quasi per gradi. Avevo sentito parlare di Manfredi Ronchi quando ancora egli era studente alla Facoltà Valdese di Teologia od era agli inizi della sua attività in Italia e all’estero. L’ho più tardi conosciuto di persona, in occasione dei nostri sinodi quando vi partecipava come rappresentante dell’Unione battista. L su partecipazione, talvolta assi fugace, quasi una apparizione per i molteplici suoi impegni, era vivamente attesa da noi pastori più giovani così come era atteso il suo messaggio sempre ricco di immagini, di acume, di sano umorismo, arguto, giammai banale o convenzionale. Del resto la sola sua presenza, di lui “battista” convinto in mezzo a noi “valdesi” era già di per sé più che eloquente! Ci siamo ritrovati a Roma ambedue impegnati nell’assorbente ministerio pastorale ed è allora che ho imparato ad amarlo e a stimarlo ancora di più. Membri ambedue del Comitato per la programmazione dei culti alla radio e del Consiglio dei pastori di Roma abbiamo avuto occasione di innumerevoli incontri nel corso dei quali gli animi si sono aperti e ne è nata una indistruttibile stima reciproca. Dotato di una facilità di parola che gli ho sempre invidiato, dotato di una notevole cultura, uomo di grande esperienza, conoscitore profondo dell’animo umano e dell’ambiente in cui esso è costretto a vivere, ,pastore, predicatore ed evangelizzatore nell’animo, polemico all’occorrenza per amore della verità, personale nei suoi atteggiamenti, franco e schietto nei suoi giudizi, anticonformista per natura svincolato da ogni formalismo nel dire o nel fare, egli è stato un prezioso compagno d’opera pronto a collaborare e a dare il suo ponderato consiglio Così sempre lo ricorderò, grato al Signore insieme con tutti coloro che hannotratto beneficio dal suo lungo e fedele ministerio.

Mercedes Ricci, figlia del pastore Giuseppe Campennì e nuora del pastore Asprino Ricci, militante battista di antica data, così ricorda Manfredi Ronchi: «Il pastore Ricci fu eletto Presidente dell’Opera, mentre Ronchi ne era il Segretario. E Segretario dell’Opera Battista in quegli anni duri il pastore Ronchi lo è stato a lungo, divenendo la colonna portante del battismo italiano. Credo che quello sia stato il periodo più fertile e più determinante della vita della nostra denominazione evangelica; periodo eroico, durante il quale i nostri pastori intraprendevano la loro missione come una specie di lotta contro ogni ostacolo che impedisse la loro testimonianza di fede».

 

Protetto: ISTITUTO G.B. TAYLOR

150 ANNI DI BATTISMO IN ITALIA

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1939 Istituto G.B. Taylor- Roma Centocelle

Abitavamo a Roma in Via delle Spighe n° 2…

Arrivai al Taylor nel 1945. Fui accompagnato, in altre parole trasportato, su una canna di bicicletta guidata dal signor Veneziano. E’ nel suo ricordo, che nel 2004, in occasione della ricorrenza del centenario della sua nascita, mi è venuta l’idea di riordinare le mie memorie sulla mia permanenza all’Istituto. Mirella, alla quale accennai l’idea, ne è stata entusiasta e, d’accordo, abbiamo cercato di rintracciare più “ex” possibili per poi raccoglierne i ricordi. Così ho iniziato a fare una lunga serie di telefonate. Il primo che ho contattato è stato Filadelfo Arcidiacono che ci ha dato una mano in questa impresa, dandomi alcuni nominativi e numeri telefonici. Ho preso così il telefono e….: “pronto Mirella, pronto Filadelfo, pronto Michelina…..”, un pronto dietro l’altro, ho chiamato tanti amici di allora. Così, all’improvviso, i ricordi sono riaffiorati riportandomi…

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Questa voce è stata pubblicata il 19 dicembre 2015. Inserisci la tua password per visualizzare i commenti.

GASPARE ASPRINO RICCI

Pastore evangelico battista  

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Gaspare Asprino Ricci nasce a Manoppello (Pescara) il 22 maggio 1880.

Dopo aver compiuto gli studi teologici presso un seminario cattolico, si converte al protestantesimo e viene battezzato.

Il suo ministerio pastorale si svolge a Venezia, Firenze, Altamura, Napoli e Roma.

Nel 1934 viene eletto Vicepresidente  del primo direttivo italiano dell’Opera Battista  e successivamente Presidente.

Nel 1968 viene inaugurato l’Ospedale Evangelico “Villa Betania” a Napoli, una istituzione da lui ispirata e fortemente voluta.

Dopo un periodo di lunga emeritazione a causa di una malattia, è deceduto a  Roma  il 10 ottobre 1975.

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Seconda Fila: Il primo a destra Asprino Ricci. 

Durante il suo ministerio  ad  Altamura (27 luglio 1919-7 luglio 1929) fonda un Circolo di Cultura Religiosa, che aveva soprattutto lo scopo di evangelizzare i giovani.

Apre inoltre un Asilo Infantile “Italia Redenta” e una Sala di cucito per ragazze.

Trasferitosi a Napoli nel 1929 per prendere  la guida della chiesa battista di Via Foria, dà  vigore alla comunità  distribuendo opuscoli in città e si adopera  all’ evangelizzazione  predicando in pubblico e pubblicando la rivista: “La Verità Evangelica”,

Dà inoltre vita ad una casa materna e ad un ambulatorio medico.

Nell’immediato dopoguerra, vista la situazione sanitaria disperata nella città di Napoli dove molti abitavano nelle grotte e non avevano alcuna assistenza sanitaria, il pastore Ricci ebbe l’idea di aprire un ambulatorio medico nei locali della chiesa battista di Via Foria. Trovò subito un aiuto da parte del dr. Teofilo Santi  e di altri giovani medici che offrirono assistenza sanitaria in determinati orari della settimana .

Il pastore Ricci si adoperò in seguito affinché anche altri pastori evangelici di Napoli si associassero in questa impresa aprendo altri ambulatori  di assistenza medica nei locali delle proprie chiese. Partecipò inoltre attivamente alla raccolta di fondi che nel 1968 permisero l’apertura  dell’Ospedale Evangelico “Villa Betania”.

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La posa della prima pietra dell’Ospedale Evangelico “Villa Betania”

Primo a sinistra: Pastore Asprino Ricci

Purtroppo, come spesso avviene, il suo nome non viene menzionato  nella storia dell’Ospedale, ma noi non dobbiamo dimenticare l’opera del pastore Ricci , uno degli evangelizzatori più attivi nel periodo dei primi centocinquanta anni del battismo in Italia.

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Il pastore Ricci invoca la benedizione del Signore sull’Ospedale Evangelico di Napoli “Villa Betania” finalmente realizzato.

Testimonianza di Mercedes Campennì-Ricci nuora del pastore Ricci e membro della Chiesa Battista di Napoli-Via Foria, all’epoca in cui Asprino Ricci era Pastore.

(Marzo 2007)

Al pastore Prisinzano, trasferitosi a Roma, successe a Napoli il pastore Asprino Riccidi formazione e carattere assai diverso. Per quanto riservato e tranquillo il pastore Prisinzano, pur altrettanto attivo, espansivo e determinato il pastore Ricci.

Proveniva da Altamura (Bari), dove aveva lavorato con impegno nel settore che l’ambiente gli permetteva, occupando gli spazi possibili.

L’evangelizzazione infatti trovava poca rispondenza nella costituzione di quell’ambiente chiuso per pregiudizi formalistici. Pertanto operò molto nel campo sociale, dando vita ad una scuola materna evangelica, ad organizzazioni anche per adulti, senza lasciarsi fermare da nulla.

A Napoli ci faceva lui la scuola domenicale, curò personalmente il circolo dei giovani, organizzando qualche recita, qualche gita ogni anno, accompagnandoci sempre. Così noi avevamo l’opportunità di frequentarci e di stringere amicizie nello stare insieme.

Eravamo assidui nella frequenza della scuola domenicale o dei culti. E non dimenticherò mai che se per qualche malessere, mancavo qualche domenica, in quell’epoca in cui non c’era ancora il telefono nelle nostre case, il pastore il lunedì successivo era già venuto di persona a prendere notizie della mia salute.

Quando con la seconda guerra mondiale, vennero meno alla nostra opera battista i proventi americani, il pastore Ricci non esitò a trasferire la famiglia dalla comoda casa che abitavano agli scomodi locali che affiancavano la chiesa di via Foria, pur di contribuire al risparmio delle spese della nostra Opera. Ed appena a Napoli ci si sentì liberati dal giogo della dittatura, organizzò nelle piazze culti all’aperto, testimonianze ed evangelizzazioni, tanto da attirare su di sé anche reazioni violente da un pubblico che da decenni era disabituato alla libera parola, e meno che mai alla libera predicazione.

Pubblicò un giornale “La Verità Evangelica” che portò avanti a lungo.

Organizzò un ambulatorio nei locali accessori alla chiesa di Via Foria, dove il dr. Teofilo Santi offrì la sua assistenza in determinati orari della settimana – con grande generosità.  

Animò l’ambiente evangelico delle altre denominazioni di Napoli perché si erigesse un nostro ospedale nella zona. Ed ho in bella mostra una fotografia che testimonia la sua presenza e la sua partecipazione mentre eleva al Signore una preghiera di ringraziamento e di aiuto, quando fu messa la prima pietra di quell’ospedale. Ma quando, dopo tempo, l’Ospedale è stato fatto, nessuno ha più ricordato chi ne fosse stato l’ideatore ed il promotore, ed ogni merito è stato attribuito ad altri. 

Egli fu eletto presidente dell’Opera, mentre il pastore Manfredi Ronchi ne era il segretario. E segretario dell’Opera Battista in quegli anni duri il pastore. Ronchi lo è stato a lungo, divenendo la colonna portante del battismo italiano.

Credo che quello sia stato il periodo più fertile e più determinante della vita della nostra denominazione evangelica; periodo eroico, durante il quale i nostri pastori intraprendevano la loro missione come una specie di lotta contro ogni ostacolo che impedisse la loro testimonianza di fede”.

Il pastore Ricci nel 1953 viene trasferito a Roma  per guidare la chiesa battista di Roma – Via Urbana.                                           

Testimonianza di Samuele Berio

Chiesa Battista di Roma – Via Urbana – Cenni storici

Al Pastore Veneziano, chiamato a Rivoli nel 1953 come Rettore della Scuola Teologica, subentrò il Pastore A.G. Ricci, uomo di fede ed efficace evangelizzatore. Di lui ricordiamo “la stima che si era guadagnato per l’entusiasmo col quale affrontava l’opera di evangelizzazione mediante prediche in pubblico, con opuscoli e col giornale “La Verità Evangelica”, specie nel dopoguerra.

Si dedicò con ammirevole zelo alla cura della Comunità di Via Urbana raccogliendo copiosi frutti con una messe di battesimi. La fratellanza che aveva saputo apprezzare il suo valore spirituale ed intellettuale non poté godere a lungo del suo ministerio. Per sopraggiunte infermità fisiche fu collocato a riposo”.

 

 

 

 

Festa dei “Nonni e Nipoti” all’Istituto G.B.Taylor

Festa dei “Nonni e Nipoti” all’Istituto G.B.Taylor
(In occasione della Festa del 19 dicembre 2015)
Forse non tutti conoscono come e quando siano iniziatate le feste dei “Nonni e Nipoti” che tuttora si celebrano presso l’Istituto G.B.Taylor di Roma.
Tutto iniziò quando nel 1949 un vecchietto di nome Michele bussò alle porte del Taylor, in via delle Spighe.
Avevamo conosciuto Michele qualche anno prima, durante la guerra, un giorno che bussò alla nostra abitazione in Piazza in Lucina per offrirci un grosso sacco pieno di pane raffermo, avanzi ottenuti dai soldati tedeschi. Fu un miracolo perché in quel periodo della guerra eravamo rimasti veramente senza cibo. Mia mamma cucinò questo pane, facendolo bollire a lungo per disinfettarlo, pane benedetto che sfamò Michele, noi e anche i sei bambini che allora erano gli unici ospiti dell’Orfanotrofio G.B.Taylor, di cui mio padre, il pastore Vincenzo Veneziano, era direttore. Michele tornò più volte con il suo sacco pieno di pane e sempre nei momenti in cui ne avevamo più bisogno, ma forse in quel periodo il bisogno era continuo. In vista di questi “miracoli” fu da noi soprannominato “Arcangelo Michele”. Finita la guerra, Michele non si fece più vivo.
Era passato molto tempo dall’ultima volta che l’avevamo visto. Forse non ci aveva più trovati in Piazza in Lucina, giacché non abitavamo più lì essendoci trasferiti all’orfanotrofio, che nel frattempo si era ingrandito fino ad ospitare una sessantina di bambini. Ma come già detto, nel 1949 ci venne a trovare. Questa volta era a mani vuote, molto affamato ed infreddolito. Chiese di essere ospitato. Aveva bisogno di un posto dove riposare.
Dapprima mio padre gli disse che non poteva ospitarlo in un istituto per bambini. Michele rispose che invece di stare nell’edificio dove c’erano i bambini, sarebbe stato felicissimo di poter dormire nella chiesa. E perché no! Michele fu accolto al Taylor e fatto dormire nell’interno della chiesa e lui scelse di sistemarsi in un piccolo vano sotto il campanile. La cosa interessò molto i bambini che cominciarono e vedere in lui un nonno bisognoso di aiuto e il mistero di Michele che viveva in un campanile era davvero affascinante. D’altra parte Michele aveva sempre una parola buona e un sorriso per loro.
Possiamo definire Michele il primo anziano ospite dell’Istituto G.B.Taylor. Fu ospitato per un breve periodo perché presto morì, ma fu questo commovente episodio a spingere mio padre a cominciare ad assistere anche gli anziani e a fondare la Casa di Riposo. A quei tempi, come conseguenza della sciagurata guerra da poco terminata, molti anziani vivevano in condizioni disperate e aiutare almeno alcuni di loro era un atto dovuto, anche se i mezzi per farlo non erano facili da trovare. L’idea di mio padre, molto innovativa per i tempi, era di affiancare ai bambini del Taylor dei nonni che li avrebbero trattati come nipoti e viceversa.
La cosa non fu ben accolta dal Foreign Mission Board, fu anzi considerata assurda e fu molto contrastata, ma il pastore Veneziano non si fece intimorire e appoggiato fortemente dal pastore Manfredi Ronchi, allora responsabile dell’Opera battista Italiana, andò avanti con il suo progetto. La fortuna volle che fu messo in vendita un terreno confinante con il Taylor, in Via del Grano. Si trattava di un piccolo terreno in vendita a un prezzo irrisorio. Mio padre senza indugi non esitò ad acquistarlo e fu così che nei primissimi anni Cinquanta l’Opera Battista Italiana, di propria iniziativa e in disaccordo con il Foreign Mission Board, costruì in economia una palazzina dove furono ospitati i primi anziani delle chiese evangeliche battiste italiane. Nacque così la Casa di Riposo dell’Istituto G.B.Taylor.
Ogni domenica, quando gli anziani e i bambini si incontravano in chiesa per il culto domenicale e poi mangiavano insieme nel refettorio, era la festa “dei nonni e dei nipoti”. La festa “Nonni e Nipoti” ha continuato ad essere celebrata fino ai nostri giorni, anche se in altro modo e con diverse scadenze, grazie alla perseveranza degli amici del Taylor e alla benedizione del Signore.

Mirella Veneziano

GIUSEPPE CAMPENNI’ Pastore Evangelico Battista

CAMPENNI’ GIUSEPPE   –   Pastore evangelico battista dal 1913 al 1938

Giuseppe Campenni nasce a Nicotera (CT) il 19 maggio 1868. Dopo aver compiuto gli studi teologici presso un seminario cattolico, nel 1909 si converte al protestantesimo e viene battezzato nella Chiesa evangelica battista di Napoli, via Foria. Il suo ministerio pastorale si svolge, coadiuvato dalla sua consorte Angela Coco, a Boscoreale e Boscotrecase (1913-1919) e a San Gregorio Magno (1919 -1949). E’ deceduto a Napoli nel marzo 1956.

Domenico Maselli: Storia dei battisti italiani (1873-1923), pag. 115 – Claudiana

“Più antica era l’opera battista di Boscoreale e Boscotrecase guidata, nel 1913, dal pastore Campennì, capostipite di una delle più importanti famiglie del piccolo mondo evangelico italiano. I membri di chiesa erano allora 35 e funzionavano egregiamente due scuole domenicali (68 alunni a Boscotrecase e 52 a Boscoreale). Nella sua relazione alla V assemblea delle chiese battiste dell’Italia meridionale, Campennì prevedeva un’ulteriore crescita delle attività e annunciava la prossima apertura di una scuola serale.”

La figlia del pastore Campennì, Prof.ssa Mercedes Campennì-Ricci, ha condiviso nel 2007 parte della storia della sua famiglia tramandandoci un valido esempio di come, con la buona volontà ed un impegno senza limiti, una chiesa può risplendere ad opera di un pastore completamente dedicato all’evangelizzazione e coadiuvato da una consorte da ammirare ed imitare.

La famiglia Campennì e la chiesa di S .Gregorio Magno

“Per quanto riguarda papà Giuseppe Campennì, nato a Nicotera (CT) il 19 maggio 1868, non so esprimere giudizi sul suo operato che avveniva al di fuori della famiglia. Era un uomo di slancio, che riusciva a stabilire contatti con gli altri con facilità naturale. Aveva il dono della comunicazione. Proveniente dalla chiesa di Boscoreale, fu inviato a S. Gregorio nell’autunno del 1919 dopo che due persone del paese, don Carlo Troiano e Francesco Lonardo, avevano fatto richiesta all’Opera battista di un pastore, e il 4 luglio 1920, alla presenza di un membro della direzione dell’Opera inviato da Roma, fu già fondata la chiesa evangelica battista di S. Gregorio Magno, dopo che sedici persone in quel giorno dettero la loro testimonianza di fede con il battesimo. Dopo poco tempo di permanenza a S. Gregorio, conosceva già tutti e meglio degli stessi gregoriani. Nel marzo 1956, quando è finito in questa vita, è stato molto rimpianto nel paese. Ed a Napoli ai suoi funerali erano presenti molti gregoriani, e molte missive ci sono pervenute da più parti e perfino dall’America. Anche papà ha dimostrato grande attaccamento alla sua missione evangelica. Ancora negli ultimi anni della sua vita, dalle sue piccole uscite del mattino ritornava felice perché diceva: “Ho avuto occasione di testimoniare dell’Evangelo” e fino all’ultimo respiro ha dimostrato sempre di avere una fede profonda. E proprio perché egli tutto rimetteva nella mani del Signore, è stato sempre la persona più libera dalle superstizioni che io abbia mai conosciuto, anche dalle più sottili. Cosa che lo rendeva coraggioso e forte di fronte a tutte le evenienze. Se a settant’anni, all’inizio del 1938, ha chiesto il pensionamento, lo ha fatto per riunirsi alla famiglia, a Napoli. Quindici anni scolastici egli aveva trascorso accudito solo periodicamente dalle visite di mamma, nella casa deserta dai figli, nella fredda solitudine, nel clima gelido e umido di S. Gregorio. Ma egli ha continuato ad aver cura della sua chiesa di S. Gregorio con visite frequenti (fatte a sue spese) e periodi di permanenza estiva, fino alla bella età di 81 anni; fino a quando, cioè, nel 1949 non è stato inviato il suo successore, il pastore Gasbarro. Il pastore Gasbarro, naturalmente diverso per personalità e con altri doni non saprei dire come sia riuscito, ma impegnandosi anche fisicamente, e a volte lavorando con le sue stesse mani, è stato capace di erigere un tempio per la chiesa di San Gregorio, e questo con gli scarsi mezzi economici di cui poteva disporre l ’Ucebi. Tempio che nel 1956, il 3 dicembre, inaugurammo Giorgio Ricci ed io con il nostro matrimonio”. In occasione del cinquantenario della nascita del Movimento Femminile Battista Italiano, si è voluto mettere in luce il lavoro delle donne nelle nostre chiese che ha preceduto la stessa organizzazione che tanto bene ha prodotto nella testimonianza della nostra fede. Ho avuto modo allora di parlare di mia madre, Angela Campennì, nata Coco, e dall’accoglienza commossa che il mio racconto ricevette, sono stata incoraggiata ora ad annotare per iscritto, quanto più o meno dissi allora. Se chiudo gli occhi e vado indietro nella memoria ai primi anni della mia vita, vedo la sua figura esile, leggera. Le davano ancora qualche volta della signorina, quando portava per mano me, in età già scolare, ben settima figlia sua. Rivedo altresì i suoi polsi sottili, delicati. Lei ci ha sempre detto che a casa sua non le avevano mai fatto maneggiare il coltello, perché le sue mani non corressero il pericolo di un taglio, cosa che le avrebbe impedito per qualche tempo di suonare il pianoforte. Una donna delicata, cresciuta fra molte attenzioni, dedicata alla musica, nell’ultimo ventennio dell’800. Eppure poche donne ho conosciuto della sua risolutezza, della sua forza di volontà, della sua capacità di sacrificio. Ma andiamo con ordine nel nostro racconto. Nel 1919, dopo la prima guerra mondiale e tutte le sofferenze che c’erano state, il mondo sentiva più che mai il bisogno di un rinnovamento. E due persone di S. Gregorio Magno, un piccolo paese della provincia di Salerno, ai confini con la Basilicata, sentirono la necessità della presenza di un pastore evangelico e ne fecero richiesta all’Opera Battista a Roma. Così nel 1919 fu inviato come pastore a S. Gregorio Magno, papà Giuseppe Campennì con mamma e con ben sei figli che andavano dagli undici anni ad uno. Quelle due persone erano diverse fra loro per carattere e costituzione: Francesco Leonardo di contrada Teglia e Carlo Troiano. Francesco di contrada Teglia, forte lavoratore della sua terra, era stato emigrante negli Stati Uniti e lì era venuto a contatto con gli evangelici battisti. Don Carlo Troiano, figlio di un ciabattino e nobile di sentimenti, occhi azzurri vivaci, era autodidatta, mazziniano convinto. Gentile e generoso, fu subito commosso dalla presenza di questa famiglia con tanti bambini, e forse si sentiva un po’ responsabile del disagio cui sarebbe andata incontro in un paese che aveva poco o nulla da offrire e che aveva solo le scuole elementari. Ma fu subito un grande nostro amico. Io ricordo con commozione e con rispetto don Carlo Troiano, sulle cui ginocchia, al caldo del cui mantello hanno trovato sonno molte volte i miei fratelli più piccoli nelle fredde serate invernali di S. Gregorio. A pensarci oggi, fu un avvenimento veramente eccezionale che nel 1919 un pastore evangelico fosse reclamato lì, in quel paesino sperduto, a ridosso dell’Appennino campano lucano. Perché allora le parole “protestantesimo, evangelismo” suonavano quasi come una bestemmia alle orecchie di persone ben più introdotte nella società “bene” di quasi tutta l’Italia. San Gregorio oggi è molto diverso, e forse non lo riconosco più. Ma nel 1919 e fino alla seconda guerra mondiale, era un paese agricolo, dove costava fatica la vita stessa, e dove le donne avevano quella dignità particolare che danno la vita dura e il sacrificio. Probabilmente non avevano neanche coscienza che per le contadine normali e dabbene come loro, ci potesse essere un’esistenza diversa. Era uno spettacolo solito quello della donna che al crepuscolo tornava dal lavoro fatto in campagna accanto all’uomo, con un paio di bambini che le trotterellavano vicino, l’asino carico che lei teneva “a capezza”, qualche altro animale che chiamava alla voce, le mani occupate nello sferruzzare la calza, e magari la “cuna” con l’ultimo nato, in bilico sulla testa. Aveva un che di solenne il suo portamento eretto, lo sforzo di poggiare tutta l’andatura sul bacino, perché al collo non arrivassero movimenti bruschi, il passo ritmico e controllato, la gonna ondulante. Ma una volta a casa non le spettava il riposo, perché c’era da accendere il fuoco a legna e preparare il pasto caldo per tutta la famiglia. Una donna forte, dignitosa, che non conosceva comodità. Inoltre mancava l’acqua nelle case e nel paese stesso. E alle poche fontanelle pubbliche le donne facevano la fila, che nei frequenti periodi di siccità, si trasformava in lotta per accaparrarsi quel barile d’acqua da portare a casa per le necessità più vitali. Ricordo la grossa “giarra” che fino agli anni quaranta avevamo in casa nostra. Qualche donna ce la riempiva con diversi andare e venire dalla fontana a casa, portandoci in equilibrio sulla testa un barile di 25 litri per volta. In questo ambiente rude, fatto per persone dai muscoli di acciaio, si trovò mia madre con la sua gentilezza, la sua delicatezza fisica. Le stesse strade non erano per lei, pietrose, sdrucciolevoli, tutte salite e discese. Perciò ebbe bisogno sempre del braccio di papa. Così i miei genitori costituirono l’unica coppia del paese che si lasciasse vedere insieme e a braccetto, lì dove l’uomo si vergognava di mostrarsi tenero con le sue donne, ma, magari solo in pubblico, assumeva piuttosto il ruolo di marito e padre padrone. Mia madre perciò fu una donna diversa da tutte subito e fu per tutti “la signora”. Mostrandosi così com’era con semplicità, fisicamente fragile, ma di severa compostezza, in ogni atteggiamento, e di grande dignità morale, si guadagnò il rispetto e l’ammirazione di tutti. Non è di molto tempo fa, che trovandosi a Roma, al culto della chiesa di via Urbana, Ciccio Adesso, quello che era stato uno dei ragazzi più fedeli della scuola domenica di S. Gregorio e che a suo tempo aveva molto frequentato la nostra casa, figlio di un muratore e muratore egli stesso, ora padre e nonno di professionisti e ingegneri, si esprimeva in termini di grande devozione nei confronti dei miei genitori e di mia madre, addirittura attribuendo con gratitudine a loro il merito del suo successo; ed affermava a me: “i vostri genitori a S.Gregorio hanno portato la civiltà”, frase questa ricorrente sulla bocca dei gregoriani. Ero ancora una ragazza, quando un giorno a S. Gregorio, mettendo ordine nella nostra modesta sala che fungeva da salotto-studio, scoprii un pacco di quaderni di chi comincia a imparare a scrivere, intestati a più persone. Allora venni a sapere che al loro arrivo i miei genitori avevano tenuto una specie di scuola serale: era il tempo allora della grande emigrazione della nostra gente negli Stati Uniti, dove non si era accettati se analfabeti. E mia madre, dopo una giornata faticosa trascorsa nella cura dei suoi sei bambini, senza aiuto, aveva allora accolto in casa quelle persone, mezze distrutte dalla stanchezza e dalla durezza del lavoro, per aiutarle insieme con papà ad apprendere i primi elementi dello scrivere, cosa che doveva riuscire molto difficile alle mani di quella gente, callose e quasi anchilosate dalla fatica. L’arrivo dei miei genitori evangelici e protestanti, non era riuscito certamente gradito alla parte clericale e bigotta del paese che cercava in tutti i modi di ostacolare il loro inserimento nell’ambiente. E come allora era in uso, si approfittava dell’ignoranza della gente per denigrarli ai loro occhi. –“Si trattava di scomunicati con i quali erano proibite le amicizie e gli stessi contatti”, dicevano, “anzi nell’incontrarli era meglio voltare la faccia dall’altra parte”. Ma bisogna dire che i gregoriani non sono stati mai dei fanatici e tanto meno gente soggetta alla volontà altrui, ed anche in quella circostanza, ad eccezione di pochi, si lasciarono guidare dal loro buon senso piuttosto che dalle parole degli altri. Papà del resto aveva il dono della comunicazione e della testimonianza continua e non solo finì col conoscere tutti, ma era in grado anche di fare la storia della loro famiglia, meglio di quelli che erano nati e cresciuti nel paese, cosicché quando è finito l’hanno rimpianto tutti come persona familiare. Un altro motivo di discredito messo in giro dalla parte clericale, fu il dubitare della professionalità di mia madre, che non avendo nemmeno il pianoforte, nel nostro salotto esibiva il suo diploma di pianista. In realtà lei lo aveva ottenuto al Conservatorio di S. Pietro a Maiella di Napoli, dopo un severo concorso di ammissione che aveva sostenuto all’età di dieci anni, e la frequenza di ben otto anni nella classe del bravissimo maestro Romaniello. Ma dopo due anni di permanenza a S. Gregorio, dopo che ero nata io e proprio in occasione della mia presentazione al Signore, fu invitato a S. Gregorio il pastore Asprino Ricci, e per quel periodo, credo per opera del dr. Whittinghill, allora rappresentante in Italia del Foreign Mission Board, a mamma arrivò un bel pianoforte tedesco, un Pleyel, verticale. Le bastarono poche settimane di studio di esercizio per riprendere la padronanza dello strumento. Così dopo l’adunanza speciale in chiesa, che aveva destato l’attenzione del paese ed era riuscita particolarmente edificante, ci fu la sera a casa un’audizione di molti pezzi musicali, in cui si poté vedere alla prova quanto invece fosse stato meritato quel diploma di mamma appeso nel salotto. Per comprendere al giusto peso il valore di quella serata musicale, desidero ricordare che nell’autunno del 1921, Guglielmo Marconi era ancora agli esperimenti radio telegrafonici sulla sua nave Elettra e se l’invenzione della radio era fatta, ancora Marconi doveva molto lavorare perché ne avvenisse la diffusione commerciale. Inoltre in quel paesino non era arrivato ancora mai un professionista qualificato in grado di suonare qualche cosa in più di qualche ballabile strimpellato. La musica perciò che mamma era in grado di offrire, era un vero dono per il paese, che la parte bene, civile e istruita apprezzò con entusiasmo. Ci sono stati sempre bravi professionisti a cui S. Gregorio ha dato i natali: medici, chirurghi, direttori di ospedali a Napoli, alcuni professori universitari, avvocati e militari arrivati ai più alti gradi, medaglie d’oro al merito nella seconda guerra mondiale, una medaglia d’oro fu data anche al generale Lordi vittima con gli altri della Fosse Ardeatine. Così a dispetto di tutti i pronostici fatti, i primi anni quasi tutte le sere la nostra casa si riempì di persone che venivano ad ascoltare mamma che suonava per loro, divennero tutti nostri cari amici e mandarono le loro figliole da mia madre, perché prendessero lezione. E ci fu anche qualche signora anziana che divenne amica carissima di mamma, come la maestra Rosinella che volle iniziarsi allo studio del pianoforte. E siccome in paese non esistevano strumenti, se non in due o tre famiglie di antica tradizione, vecchi pianoforti a coda divenuti ormai striduli e legnosi, tutte le signorine di S. Gregorio venivano a studiare il pianoforte a casa con turni che andavano dalla mattina alla sera. Molte di quelle alunne hanno imparato a suonare bene, qualcuna ha insegnato nella scuola di Stato, altre hanno avuta una loro scuola privata, attenendosi fedelmente agli insegnamenti di mia madre. L’ultimo della giornata a studiare sul nostro pianoforte, ne ho un nitido ricordo, anche se ero bambina, era un giovane impacciato, di mestiere stagnino, che suonava nella banda del paese. Era in età di leva e faceva progetto di entrare nella banda militare. Si chiamava Orlando Pinto. La mano perciò era indurita dall’età e dal mestiere. Ma fu così tenace, così serio, che nonostante le difficoltà incontrate, riuscì a superare l’esame di pianoforte supplementare al Conservatorio di Napoli, abbandonò per sempre il mestiere, entrò nella banda di Napoli e la diresse fino al suo pensionamento. Mamma ha manifestato sempre ammirazione per le qualità e la serietà dei gregoriani, e le ho sentito più volte affermare che lei aveva trovato maggiori disposizioni allo studio del pianoforte nei gregoriani che non negli alunni di Napoli, nonostante i napoletani godessero fama di una particolare attitudine per la musica. Ma col racconto bisogna tornare indietro nel tempo, perché è importante riferire che il 4 luglio 1920, alla presenza di un pastore inviato da Roma dall’Opera battista, Chiminelli, fu fondata la Chiesa evangelica battista di S. Gregorio Magno. In quel giorno furono sedici persone che dettero la loro testimonianza battesimale. E la cerimonia e il culto ebbero luogo nella campagna di uno dei catecumeni – certo seguì un lauto pranzo, perché l’allegria, la festa, a S. Gregorio s’è sempre manifestata con un banchetto. A ricordo di quel giorno memorabile c’è una fotografia (cosa rara a quei tempi) in cui sono ritratti i componenti la chiesa ed i miei genitori, in prima fila seduti per terra, mia sorella ed i miei fratelli che andavano allora dai dodici ai quattro anni, rimasti in cinque perché non c’era la più piccola, la prima Mercedes della famiglia. Per quanto me ne possa ricordare, i culti in chiesa si tenevano sempre di sera, perché i contadini non si concedevano riposo ed era al di là della loro stessa volontà, in tempo di raccolto o di un altro lavoro, trascurare la campagna. E di domenica, in anticipo sull’orario del culto, papà e mamma uscivano insieme da casa e si dirigevano a casa Troiano. Di là prendevano strade diverse. Papà proseguiva verso la chiesa che era un locale abbastanza largo a pianoterra, che apriva ed illuminava. Gli uomini vi andavano dal canto loro. Alcuni fedelissimi, non ricordo che siano mai mancati. Primi fra tutti i numerosi componenti delle famiglie Padula e Perna, il giovane Vito Trimarco. Mamma invece si appoggiava al braccio della signora Troiano e con lei bussava alla porta di tutte le sorelle di chiesa, quelle care devote contadine, e insieme con loro si recava al culto. Gli uomini sedevano nella fila delle sedie a sinistra e le donne a destra. Ricordo che le loro figlie, ragazze, cercavano posto le une accanto alle altre per comunicare e magari ridere fra loro chissà di che. E per non farsi scoprire, si sforzavano di mantenere un contegno serio, ma il sussulto delle loro spalle le tradiva a loro insaputa. A guidare la comunità nel canto, all’armonium, naturalmente mamma si trovava nel suo elemento. E a S. Gregorio, gli inni si cantavano a tempo giusto, cosa difficilissima a sentirsi allora nelle nostre chiese. E ancora mi risuonano nella orecchie e quasi distinguo le voci di quei contadini, e gli inni che papà faceva cantare e che ho appreso sin da bambina, mi commuovono ancora oggi come allora. Per la scuola domenicale poi, mamma riusciva a preparare delle recitazioni e delle scenette che rallegravano non solo i ragazzi e gli adulti della chiesa,, ma molti altri del paese, che ad ingresso libero la sera dello spettacolo intervenivano numerosi. Le prove duravano a lungo, si facevano di sera a casa nostra e spesso avevano qualche spettatore, come alcune amiche di mamma, che erano ben felici di completare la giornata con un diversivo dalla monotonia solita. La partecipazione che dovevano mettere i ragazzi per acquistare quel poco di disinvoltura per muoversi sulla scena era già una grande conquista per loro. Mamma ne curava i gesti, l’accento, l’interpretazione e molto spesso otteneva buoni risultati. Ma qualche volta la loro foga era eccessiva, l’interpretazione stessa delle parole travisata, e l’effetto per chi era in grado di afferrare il senso giusto, esilarante. Ma lo spettacolo andava bene e gli spettatori uscivano dalla sala entusiasti. C’è un piccolo articoletto pubblicato in un numero del “Testimonio” che deve essere del 1922, che conferma quello che ho appena detto, e c’è una fotografia che ha immortalato i ragazzi della scuola dominicale. I ragazzi si sentivano assai gratificati e facevano progressi di apprendimento perché avevano opportunità nuove, speciali, mai avute prima. Fra quelli della fotografia alcuni hanno seguito strade diverse, ma altri sono stati fedelissimi, oltre ad aver frequentato la scuola domenicale, erano anche molto presenti in casa nostra. Fra questi, oltre Ciccio Addesso, di cui ho parlato prima, c’è stato anche Pietro Menza, di mestiere ciabattino, emigrato poi negli Stati Uniti. Ottimo giovane, fedele all’evangelo, s’è fatto così stimare nell’ambiente nuovo d’adozione, da diventare notaio. Sappiamo infatti che almeno allora, fino a cinquant’anni fa, la carica di notaio negli Stati Uniti non era legata al titolo di studio ed a forme di concorso, ma alla stima di onestà e di virtù conquistata e quindi elettiva. E lui pertanto se l’era meritata, Pietro Menza ha mantenuto rapporti affettivi con il suo paese e quando mamma è venuta a mancare il 30 novembre 1965, mi scrisse una lettera traboccante stima, gratitudine e affetto per lei, la cui influenza, affermava, aveva determinato le sue scelte sempre e il cui insegnamento ed il cui esempio non aveva mai dimenticati. Per quanto riguarda la vita di mia madre in famiglia, al di fuori della chiesa, non è argomento di interesse di quanto qui dobbiamo riferire. Dirò solo che suo fratello, Nicola Coco, uomo di cultura e giurista apprezzato, per professione allenato alla ponderatezza, all’equilibrio, all’obiettività, più di una volta, ha ripetuto a noi figli con molta convinzione: “Vostra madre è un’eroina”.

                                                                                                   Mercedes Campennì, Roma, 2007

P.S.

S. Gregorio Magno, il paesino che pareva non avesse nulla da offrire, per noi tutti è stato una benedizione, Per noi figli è stato meraviglioso. Lì la nostra infanzia e la nostra giovinezza hanno trovato la gioia dei giochi e delle amicizie innocenti, l’allegria delle intese maliziose. E’ stato un ambiente sano, come sana era l’aria, il cibo, l’impostazione della vita, dove noi giovani trovavamo giusto sfogo alla nostra vivacità. Anche se giovanissimi, eravamo coscienti di quello che la nostra famiglia rappresentava nel paese che ci guardava. E forse per questo, ma soprattutto per l’educazione all’evangelo che ricevevano e per l’esempio che avevamo in famiglia, siamo stati sempre responsabili ed abbiamo risposto con entusiasmo a tutto quello che i nostri genitori desideravano da noi, superando le loro stesse aspettative. Di questo i nostri genitori hanno sempre apertamente ringraziato e lodato il Signore, perché da Lui erano stati ampiamente benedetti. Quando io mi sono laureata, il Pastore Ricci della chiesa di Napoli, che con la scuola domenicale e i suoi sermoni per oltre vent’anni ha molto contribuito alla nostra formazione religiosa, facendo a me le congratulazioni com’è d’uso nella familiarità delle nostre chiese, dal pulpito dichiarò che la nostra era l’unica famiglia che egli aveva mai conosciuto, dove fra i sei figli che la componevano si aveva una pianista e cinque laureati. Eppure eravamo partiti da S. Gregorio, dove non c’erano state che le elementari: il miracolo, lo riconoscevano i miei genitori, per grazia di Dio era avvenuto!

CULTO RADIO EVANGELICO IN ITALIA

Anche se non è stato possibile reperire per il momento né i documenti scritti, né le registrazioni, dati i tempi della confusione postbellica, abbiamo però raccolto testimonianze dei membri anziani delle nostre chiese che hanno permesso di confermare che il primo Culto radio evangelico in Italia fu trasmesso nell’estate del 1944, da Roma, subito dopo l’arrivo degli alleati americani. Una cosa certa è il fatto che ciò fu possibile grazie all’interessamento del Cappellano battista americano G. Lair.
Samuele Berio, nel suo libro Chiesa Battista di Roma – Via Urbana – Cenni storici 1881-1981, (Coop. Litotipografia Filadelfia S.r.l.) scrive: “Tra i ricordi di quei cari fratelli americani parlerò di fatti che non vanno trascurati: il culto radio-trasmesso ottenuto per la prima volta in Italia da un Pastore battista attraverso l’interessamento del Cappellano battista americano G. Lair”.
Per raccontare come avvenne che nell’Italia cattolica di allora, dove a malapena si poteva predicare l’evangelo nei nostri locali di culto, venne concesso uno spazio radiofonico alla predicazione evangelica, bisogna risalire all’arrivo degli americani a Roma nel giugno 1944. Subito dopo la liberazione, Vincenzo Veneziano, pastore della storica Chiesa battista di Roma-Via Urbana, si mise in contatto col cappellano americano G.Lair che trasmetteva un culto in inglese per i soldati americani e gli chiese di intercedere presso le autorità alleate affinché anche gli italiani potessero trasmettere un culto evangelico.
Il cappellano G.Lair gli fece ottenere il permesso e fu così che da Roma venne trasmesso il primo culto radio evangelico. Il testo scelto fu sul Salmo 121: “ Io alzo gli occhi ai monti, donde mi verrà l’aiuto?”.
Il Culto Radio veniva trasmesso all’alba della domenica e, per necessità di palinsesto, doveva essere brevissimo. Molti evangelici, specialmente quelli che abitavano in località senza guida pastorale, ebbero la gioia di poter sentire una voce protestante e sentirsi vicini agli altri evangelici. Ci furono anche conversioni di persone che seguirono l’invito che veniva dato a mettersi in contatto con le chiese evangeliche di Roma.
I pastori che curarono i primissimi Culti Radio furono: Beniamino Federà (Chiesa battista di Roma-Trastevere), Manfredi Ronchi (Chiesa battista di Roma-Via del Teatro Valle), Vincenzo Veneziano (Chiesa battista di Roma-Via Urbana). Successivamente, il pastore Manfredi Ronchi, responsabile dell’Opera evangelica battista italiana, chiese anche la collaborazione dei pastori delle altre denominazioni evangeliche della capitale.
Nell’autunno del 1944 il Culto Radio venne esteso a tutte le denominazioni evangeliche e non più curato solamente dai pastori battisti. Un coro, a cui parteciparono le migliori voci delle chiese evangeliche di Roma, registrò gli inni che venivano trasmessi.
Di questi Culti radio ci rimane solamente una raccolta dei testi delle meditazioni a partire dal 12 novembre 1944 fino al 30 settembre 1945. (vedi Claudiana: “Sulle ali della radio”)